30 marzo 2019

Moderno, troppo moderno: studi sulla democrazia antica

di Michele Gammella

 Istituzioni

 

Sulla piattaforma Quora, alla domanda ‘Did the Roman Republic have a democratic government?’ Steve Theodor, un progettista di videogiochi e appassionato di antichità, mette le mani avanti: ‘It kind of depends on your definition of democratic’. Nella sua semplicità, l’affermazione coglie nel segno: prima di stabilire fino a che punto si possa descrivere la Roma repubblicana come un sistema democratico, bisogna far chiarezza sui presupposti di una simile categorizzazione. La risposta di Steven parte dalla distinzione tra un piano teorico, sul quale il popolo romano appare sovrano, e l’esercizio concreto del potere, che si traduce nel dominio dell’élite senatoria, riprendendo in qualche modo la bipartizione tracciata da Bodin tra status rei publicae (ordinamento statale) e modus gubernandi. Theodor individua, in particolare, nell’impossibilità per un privato cittadino di presentare proposte di legge il limite fondamentale per l’applicazione del concetto di democrazia alla repubblica romana: a differenza del sistema ateniese di età classica, a Roma infatti soltanto i magistrati possono sottoporre una proposta al voto popolare. Questa breve riflessione è in linea con la lettura generalmente accolta del sistema politico romano quale un’oligarchia retta da una ristretta classe dirigente, coincidente in sostanza con le famiglie senatorie e con il ceto equestre, che rappresentano la fetta più ricca della cittadinanza; il popolo ha in questo senso uno spazio di espressione piuttosto limitato e costretto in strutture, come quelle dei comizi, lontane dalla nostra idea di democrazia. A partire dagli anni ottanta del secolo scorso è tuttavia emersa una tendenza, espressa in particolare dai lavori di Fergus Millar, a ripensare questo paradigma, concedendo all’elemento democratico un ruolo più significativo nella vita politica di Roma. Parallelamente, si è tornati a riflettere anche sulle istituzioni della polis, mettendo da parte il caso noto della democrazia ateniese più volte richiamato come termine di confronto per le democrazie moderne, e spostando l’attenzione su contesti cronologicamente e geograficamente distanti; diversi studi recenti, in particolare, si sono concentrati sulla vita delle città greche in epoca ellenistica e romana, insistendo talvolta sulla continuità dell’esperienza democratica dall’età classica fino ai primi secoli dell’impero.

 

La lettura tradizionale e tuttora più condivisa dello sviluppo della poleis in questo lungo arco cronologico mette in evidenza un processo di oligarchizzazione: la progressiva deresponsabilizzazione delle assemblee civiche lascia spazio a un sistema che, pur rimanendo formalmente democratico, affida il governo ad una ristretta élite di cittadini facoltosi, che acquista presto un carattere quasi ereditario. Tutto questo è legato agli alti costi richiesti dalla partecipazione attiva alla vita pubblica, laddove la copertura di cariche e l’assunzione di posizioni di rilievo all’interno della compagine cittadina sono gravate da contribuzioni più o meno volontarie, spingendo verso la formazione di una sorta di casta, che prelude allo sviluppo della rigida divisione tra i gruppi sociali propria dell’epoca imperiale. A ciò si aggiunge l’adozione, da parte dei notabili, di nuove strategie di comunicazione politica, basate su un piede d’ineguaglianza all’interno della comunità: anche se tutti i cittadini sono formalmente caratterizzati dai medesimi diritti e doveri, nelle modalità di autorappresentazione, e in particolare in celebrazioni ufficiali quali feste e sacrifici, si legge nella posizione preminente occupata da questi personaggi un riflesso del mutato clima politico.

 

Non è un caso che un ripensamento in senso democratico di questi processi abbia coinvolto tanto il versante romano quanto quello ellenistico: lo sviluppo delle poleis dopo l’età classica è stato spesso letto nell’ottica di un processo di romanizzazione, che avrebbe spinto le città greche ad assimilarsi sempre di più al modello dei conquistatori; questi ultimi avrebbero da parte loro stimolato, più o meno consapevolmente, una trasformazione in senso oligarchico delle istituzioni cittadine. Quest’ultimo punto, piuttosto controverso, è tuttora oggetto di un dibattito aperto, la cui soluzione potrà venire soltanto da un’analisi più approfondita dei singoli contesti locali.

