8 novembre 2019

Fine pena mai: le sentenze sull’ergastolo ostativo e la rivincita della Costituzione

di Giorgio Leali

 Istituzioni

 

“Le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate?” C. Beccaria, Dei delitti e delle pene (1764), Einaudi, p. 31.

 

Prima di tutto i fatti: due sentenze, una arriva da Strasburgo, l’altra da Roma. Lo scorso 8 ottobre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (“CEDU”) ha stabilito che il cosiddetto ergastolo ostativo, ovvero la pena detentiva a perpetuità senza possibilità di riduzione o conversione in pene alternative, è contrario alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (la “Convenzione”). Pochi giorni dopo, il 23 ottobre, è la Corte Costituzionale a dichiarare incostituzionale la norma che nega agli ergastolani ostativi i permessi premio se non collaborano con la giustizia. Un pronunciamento più circoscritto, poiché riguarda solo i permessi premio, ma coerente con la giurisprudenza della CEDU.

 

All’indomani della sentenza della CEDU, grida di dissenso si sono levate da più parti con toni e argomenti distanti. “Dovremmo essere più gentili con mafiosi e assassini? Mai!” ha tuonato Matteo Salvini definendo la sentenza di Strasburgo una “ennesima follia ai danni dell’Italia” e quella della Corte Costituzionale “diseducativa e disgustosa”. Gli hanno fanno eco tra i tanti Fabio Massimo Castaldo, 5 stelle vicepresidente del Parlamento europeo (“i mafiosi ringraziano”) e il presidente della commissione antimafia Nicola Morra che ha accusato la Corte (“l’Europa”) di “indifferenza per le mafie”. Tentennante ma comunque critico il segretario del PD Nicola Zingaretti (“una sentenza un po’ stravagante”) mentre Silvio Berlusconi è stato tra i pochi ad aver salutato con favore le due sentenze.

 

Critiche che inducono a maggiori riflessioni alla luce delle biografie dei loro autori, sono giunte anche dai magistrati antimafia Nino Di Matteo e Pietro Grasso, che hanno ricordato come l’abrogazione dell’ergastolo ostativo fosse proprio una delle pretese di Totò Riina per fermare le stragi. Persino un autorevole costituzionalista come Paolo Maddalena, vice-presidente emerito della Corte Costituzionale, ha criticato la sentenza della CEDU definendola “frutto di argomentazioni teoriche senza alcun rapporto con la realtà”. Avrebbe poco senso chiedersi solo da che parte stia la ragione, banalizzando così una questione complessa. Non è poi questa la sede per addentrarci in una dettagliata analisi giuridica delle due sentenze, compito arduo da riservare a costituzionalisti e penalisti.

 

Il proposito di queste righe è soltanto quello di chiarire quale sia la portata effettiva delle sentenze delle due Corti e soprattutto di interrogarsi sul perché abbiano attirato tante critiche nonostante si fondino su un principio fondamentale della nostra cultura giuridica: la funzione rieducativa della pena.

 

Cominciamo con il fare un passo indietro per meglio comprendere il contesto normativo in cui si collocano le due sentenze. La Convenzione EDU, che l’Italia ha sottoscritto, vieta ogni forma di pena o trattamento inumano o degradante (art. 3) mentre l’articolo 27 della Costituzione italiana afferma il principio fondamentale secondo cui le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Tuttavia, diversamente da altri paesi, l’ordinamento giuridico italiano contempla la pena dell’ergastolo. Ricordiamo che la Convenzione e la Costituzione, proprio perché affermano diritti e libertà fondamentali, sono norme gerarchicamente sovraordinate e quindi destinate a imporsi sulla legge ordinaria che prevede l’istituto dell’ergastolo.

 

Conciliare la funzione rieducativa della pena con l’esistenza di una detenzione destinata ad accompagnare il condannato fino ai suoi ultimi giorni non è cosa facile. Il concetto stesso di “rieducazione” implica che il reo, una volta scontata la propria pena, faccia ritorno alla società dalla quale si è allontanato compiendo il reato. Una detenzione senza fine, quale l’ergastolo, sarebbe quindi in palese contraddizione con la funzione rieducativa della pena affermata costituzionalmente. L’unico modo di conciliare questi due paradigmi apparentemente opposti consiste nel temperare il carattere perpetuo dell’ergastolo rendendolo “suscettibile di aperture progressive alla libertà”, per usare l’efficace espressione del prof. Francesco Palazzo. Seguendo questa logica, la Corte Costituzionale ha in passato ritenuto l’ergastolo compatibile con la Costituzione, a condizione che siano possibili quei benefici penitenziari grazie ai quali, di fatto, l’ergastolo cessa di essere una pena ad aeternum.

 

La legge italiana consente perciò agli ergastolani di buona condotta di beneficiare di riduzioni di pena e permessi premio e la possibilità di accedere a tali benefici è in un certo senso la garanzia della compatibilità dell’ergastolo con la nostra Costituzione. Se tale garanzia viene meno, la costituzionalità dell’ergastolo torna a essere oggetto di dibattito.

