19 febbraio 2020

Ripensare la macroeconomia: un’occasione per frenare le disuguaglianze

● Economia e innovazione

 

 

Da cosa dipendono le disuguaglianze economiche? Possiamo ridurle? Sono questi i primi interrogativi che pone la lettura del dibattuto  ultimo rapporto Oxfam  sui divari socioeconomici. L’aumento delle disparità come conseguenza del processo di globalizzazione, infatti, è una questione sempre più trattata, verso cui è cresciuta una certa sensibilità. Lo conferma la recente assegnazione del Premio Nobel per l’Economia ad Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, premiati per aver introdotto nuovi approcci nella lotta a povertà e disuguaglianze sociali. La materia non è nuova se è vero che, come sostiene una nota epigrafe attribuita a Plutarco, “uno squilibrio tra ricchi e poveri è la malattia più antica di tutte le repubbliche”. Si tratta però, sempre secondo la massima dello storico greco, della malattia “più fatale”, ragion per cui la tematica merita le riflessioni che da sempre induce.

 

L’ultima opera di Richard Koo affronta diversi temi attuali, nati dal fenomeno della globalizzazione. Sviluppando alcune tesi già divulgate, in questo lavoro il capo economista del Nomura Research Institute , già noto per le sue analisi critiche delle politiche monetarie non convenzionali (per es. i quantitative easing) delle banche centrali, elabora una riflessione sull’origine delle disuguaglianze che caratterizzano le economie contemporanee e sulle possibilità per gli stati sovrani di intervenire nei propri sistemi economici senza compromettere i benefici del libero mercato.

 

Partendo dalle lezioni ricevute da alcuni eventi storici, l’autore aspira anche a concepire una globalizzazione sostenibile, diversa da quella che il mondo sta sperimentando. Infatti, per Koo il capitalismo, superata la golden age –lo stadio di sviluppo in cui tutti gli operatori beneficiano della crescita economica– porta inevitabilmente ad un grado crescente di disuguaglianze: così è avvenuto in molti paesi occidentali dagli anni ’70 in poi. In questo contesto l’autore considera un programma di investimenti pubblici l’unica strategia di lungo termine per fronteggiare le spirali recessive e assicurare sviluppo.

 

La scelta del titolo è spiegata dalle teorie che hanno conferito all’autore la sua notorietà. La prima metà della macroeconomia è data dalle teorie convenzionali, applicabili quando in un sistema economico vi è una sufficiente domanda di fondi. L’altra metà è riconducibile ai casi in cui gli operatori economici smettono di indebitarsi e non domandano più fondi, a causa di scarse prospettive di crescita. Si tratta delle balance sheet recessions (BSR), nella cui teorizzazione finora ha risieduto l’aspirazione di originalità dei lavori di Richard Koo. L’apertura dell’opera enfatizza il ruolo della politica fiscale nelle BSR, quale unica forza in grado di supportare la crescita. La riduzione della leva finanziaria rende sterile l’offerta di credito e la conseguente assenza di investimenti porta ad una contrazione dell’output. Per fermare questa recessione un governo può assorbire l’offerta di risparmi privati, incrementando così il proprio indebitamento, e investire nell’economia reale, aumentando la spesa pubblica. L’intervento pubblico sostiene l’output e, quindi, il reddito degli operatori privati: essi possono, dunque, ridurre il proprio indebitamento e avviare nuovi investimenti. Così il prodotto interno ritorna a crescere e l’operatore pubblico, agendo da prestatore di ultima istanza, può contrastare efficacemente disoccupazione e deflazione.

 

La riflessione è idealistica poiché non considera i vincoli di bilancio a cui sono generalmente soggetti i governi, ma origina da un’esperienza concreta: la stagnazione sofferta a partire dagli anni ’90 dal Giappone, che ha poi visto una ripresa grazie all’espansione degli investimenti pubblici sotto Shinzo Abe. Essa, inoltre, si contrappone a quella della Scuola Austriaca, che predica la minimizzazione dell’influenza dei governi sull'economia, ritenuta valida da Koo solo in sistemi piccoli e sufficientemente aperti agli scambi internazionali.

 

L’autore riconduce alle BSR, poi, una pluralità di eventi storici, tra cui la Grande Depressione e la recessione conseguente alla Crisi Finanziaria Globale.  Tra le cause della Crisi del Debito Sovrano, manifestatasi nell’eurozona a partire dal 2010, l’autore annovera la mancanza di una politica fiscale espansiva in Germania dopo lo scoppio della bolla speculativa delle compagnie dot-com . Questa critica storica, se portata ai giorni nostri, corrobora il monito espresso da Mario Draghi al termine della sua presidenza della Banca Centrale Europea, affinché i governi dei paesi con margini positivi di bilancio intervengano nelle proprie economie quando aumenta il rischio di un indebolimento della crescita.

Nella parte centrale del testo risiede il contributo più innovativo dell’opera. Ispirandosi al “modello di crescita come sviluppo” elaborato da Arthur Lewis (Lewis, 1954), l’autore ripercorre lo sviluppo del capitalismo individuandone tre fasi. Nella terza fase, a cui è possibile ricondurre l’evoluzione dei paesi occidentali dagli anni ’70 in poi, la possibilità per i capitalisti dei sistemi sviluppati di investire nelle economie in via di sviluppo determina un’allocazione iniqua delle risorse e accresce, quindi, le disuguaglianze. In una fase del genere, in cui salari e prezzi soffrono una stagnazione, per Koo la politica fiscale rappresenta la linea più adatta per supportare la crescita e controllare l’aumento delle disuguaglianze.

