21 maggio 2019

Elezioni europee 2019: il Parlamento e l'Unione alla prova

di Giacomo De Angelis

• Istituzioni

 

Dal 23 al 26 maggio 2019, coloro che dal 1992 detengono la cittadinanza europea saranno chiamati a votare per il rinnovamento del Parlamento europeo, unico esempio al mondo di parlamento transnazionale direttamente eletto. Ad accomunare gli attori maggiormente coinvolti in questo processo democratico c’è un comun denominatore: la narrativa circa la portata storica di queste elezioni europee, la convinzione che potrebbero essere le più importanti da quando, nel 1979, furono istituite. Seppur su piani opposti, le forze europeiste tradizionali da un lato, e il fronte euroscettico dall’altro, sono impegnati a promuovere la partecipazione e aumentare la risonanza mediatica delle presenti elezioni. Tra i tentativi di stimolare l’interesse dei cittadini, non si può non citare l’attivismo degli Spitzenkandidaten, i candidati dei gruppi parlamentari alla Presidenza della Commissione. A segnalare la rilevanza di questa tornata elettorale, i rispettivi candidati hanno viaggiato per l’Europa confrontandosi, faccia a faccia, sui grandi temi europei in diretta televisiva. Mai si era riservata una simile mediatizzazione delle elezioni europee.

 

In realtà il rinnovo dell’assemblea, di per sé, è solo uno dei tanti fattori che contribuiranno alla governance europea dei prossimi anni, e si inserisce in un ben più vasto rinnovamento nel sistema istituzionale europeo. Il 9 maggio a Sibiu, in Romania, il Consiglio Europeo ha fissato al 28 giugno la data in cui gli Stati membri dovranno riunirsi per decidere sulle nomine di alcuni posti chiave dell’Unione. Sono da rinnovare, oltre al Parlamento e la Commissione, l’importantissima presidenza della BCE, del Consiglio Europeo e il ruolo di Alto rappresentante per gli affari esteri. Contestualmente, molti Stati membri si sono opposti al sistema dello Spitzenkandidat. Introdotto e sperimentato con la presente legislatura, potrebbe non ripetersi per la prossima, aprendo spazio a ulteriori negoziazioni. Dunque, per discernere cosa effettivamente può cambiare con queste elezioni, e cos’altro invece dipende da altre dinamiche, è bene analizzare i dati disponibili a oggi.

 

Conviene allora innanzitutto fermarsi a fare qualche conto. Il dato che forse fa più scalpore, è la prevista emorragia di voti da parte dei due partiti europei tradizionalmente dominanti. Lo European People’s Party (EPP) e la Progressive Alliance of Socialists and Democrats (S&D) potrebbero perdere nel complesso un’ottantina di seggi fermandosi così al 43%, quota sorprendente se si calcola che in passato i due partiti raramente non hanno raggiunto la maggioranza insieme. Seppure non si sia mai registrata una tale caduta, quest’ultima sarà in parte controbilanciata dall’ Alliance of Liberal and Democrats for Europe (ALDE). Liberale e saldamente europeista, è il terzo gruppo per grandezza e attualmente membro della coalizione a tre che, con popolari e socialisti, votò a favore della Commissione Juncker. L’ALDE, grazie al sostegno annunciato da La Republique En Marche (LREM) di Macron, potrebbe infatti superare i novanta seggi, garantendo alla coalizione una maggioranza che dovrebbe attestarsi almeno al 55%. Ma non finisce qui. Con l’avvicinarsi delle elezioni, le varie strategie post-voto sembrano diventare progressivamente più chiare. Da dichiarazioni congiunte di Macron e Guy Verhofstadt, leader dei liberali, emerge il progetto di fondare un nuovo gruppo liberale che superi l’ALDE. Il collante della nuova forza parlamentare dovrebbe essere un forte europeismo, da una parte per isolare le forze euroscettiche, e dall’altra per essere il più inclusivo possibile, diluendo il carattere liberale così da attrarre elementi dei socialisti, con i quali Macron sta attivamente dialogando, ma anche del gruppo dei Verdi.