 

Le sentenze delle due Corti riguardano tuttavia un tipo particolare di ergastolo: l’ergastolo ostativo. Escludendo qualsiasi beneficio penitenziario anche al condannato di condotta esemplare ma non disposto a collaborare, l’istituto dell’ergastolo ostativo sembra difficilmente compatibile con il principio di rieducazione del reo. L’ergastolano ostativo può godere di benefici penitenziari solo e soltanto se collabora con la giustizia. Vi è quindi nell’ordinamento italiano un automatismo: all’assenza di collaborazione con la giustizia corrisponde necessariamente l’esclusione da ogni beneficio penitenziario, senza che il magistrato possa prendere in considerazione altri elementi circa il percorso rieducativo del reo. L’idea di fondo è che solo collaborando con la giustizia il reo possa dimostrare di aver intrapreso un percorso rieducativo. In realtà, come evidenziato da più parti, le cose stanno diversamente: spesso la mancata collaborazione è dovuta alla paura di ritorsioni o alla volontà di non nuocere ad altri.

 

L’istituto dell’ergastolo ostativo è invece indifferente a queste considerazioni e fa prevalere gli interessi dell’autorità giudiziaria inquirente sulla funzione rieducativa della pena. Citando di nuovo il prof. Palazzo, “il fondamento giustificativo della collaborazione come chiave di accesso ai “benefici” ha una doppia anima. Forse ancor prima di quella collegata alla rieducazione vi è più prosaicamente l’anima utilitaristica di spingere così il condannato – specie se intraneo ad organizzazioni criminose – a rendere più agevole e penetrante il compito investigativo delle autorità”.

 

È proprio questo automatismo tra la mancata collaborazione e l’esclusione dai benefici a rendere la norma incompatibile con la Convenzione EDU e la Costituzione italiana. Qui risiede il nucleo della questione e qui ha origine il grande equivoco sull’effettivo significato delle due sentenze. La CEDU e la Corte Costituzionale non privano l’autorità giudiziaria della facoltà di negare i benefici penitenziari ma, anzi, le restituiscono il suo ruolo. Eliminando l’automatismo introdotto dall’ergastolo ostativo, il magistrato di sorveglianza ritrova la propria funzione: esaminare caso per caso il percorso rieducativo del reo prendendo in considerazione tutti gli elementi e, tra essi, anche l’assenza di collaborazione con la giustizia.

 

Chiarito per sommi capi il significato delle due sentenze, è possibile concludere che tutte le critiche discendano dall’equivoco circa il loro effettivo significato? Certamente no. Il dibattito sull’ergastolo ostativo rinvia a un’altra questione, molto più profonda, che tocca l’essenza stessa del diritto penale. Nel discorso di chi ha accolto negativamente la giurisprudenza delle due Corti traspare a volte un’insofferenza verso l’applicazione rigorosa delle garanzie costituzionali anche a chi ha commesso i crimini più odiosi. Vi è l’idea che il terrorista o il mafioso, avendo rinnegato i valori dello Stato di diritto, non possa più beneficiare appieno delle garanzie che l’ordinamento riserva invece a tutti i cittadini. L’istituto dell’ergastolo ostativo ne è un esempio. Il magistrato di sorveglianza può decidere di concedere dei permessi agli ergastolani ordinari valutando il percorso rieducativo del reo. Non è così per gli ergastolani ostativi, categoria a parte destinata a un trattamento derogatorio:  l’automatismo descritto sopra.

 

L’idea che alcune categorie di criminali non debbano beneficiare di garanzie attenuate fa eco alla celebre teoria del “diritto penale del nemico”. In estrema sintesi, il “diritto penale del nemico”, da contrapporsi a quello del cittadino, è un regime derogatorio da riservare a chi, come mafiosi o terroristi, si pone “in antitesi rispetto ai fondamenti di una determinata comunità” (Bartoli, 2009) ed è quindi, in quanto “nemico”, meritevole di minori garanzie e tutele. Associare il regime dell’ergastolo ostativo alla teoria del diritto penale del nemico può sembrare azzardato. Eppure, ascoltando le parole dei difensori dell’ergastolo ostativo, ricorre l’idea che i mafiosi, avendo rinunciato ai valori della Costituzione ed essendo quindi “nemici” dello Stato di diritto, non possano godere fino in fondo dei diritti che la Carta garantisce invece a tutti i cittadini. È la concezione che emerge per esempio dal commento delle due sentenze dell’ex magistrato Gian Carlo Caselli, secondo cui “i mafiosi usano la Carta solo quando fa comodo. Come un paio di ciabatte.”

 

Le sentenze della CEDU e della Corte Costituzionale rifiutano quindi l’idea di un diritto penale del nemico e segnano una rivincita del principio costituzionale di rieducazione del reo su un regime emergenziale, motivato da circostanze storiche che sono forse venute meno. Marco Pannella, che nel 1981 propose un referendum per abolire l’ergastolo, avrebbe sicuramente festeggiato nel venire a conoscenza di queste sentenze.

 

 Immagine: Collegio 10032009 Crediti: Giuseppe Boscarino, licenza CC BY-NC-SA 2.0 via flickr.com

 

Bibliografia

 

R. Bartoli, “Il terrorista internazionale: criminale, nemico o nemico assoluto?”, in Quaderni Fiorentini, Vol. 38 (2009), p. 1747. Consultabile qui


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