 

Peraltro, l’economista nipponico manifesta la necessità, per i paesi che aumentano la spesa pubblica, di designare commissioni indipendenti per valutare la convenienza finanziaria e sociale dei progetti candidati a essere sovvenzionati. Valutazioni errate o di parte, infatti, potrebbero innescare una pericolosa spirale di aumento del debito pubblico, che minerebbe la capacità di attuare misure anticicliche per stimolare la domanda in periodi recessivi, come dimostrano diversi studi (Presbitero, 2019). L’osservazione si rivela molto attuale per i paesi che oggi vedono le proprie politiche economiche indebolite dal considerevole peso del debito accumulato negli anni.

 

Inoltre, secondo l’autore, il ricorso al disavanzo pubblico dovrebbe essere accompagnato da misure che limitino lo “spiazzamento” degli investimenti privati, come deregolamentazioni e sgravi fiscali che incentivino le imprese a investire in attività innovative. Infine, l’economista evidenzia l’opportunità di contenere l’aumento delle disuguaglianze attraverso un sistema di istruzione in grado di produrre “pensatori indipendenti”, capaci di sfidare lo status quo producendo nuovi beni o servizi. L’esempio vantato è quello delle liberal arts negli Stati Uniti.

 

La parte finale del volume è una critica dell’attuale forma di globalizzazione. Per l’autore la libera circolazione dei capitali è in conflitto con il libero scambio di beni e servizi. Poiché in termini monetari i flussi di capitale dominano i flussi reali, l’aggiustamento dei tassi di cambio subisce una distorsione che si trasmette alle dinamiche commerciali. Per creare occupazione e controllare le disuguaglianze, Koo ritiene necessario regolamentare la circolazione dei capitali e incentivare gli scambi internazionali di beni e servizi. La visione, convintamente anti-protezionistica, è attuale poiché in antitesi con la politica dell’amministrazione Trump, ma appare poco plausibile per i sistemi che scelgono di conservare l’autonomia della politica monetaria in assenza di un regime di cambi fissi. L’ultimo capitolo del libro richiama la comunità degli economisti, invitandoli a ridurre il ricorso “ossessivo” a modelli matematici, a beneficio di un approccio alla ricerca più dipendente dal contesto socioeconomico.  Coerentemente con la teoria delle BSR, Koo comunica l’esigenza per i policy makers di rafforzare il monitoraggio degli operatori che domandano e offrono finanziamenti .

 

L’opera nel complesso produce una visione originale degli eventi che negli ultimi quarant’anni hanno segnato la crescita economica e l’aumento delle disuguaglianze nei paesi più ricchi. Sulla base di ciò, l’autore immagina i prossimi sviluppi dell’economia globale, contribuendo al dibattito in modo propositivo. I lettori più esigenti potrebbero lamentare una carenza di riferimenti a lavori empirici che supportino le tesi qui esposte. Tuttavia, indipendentemente dal giudizio di merito circa le teorie presentate, risulta attuale l’attenzione di fondo posta sulla relazione tra le dinamiche di investimento e di indebitamento degli operatori e sui meccanismi che acuiscono gli squilibri commerciali.

 

Dal punto di vista geopolitico alcuni contenuti, come l’invito ai policy makers a cambiare modus operandi , possono apparire difficilmente implementabili, poiché trascurano gli assetti istituzionali esistenti.  D’altronde proprio questa caratteristica rende il lavoro un utile punto di partenza per valutare le regole di bilancio pubblico esistenti con l’obiettivo di potenziare l’efficacia delle politiche fiscali e, al contempo, assicurarne una duplice sostenibilità: ambientale e sociale. Se il primo profilo ha ormai assunto un carattere di urgenza, come attesta il  Green Deal europeo , il secondo, a cui attiene il tema delle disuguaglianze, rappresenta ancora una sfida per la macroeconomia.

 

Immagine:Tokyo Shinjuku Skyscraper (17 Agosto 2012). Crediti: Yoshikazu TAKADA, Creative Commons 2.0 Generic.

 

Bibliografia

Banerjee, A., Duflo, E. e Kremer, M. (2016), The Influence of Randomized Controlled Trials on Development Economics Research and on Development Policy, proceedings volume for the World Bank's "The State of Economics, The State of the World" Conference.

Koo, R.C. (2009), The Holy Grail of Macroeconomics: Lessons from Japan’s Great Recession, Singapore, SN: Wiley.

Koo, R.C. (2015), The Escape from Balance Sheet Recession and the QE Trap, Singapore, SN: Wiley.

Koo, R.C. (2018), The Other Half of Macroeconomics and the Fate of Globalization, Chichester, UK: Wiley.

Lewis, W. A. (1954), Economic Development with Unlimited Supplies of Labor, The Manchester School, 22, 139-191.

Presbitero, A.F. (2019), Debito pubblico  e crescita economica , Rivista di Politica Economica, 1, 21-38.


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