19 luglio 2019

“Potere e responsabilità”: leggendo Bruti Liberati dopo il caso CSM

di Giuseppe Lauri

 Istituzioni

 

Recensione a E. Bruti Liberati, “Magistratura e società nell’Italia repubblicana”, Laterza, Roma-Bari, 2018

 

Le cronache delle ultime settimane sono state occupate, tra le varie notizie,  da una nuova vicenda di rapporti poco chiari tra politica e magistratura. I contenuti emergenti da un’inchiesta attualmente in corso presso la Procura della Repubblica di Perugia sono ben noti, non ultimo nella conseguenza più evidente: cinque, tra dimissioni e autosospensioni, nel Consiglio superiore della magistratura, organo di autogoverno del potere giudiziario. Attualmente, la riforma del sistema di elezione dei cosiddetti “togati” (dei sedici membri del Consiglio, cioè, nominati dai magistrati al loro interno, diversi dagli otto “laici” eletti dal Parlamento in seduta comune tra avvocati e professori di discipline giuridiche) pare l’unica proposta avanzata dal ministro della Giustizia e dal Parlamento1

 

Il tema dei rapporti tra politica e funzione giurisdizionale è stato a lungo studiato dalla dottrina giuridica (Pizzorusso, 1990). Ed appare sicuramente meritoria l’opera portata avanti dal magistrato e storico della magistratura Edmondo Bruti Liberati, che per i tipi di Laterza ha tracciato un ritratto neutro, ma appassionato, del potere giudiziario in Italia dall’avvento della Costituzione repubblicana ai primi anni Duemila.

 

L’opera, grazie anche al linguaggio fortemente comprensibile, è destinata, prima che agli  addetti ai lavori, al grande pubblico. In essa si percorrono le fasi storiche che hanno caratterizzato i rapporti tra magistratura, società e politica nell’Italia del secondo dopoguerra. 

 

Dei sette capitoli, ciascuno dedicato ad un decennio dagli anni Quaranta del XX secolo agli anni Duemila (col primo che però contiene anche una disamina sui primordi post-unitari dell’ordine giudiziario italiano), particolarmente significativo appare quello dedicato agli anni Settanta.

 

In quella stagione, infatti, continuava il movimento di “riscoperta della Costituzione”, dunque di adeguamento della legislazione al dettato della Carta fondamentale portato avanti dalla stessa magistratura dei cd. “pretori d’assalto”. Essi inaugurarono una giurisprudenza (il famoso “diritto vivente”) talmente innovativa, al punto tale che la dottrina giuridica, come ricorda lo stesso Autore, si sarebbe cominciata a interrogare, anche con una venatura di preoccupazione, dell’emergere della figura del “giudice legislatore” (Cappelletti, 1984).

 

Inoltre, fu lo stesso Parlamento a legiferare su temi caldi per l’epoca, quali il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto, i diritti del lavoratore, incaricando gli organi giurisdizionali di garantire l’effettività delle tutele introdotte per i cittadini. A questa situazione, tuttavia, non si accompagnò la predisposizione di un organico adeguato, che inoltre in quegli stessi anni doveva gestire l’attuazione della nuova legislazione antiterrorismo emanata in risposta ai movimenti eversivi che minacciavano l’ordinamento, e cui lo stesso ordine giudiziario pagò un alto contributo di sangue (CSM, 2015).

 

Quegli anni significarono, poi, la partecipazione dei magistrati ad un dibattito di vera e propria politica del diritto, in quanto numerose furono le riviste fondate, o comunque animate, da essi, e che ospitavano, oltre alle tradizionali rassegne di giurisprudenza, articoli affidati anche ad operatori extragiuridici, quali i sociologi, consentendo alle varie sensibilità che attraversavano l’ordine giudiziario di esprimersi allargando lo sguardo sull’intero panorama umano circostante.