 

Il punto di partenza per qualsiasi analisi del sistema politico romano è il sesto libro delle Storie di Polibio (secondo secolo a.C.): presentando Roma come esempio di ‘costituzione mista’, lo storico ne mette in luce l’equilibrio tra elementi monarchici (i consoli), oligarchici (il senato) e democratici (le assemblee popolari). I Romani, che non ebbero mai una costituzione scritta, erano guidati da una serie di principi che regolavano, all’insegna della tradizione, la vita politica, così come le competenze e i rapporti tra le istituzioni; il grado di inviolabilità di questi principi è legato ai singoli casi, anche se esistono norme che mantengono un carattere vincolante per gran parte del periodo repubblicano. Nonostante la distanza dagli eventi trattati e il grado di soggettività implicito nelle narrazioni di Polibio e di altri autori antichi, quali Livio e Diodoro, questi ultimi offrono una casistica abbastanza ampia, affiancata dalle fonti epigrafiche, per un’analisi feconda delle istituzioni romane. Gli organi deliberativi sono il senato e le assemblee popolari: mentre il primo può emettere decreti (senatusconsulta), il voto popolare è necessario per la promulgazione delle leggi. Secondo Polibio esiste una divisione precisa tra le competenze dei due organi: il senato è responsabile delle relazioni diplomatiche e della gestione delle finanze, il popolo elegge i magistrati e delibera in materia di pene capitali e soprattutto su pace e guerra, ratificando trattati e alleanze. Oltre al supremo comando militare, i consoli sono invece incaricati di presentare al senato e al popolo le mozioni da sottoporre a votazione e di vigilare sull’esecuzione delle misure prese. A completamento del quadro tracciato da Polibio è necessario aggiungere due elementi tutt’altro che secondari: le delibere delle assemblee popolari erano di norma precedute da un decreto senatorio, che spesso i comizi si limitavano a ratificare: sono rari i casi in cui registriamo dissonanze tra le due fasi di approvazione di un provvedimento. Gli episodi di cui si lamenta talvolta l’aristocratico Cicerone, che vedono il popolo protagonista di un’attività legislativa ‘selvaggia’, non costituiscono tanto degli indizi di un’apertura democratica del sistema, quanto piuttosto il segno di uno strapotere di singoli individui, che assumono il controllo dei principali attori politici. Parallelamente, anche la scomparsa del consiglio cittadino dai formulari dei decreti di alcune poleis nella tarda età ellenistica, non va letta come un segno di democratizzazione, quanto piuttosto quale spia del nuovo ruolo assunto dai magistrati, che in diversi casi interagiscono direttamente con l’assemblea in virtù della loro posizione preminente, fungendo da promotori e allo stesso tempo attuatori delle misure deliberate. I voti, per di più, almeno nei comizi centuriati, erano conteggiati per centurie, gruppi di cittadini creati su base censitaria e organizzati in modo tale da favorire i ceti più abbienti. Questi ultimi avevano poi tra le mani uno strumento potente quale l’istituto della clientela, che legava i cittadini economicamente e socialmente più deboli ad un patronus, il quale fungeva da loro garante e li assisteva in caso di necessità, soprattutto in ambito giudiziario; la controparte si misurava in termini di fedeltà e attaccamento al protettore, con inevitabili ricadute in tempi di campagna elettorale e, più in generale, di supporto politico. Non bisogna infine dimenticare il complesso rapporto tra l’esercizio dei diritti politici, concentrato nella sola città di Roma, e l’estensione sempre più vasta dei territori da essa controllati e, conseguentemente, del diritto di cittadinanza. Assieme al carattere inizialmente non segreto del voto fino alla fine del secondo secolo, quando viene introdotto da una serie di leggi tabellariae, questi tratti inquadrano il caso romano in un paradigma piuttosto oligarchico che democratico (Mouritsen, 2017; Hamon, 2007).

