23 aprile 2020

La democrazia invisibile negli ultimi terremoti elettorali

 

 Istituzioni

 

Recensione a Schadee H., Segatti P. e Vezzoni C. (2019), L'apocalisse della democrazia italiana, Bologna: Il Mulino

 

Il libro L’apocalisse della democrazia italiana è una bussola molto utile per orientarsi nei mari tumultuosi del nostro sistema politico. Gli autori Hans Schadee, Paolo Segatti e Cristiano Vezzoni approfondiscono con rigore metodologico e notevole lucidità le cause profonde del doppio terremoto elettorale che ha sconvolto il Paese nel 2013 e nel 2018 e che lo ha traghettato da un assetto sostanzialmente bipolare ad un tripolarismo, ridimensionando significativamente il peso elettorale delle due formazioni attorno alle quali si era strutturato il sistema partitico italiano per quasi vent’anni.

 

Il titolo fa riferimento proprio a queste cause: per gli autori “apocalisse” va intesa nel suo significato originario, apokálypsis, ovvero svelare, togliere il velo sulle dinamiche profonde in moto negli ultimi anni nell’opinione pubblica e nella società italiana.

 

La ricerca si fonda su una rilevazione longitudinale – dal 2013 al 2018 – sulle preferenze di cittadini e sulle intenzioni di voto, che ha permesso di indagare l’evoluzione della percezione degli elettori dello spazio politico, nonché il cambiamento – o la stabilità – delle loro preferenze su alcuni temi politici particolarmente controversi: Europa, immigrazione, economia.

 

Dalla lettura del libro si possono ricavare diverse lezioni su cosa è successo al nostro Paese negli ultimi vent’anni.

 

La prima lezione è che la volatilità dell’elettorato, di cui si parla spesso a sproposito, come se fosse una schizofrenia collettiva, è in realtà determinata da precisi meccanismi di ricomposizione dell’offerta politica, un’offerta che è stata capace di adattarsi meglio alle preferenze espresse dall’opinione pubblica italiana. Questa volatilità è spiegata infatti dal comportamento di alcuni attori che hanno offerto novità forti e radicali (su tutti il MoVimento 5 Stelle e la Lega di Matteo Salvini), e che sono riusciti a politicizzare di più e meglio alcune tematiche sui cui molti italiani già avevano un’opinione che si discostava dai principali partiti della seconda Repubblica. Questo è vero in particolare per l’integrazione europea e la gestione dei flussi migratori. Su questi temi, per quanto le preferenze degli elettori non fossero concordi con quella dei partiti, prima non si decidevano le elezioni: i cittadini non votavano avendo in mente la vicinanza o la distanza dei partiti su queste issues. Comprendere questa dinamica è molto utile per non fare errori di analisi e diagnosi. 

 

Seconda importante lezione: le categorie di destra e sinistra continuano ad essere molto utili per capire come è strutturato lo spazio politico nella percezione degli elettori, così come per determinare il loro comportamento di voto. In particolare, secondo i dati raccolti esiste una forte difficoltà per gli elettori del centrosinistra a dichiararsi disponibili a votare partiti di centrodestra, e viceversa. Solo il Movimento 5 stelle è riuscito all’inizio del decennio a scongelare la scena politica, attraendo elettori da entrambi i poli.

 

Questo muro tra centrosinistra e centrodestra sfida molti discorsi che sentiamo fare quotidianamente sulla vicinanza e compatibilità valoriale tra partiti come Forza Italia e Partito Democratico. Gli elettorati non hanno questa percezione. È un dato significativo. 

 

Sullo stesso argomento sono interessanti i dati sulle generazioni che hanno votato per la prima volta nel 1994. Chi è stato socializzato alla politica durante la seconda repubblica ha una percezione dello spazio politico diversa: ha cioè preferenze elettorali più fluide, dichiarandosi disponibile a votare più di un partito. Se questa maggiore fluidità c’è stata, nonostante vent’anni di retorica muscolare e caratterizzata da una reciproca delegittimazione tra i due principali schieramenti politici, potrebbe essere molto interessante osservare tra qualche anno i dati sugli elettori che hanno votato per la prima volte alle elezioni politiche nel 2018. In un quadro di profonda instabilità dell’offerta politica e del comportamento elettorale, possiamo immaginare che i nuovi cittadini avranno ancora più facilità di chi li ha preceduti a dichiararsi disponibili a votare per partiti anche molto diversi. 