 

Dopo le pagine dedicate agli anni Novanta, dove i rapporti tra magistratura, politica e società furono segnati dalla vicenda Mani Pulite, e poi, ancora, quelle dedicate ad un’ampia rassegna degli anni Duemila, l’Autore conclude la propria disamina enucleando alcuni dei problemi che oggi conosce la magistratura. Ad avviso di Bruti Liberati, si assiste a delle vere e proprie istanze di chiusura corporativa, che si accompagnano ad una cronica situazione di mancanza di organico e ad una pretesa di “controllo panpenalistico” sulle politiche pubbliche. Non è inoltre tralasciabile l’emergere di un vero e proprio populismo giudiziario alimentato dalla sovraesposizione mediatica di taluni magistrati animatii, come negli anni Novanta, dalla pretesa di essere l’unica istituzione sana di fronte ad una società disgregata, ad una politica incapace di dare risposte, persino ad un’avvocatura spesso additata (anzitutto all’opinione pubblica) come casta preposta solo a garantire ai colpevoli di farla franca. 

 

Tali vicende, continua l’Autore, non possono non riverberarsi sullo stesso CSM, tramite le componenti interne all’Associazione Nazionale Magistrati che tuttora costituiscono il principale fattore di differenziazione tra i togati eletti. Eppure, conclude l’Autore, tanto in Italia, quanto all’estero il CSM continua a godere di un certo prestigio, a tutela di un potere dello Stato - per riassumere le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella2 che quasi chiudono il saggio - che deve essere sempre consapevole della propria responsabilità nei confronti della collettività.

 

Molto probabilmente, servirà, nei prossimi anni, non tanto una radicale riforma dell’organo di autogoverno dei magistrati, quanto una nuova cultura dei rapporti tra politica e giudici, a cominciare dalla stessa narrazione di questi (che deve superare la dialettica antagonista cui ci hanno abituato gli ultimi due decenni), una nuova consapevolezza del fatto che le due sfere del politico e del giurisdizionale costituiscono la nervatura essenziale di un ordinato sistema costituzionale. Non di rado, del resto, l’uomo della strada tende a sentire lontani tanto l’una (il politico che non fa i pretesi interessi del popolo), quanto l’altra (il giudice che non applica una certa idea di giustizia, sovente sommaria e superficiale e dimentica dei princìpi basilari fissati dalle varie Carte dei diritti e propri della cultura giuridica occidentale). A proposito delle vicende degli ultimi giorni, verrebbe da dire che fa più rumore l’albero che cade (i tentativi - maldestri - di condizionare l’attribuzione di incarichi direttivi in Procure importanti) della foresta che cresce (le centinaia, migliaia di magistrati che fanno il proprio lavoro, spesso in condizioni critiche per contesto e dotazioni di supporto). L’endiadi potere-responsabilità su cui ha posto l’accento il Capo dello Stato non potrà esplicare al meglio le proprie potenzialità senza una stretta, rispettosa collaborazione tra amministratori, giudici e amministrati, e senza una sana presa di autocoscienza da parte degli stessi giudici; una sfida, questa, ben più difficile di un semplice ritocco del metodo di selezione di chi deve sedere a Palazzo dei Marescialli.

 
Immagine: Il Palazzo della Corte di Cassazione in Roma, via Pixabay.com. Licenza Creative Commons: riutilizzo libero.

 

Note

(1) Il Ministro Alfonso Bonafede ha proposto di adottare il sorteggio, sul quale però già si sono levate - e forse non a torto - le prime voci contrarie (cfr. da ultimo la nota della segretaria generale di Magistratura Democratica apparsa su la Repubblica del 6 luglio 2019, disponibile all’url http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=81123:ma-il-sorteggio-mortifica-il-csm&catid=220:le-notizie-di-ristretti&Itemid=1 ). Per quanto concerne il Parlamento, alla Camera sono sono state depositate, dall’inizio della XVIII legislatura, tre proposte di legge, a firma Ceccanti (PD; A.C. nn. 226 e 227) e Colletti (M5S; A.C. n. 1919).

(2) Presidenza della Repubblica, Discorso del Presidente Sergio Mattarella all'incontro con i Magistrati Ordinari in Tirocinio nominati con D.M. 18 gennaio 2016, 6 febbraio 2017 (disponibile all’url: https://www.quirinale.it/elementi/1220)

 

Bibliografia 

Cappelletti, M. (1984), Giudici legislatori? , Milano: Giuffré;

CSM (2015), Nel loro segno. In memoria dei magistrati uccisi dal terrorismo e dalle mafie , Roma: Consiglio Superiore della Magistratura;

Pizzorusso A. (1990), L’organizzazione della giustizia in Italia. La magistratura nel sistema politico e istituzionale , Torino: Einaudi.


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