 

Le recenti critiche ad una lettura troppo rigida di questi meccanismi si sono mosse principalmente lungo due direttrici: da un lato si è posto l’accento sulla tipologia di ‘democrazia diretta’ che caratterizza l’iter legislativo tanto a Roma quanto in molte città greche, anche di età ellenistica (con l’esclusione di donne, schiavi e non cittadini residenti); dall’altro, è stato enfatizzato il ruolo svolto dalla competizione, soprattutto in campo elettorale, nel preservare la tendenza democratica del sistema, e in generale il carattere performativo dell’attività politica: tanto l’élite senatoria quanto i notabili all’interno delle poleis lottano davanti ai propri concittadini per il prestigio e il potere e allo stesso tempo ogni atto rilevante sul piano pubblico (giuramenti, processi, discorsi etc.) avviene sotto gli occhi della folla; in questo frangente acquistano grande rilievo le strategie di persuasione veicolate dall’oratoria politica (Dmitriev, 2005; Grieb, 2008; Carlsson, 2010; Millar, 1998). Per quanto riguarda il primo punto, si è tentato di mettere in luce che, nonostante la giurisdizione formale dell’assemblea popolare limitatamente ad alcune questioni, tanto a Roma che in alcune città greche, il gioco della politica favoriva altri attori; contestualmente, non esisteva se non qualche traccia embrionale di garanzie costituzionali: a Roma il senato, oltre ad esercitare un controllo diretto in alcuni ambiti, è la fonte di quasi tutte le misure poi votate dai comizi e attuate dai magistrati, che rispondono in prima istanza davanti ai patres; nelle poleis ellenistiche si registra d’altro canto una presenza sempre più ingombrante e stabile di gruppi di potere ristretti, che controllano le proposte di legge da sottoporre al popolo e ne curano allo stesso tempo l’attuazione. L’accento posto sulla competizione rischia poi di oscurare un dato di fatto sostanziale: la delega di gran parte della gestione della cosa pubblica ad un circolo di notabili, in grado di farsi campagna elettorale grazie alle proprie benemerenze, in particolare di natura economica. La scelta non è quindi guidata da un’autentica, per quanto limitata, facoltà di giudizio. Una simile facoltà è da supporre in misura rilevante tutt’al più per la popolazione ateniese di età classica; in quel caso essa non costituisce forse un miraggio anacronistico: la continua rotazione delle cariche e la partecipazione alle giurie dei tribunali e al consiglio cittadino segnano in maniera incontrovertibile la formazione politica del cittadino ateniese di quinto e quarto secolo (Finley, 1985; Rhodes, 2003); è evidente che tutto ciò venga più tardi a mancare.

 

Tentativi simili di riscrivere la nostra interpretazione dei sistemi politici antichi, accentuandone il carattere democratico anche laddove esso è più difficile da intravedere, non possono essere considerati neutri a livello ideologico, qualsiasi sia il loro grado di consapevolezza. Essi corrispondono piuttosto a un significativo cambiamento di prospettiva: interpretare come democratico un contesto caratterizzato dal ruolo preminente dei magistrati rispetto all’assemblea, nel quale si registra l’azione quasi autonoma e allo stesso tempo vitale dei cittadini più in vista, significa dare della democrazia un’interpretazione specifica, che travalica i confini del mondo antico. Rafforzando il ruolo delle élites e relegando il popolo alla parte di spettatore passivo, vero protagonista soltanto del processo elettorale, si abbraccia di fatto una visione della democrazia che fa concessioni importanti alle teorie elitiste. Che questa impostazione emerga nel contesto politico–culturale di oggi, invita quantomeno a riflettere.

 

Immagine: P. von Foltz, Orazione funebre di Pericle ai caduti del primo anno della guerra del Peloponneso, 1852. Crediti: commons.wikipedia.com. Licenza Creative Commons: pubblico dominio.

 

Bibliografia

S. Carlsson, Hellenistic Democracies. Freedom, Independence and Political Procedure in Some East Greek City–States, Stuttgart 2010;

S. Dmitriev, City Government in Hellenistic and Roman Asia Minor, Oxford 2005; V. Grieb, Hellenistische Demokratie. Politische Organisation und Struktur in freien griechischen Poleis nach Alexander dem Großen, Stuttgart 2008;

M.I. Finley, Democracy Ancient & Modern, London 1985;

P. Hamon, Élites dirigeantes et processus d’aristocratisation à l’époque hellénistique, in H.-L. Fernoux – C. Stein (ed.), Aristocratie antique. Modèles et exemplarité sociale, Dijon 2007, 79–100; 

F.G.B. Millar, The Crowd in Rome in the Late Republic, Ann Arbor 1998;

H. Mouritsen, Politics in the Roman Republic, Cambridge 2017;

P.J. Rhodes, Ancient Democracy and Modern Ideology, London 2003.


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