 

Un’ultima lezione riguarda il tipo di democrazia preferita dai cittadini italiani.  In tutte le rilevazioni dal 2005 ad oggi, gli intervistati che al tempo stesso condividono l'affermazione “i cittadini dovrebbero avere più spazio nelle decisioni politiche” e sono insoddisfatti del funzionamento del nostro sistema politico rappresentano più del 50% del campione.  Da questi dati può sembrare che gli italiani vogliano più democrazia diretta, oppure una democrazia con istituti partecipativi più forti. In realtà, argomentano gli autori, la domanda è per una “democrazia invisibile” (Hibbing e Morse, 2002), cioè un sistema politico democratico che sia in grado di risolvere problemi collettivi senza ricorrere al conflitto, percepito come artificiale e strumentale al mantenimento del potere da parte delle élite politiche; un sistema politico che non si fondi sull’articolazione discorsiva di problemi e soluzioni collettive, ma che risolva i problemi semplicemente grazie ad un idem sentire tra autorità e popolazione, una sorta di comunanza di sensibilità e valori che rende superflua qualsiasi costosa – e inutile – discussione in merito alle politiche da mettere in campo.

 

Un dato in questo contesto molto interessante: in tutte le rilevazioni oltre il 50% degli intervistati risponde di essere d’accordo con l’affermazione “compromesso è svendere i propri principi”, un affermazione difficilmente compatibile con un modello di democrazia liberale e rappresentativa.  

 

È forse questa la chiave più interessante per leggere il doppio terremoto dell’ultimo decennio: la stanchezza per la politica, che gli autori riconducono alla gestione pessima della crisi del debito sovrano da parte della classe dirigente italiana. Dicono le rilevazioni che tutti i partiti politici sono stati ritenuti responsabili della grande crisi, nessuno escluso. Su questa percezione ha inciso la gestione politica della crisi del 2011, che può essere letta come un rifiuto delle responsabilità, con l’escamotage del governo tecnico – sostenuto da tutte le principali forze politiche – chiamato per fare il “lavoro sporco” che il sistema politico non era in condizione di poter fare. Le forze politiche che in pochissimi giorni votarono insieme un governo di emergenza nazionale erano le stesse che, fino ad allora, si erano contrapposte con narrative e retoriche fortemente delegittimati e a tratti apocalittiche. 

 

Da una prospettiva generazionale, assumendo cioè il punto di vista dei giovani, che più di altri oggi in Italia hanno bisogno della politica per contrastare un inesorabile declino e correggere alcuni squilibri strutturali del Paese, L’Apocalisse della democrazia italiana lascia una grande lezione: l’insoddisfazione per la politica, accompagnata alla sua scarsa autorevolezza, è la migliore difesa possibile dello status quo. Infatti, quando la politica, intesa qui come strumento di azione collettiva capace di produrre un cambiamento strutturale nella distribuzione di determinati valori, smette di essere ritenuta uno strumento credibile di cambiamento, la resistenza di un determinato ordine sociale aumenta.

 

In questa prospettiva, molto interessanti sono le rilevazioni che mostrano come gli stessi cittadini che hanno votato nel 2013 e poi nel 2018 il Movimento 5 stelle, hanno espresso al tempo stesso preferenze di policy tendenzialmente conservatrici.  

 

"Cambiare tutto, purché nulla cambi” è la frase con cui si conclude il libro, interpretando il tipo di cambiamento richiesto dai cittadini italiani durante i due terremoti elettorali dello scorso decennio.

 

In questi ultimi passaggi si annida la sfida che questo libro consegna alla nostra generazione. La politica, per recuperare il suo ruolo, deve saper offrire un progetto di cambiamento ambizioso, che presenti una chiara diagnosi dei problemi del Paese e che nel formulare le soluzioni adatte sia in grado di intercettare le domande e gli interessi dei gruppi sociali più dinamici, con una particolare attenzione per i bisogni – forse non sempre ben articolati – di una generazione minoritaria demograficamente e debole politicamente.  Questa è l’unica strada possibile per restituire credibilità alla politica; aggregare domande e interessi, ma anche e soprattutto saperne fare sintesi coerenti, lungimiranti e ambiziose.

 

Immagine: Lorenzetti, Effetti del buon governo in città, Crediti: PDArt (commons.wikimedia.org) CC BY 2.0

 

Bibliografia

 

Schadee H., Segatti P. e Vezzoni C. (2019), L’apocalisse della democrazia italiana, Bologna: il Mulino

 

Hibbing J. e Theiss-Morse E. (2002), Stealth Democracy, Cambridge: Cambridge University Press


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