 

Altri dati rilevanti provengono proprio dall’area della destra sovranista ed euroscettica, generalmente considerata come la probabile vincitrice di questa tornata elettorale. I diversi partiti nazionali di destra, più o meno euroscettici, hanno aumentato il loro bacino elettorale complessivo, ma ad oggi sembrano presentarsi divisi in Europa. Il complicato progetto di unire il fronte sovranista vede impegnato in Italia Matteo Salvini che, con il supporto di Marine Le Pen in Francia e della tedesca Alternative für Deutschland (AFD), si prevede possa dar vita ad un gruppo di ben settanta seggi. Il secondo gruppo euroscettico, considerato leggermente più moderato, è quello degli European Conservatives and Reformists (ECR), il quale dovrebbe raggiungere all’incirca sessanta seggi. A questo va aggiunto che a Brexit avvenuta, l’ECR perderà i Conservatori inglesi, e diventerà così dominato dai conservatori polacchi di Jeroslaw Kaczynski e, seppur in maniera molto minore, dagli olandesi populisti di Geert Wilders. Il maggior punto di attrito tra i due gruppi sembra essere un forte risentimento dei polacchi di Kaczynski con il Rassemblement National di Marine Le Pen, al netto dei suoi buoni rapporti con la Russia. Ora, se l’ipotetica unione delle forze sovraniste divenisse realtà, Orban incluso, il gruppo che nascerebbe riuscirebbe con difficoltà a superare il 18%. Quota rilevante, ma non determinante se priva di alleati. È per questo motivo che Orban può risultare decisivo. Come al livello locale i partiti conservatori europeisti accarezzano l’idea di inglobare i partiti populisti per neutralizzarne l’opposizione, l’Austria fa scuola, così l’ambigua posizione di Orban nel PPE incarna in qualche modo questa possibilità. Non sono stati pochi quelli che all’interno del PPE hanno guardato con interesse questa eventualità. In questo quadro, va detto che figure chiave all’interno del gruppo popolare come Manfred Weber e Rober Daul, rispettivamente Spitzenkandidat e presidente del gruppo, hanno ripetutamente escluso ogni tipo di alleanza con partiti euroscettici. Dopo la rivolta interna al PPE che ha portato alla sospensione di Orban, la grande maggioranza dei cristiano-democratici sembra in effetti vedere con diffidenza le collaborazioni a destra, avvicinandosi quindi al più rassicurante disegno della LREM. La linea sembra essere condivisa anche dall’ ÖVP austriaca e dalla CSU bavarese. L’anno scorso, con Salvini, intonavano la nascita dell’inarrestabile asse Roma-Monaco-Vienna, ora sia Sebastian Kurz, leader dei popolari austriaci, che Markus Soeder, governatore della Baviera, confermano il loro impegno nel respingere le forze sovraniste ed euroscettiche.

 

Infine, l’Europe of Freedom and Direct Democracy (EFDD), composto dal Brexit Party (EX-UKIP) di Farage e dal Movimento 5 Stelle, sembra destinato a sciogliersi. Si prevede che Farage, dopo aver fatto il pieno di voti nel Regno Unito, andrà ad ingrossare le file dei non allineati. Anche se non si può escludere a priori una sua sponda per l’ECR o il gruppo di Salvini. Il M5S invece dovrà ricostruirsi un’identità e trovare un giusto collocamento nell’assemblea di Strasburgo, ma senza alleati sembra destinato a rimanere marginale. Per completezza, sono da citare il gruppo di sinistra radicale GUE/NGL e il gruppo dei Greens, uniti non tanto dai programmi, che sono anzi molto diversi, quanto dal loro peso. Entrambi infatti si pongono in continuità con quasi tutte le precedenti legislature del Parlamento Europeo, attestandosi intorno ai cinquanta seggi.

 

Volendo tirare le somme, è altamente probabile che la prossima legislatura sarà governata, nuovamente, dalla coalizione tra PPE, S&D e ALDE. Alla già alta probabilità che questi tre gruppi raggiungano da soli la maggioranza, va aggiunta la vivacità con cui liberali, socialisti e verdi stanno dialogando in questi giorni. Emerge chiaramente la volontà di rinnovarsi, per recuperare i voti e la competitività persa, e di isolare le forze euroscettiche nel farlo.

 

La destra sovranista, anche riuscendo nell’ ardua impresa di creare un gruppo unico, sembra destinata a rimanere sola ed esclusa dal processo decisionale. Unirsi in un gruppo unico sembra tutto meno che scontato. Anche qual ora ci riuscissero, il PPE sembra essere sempre meno incline al dialogo, e senza alleati il gruppo euroscettico è destinato all’opposizione permanente. L’errore più grande in questo caso sarebbe sottovalutarli e continuare a fare come se non esistessero. Se nel loro insieme diventassero veramente la terza forza parlamentare, otterrebbero, oltre che un risultato storico, un’ottima posizione da cui accrescere la propria influenza. Tuttavia, l’incertezza statistica delle previsioni rimane straordinariamente alta, e si dovrà aspettare il giorno dopo le elezioni per trarre conclusioni definitive.

 

Immagine: Plenaria del Parlamento Europeo. Licenza Creative Commons: Pubblico dominio.

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