08 gennaio 2020

Il messaggio del Presidente e l’Italia degli anni venti

di Giuseppe Grieco

Istituzioni

 

La sera del 31 dicembre il Capo dello Stato ha pronunciato a reti unificate il tradizionale messaggio di fine anno agli italiani – il quinto dal suo insediamento. Alcuni dei temi discussi dal presidente erano già presenti nei messaggi degli anni precedenti: la questione giovanile, il divario tra Nord e Sud, la disoccupazione, l’importanza della convivenza civile e del senso di comunità contro “l’odio come strumento di pratica politica”.

 

Quest’anno però il Presidente non si è limitato ad offrire “qualche considerazione sull’anno trascorso” indicando alcune questioni che nel sentire comune degli italiani sono avvertite come priorità da porre al centro dell’azione politica. Nel messaggio del 2019 il Presidente Mattarella ha adottato una prospettiva e un metodo diversi, facendo del discorso un contributo per pensare l’Italia del prossimo decennio.

 

“Si tratta, anche, di un’occasione per pensare – insieme - al domani. Per ampliare l’orizzonte delle nostre riflessioni; senza, naturalmente, trascurare il presente e i suoi problemi, ma anche rendendosi conto che il futuro, in realtà, è già cominciato”. 

 

In un paese restio a ragionare nei termini del lungo periodo e in cui la discussione politica è prigioniera della retorica, dello spirito di fazione e di interessi particolari di corto respiro, il messaggio del Presidente Mattarella ha offerto un invito a ragionare sull’interesse collettivo del Paese e a formulare una visione nazionale che consenta all’Italia di continuare a essere un attore protagonista in Europa e nel mondo.

 

Nel discorso, il Presidente ha suggerito un metodo, una cultura e un indirizzo politico per costruire l’Italia del domani e declinare l’interesse della comunità nazionale in accordo con le sfide del prossimo decennio. 

 

Il metodo è stato sintetizzato efficacemente dall’immagine dell’Italia dallo spazio mostrata in apertura. Provare a “guardare l’Italia dal di fuori, allargando lo sguardo oltre il consueto”, ha affermato Mattarella. Che significa non solo aver presente quanto la geografia e la storia abbiano plasmato l’identità italiana, facendo della penisola una terra di connessioni e scambi nel Mediterraneo, ponte tra Europa e Africa, Occidente e Oriente. Significa provare a ragionare del Paese nel suo insieme, individuando i pilastri civili su cui fondare una comunità di idee e sentimenti, un’idea condivisa e duratura dell’Italia al di là delle piccole polemiche politiche quotidiane. Coltivare quindi la consapevolezza di un’identità italiana come orizzonte di senso comune capace di unire i cittadini nello sforzo collettivo di costruzione – con “fiducia” e “speranza” – di “un futuro migliore”.

 

Un’identità che, in quanto “sinonimo di sapienza, genio, armonia, umanità”, sia fondata sulla piena consapevolezza di quanto la storia d’Italia sia il prodotto di un’esperienza unica di commistione e integrazione di una molteplicità di centri, culture e civiltà. Un’esperienza storica che oggi offre la possibilità di maturare una concezione positiva della nazionalità fondata sul demos e sulla cittadinanza repubblicana. Di una patria che “non disegni i confini di un’identità chiusa, esclusiva; ma che prenda valore proprio dalla consapevolezza della pluralità storica dei suoi volti” (Barberis, 2010: p.10).

 

E’ a partire da questa “immagine condivisa del passato italiano” (Galli della Loggia, 2010: p.160) – che non sempre è stato facile raggiungere – che nasce e matura un’etica civile, una cultura dell’appartenenza collettiva, ovvero una cultura dello Stato, delle sue istituzioni e dell’interesse generale. Ciò che il Capo dello Stato ha definito come la “cultura della responsabilità”, il “comune sentire della società”, un “autentico spirito repubblicano”.

 

Su questa etica condivisa della prevalenza della ragione pubblica sull’interesse privato, della dimensione statale e civica sulle appartenenze circoscritte, si regge la possibilità di costruire, “insieme” e con “atteggiamento di reciproca solidarietà”, un progetto che dia corpo alle “attese di tanti italiani”. Ovvero alle speranze, agli ideali, alla condivisione di gioie e dolori che alimentano la convivenza civile di un’autentica comunità nazionale.

 

Questa cultura dei doveri e della responsabilità, che a sua volta alimenta un “ethos diffuso di servizio allo Stato” (Galli della Loggia, p. 150), è la base insostituibile per plasmare un’idea di Paese e progettare le politiche che possano concretizzare quella visione. Troppo spesso, invece, in Italia una debole cultura dello Stato si è tradotta nel predominio della politica e della società sulla dimensione statale (“State-less society”, Cassese, 2011: p.82) e in una scarsa attenzione per la costruzione delle strutture amministrative dello Stato, per la formazione delle élite burocratiche, per la promozione del merito e della competenza, per la programmazione delle politiche pubbliche.

 

Ancor di più negli ultimi decenni di declino economico e di crisi del sistema partitico e politico, l’assenza nel dibattito pubblico di una pragmatica riflessione sul futuro del Paese ha mostrato quanto gli italiani – ed in particolare le classi dirigenti – abbiano smarrito il senso di comunità e la capacità di raccogliere l’Italia attorno ad un’idea di bene comune

 

Nel suo messaggio il Presidente Mattarella ha indicato tre tasselli fondamentali per immaginare il futuro dell’Italia e rilanciare un senso di comunità nel Paese: giovani, ricerca e cultura. I temi sono strettamente collegati. Il Presidente ha prima ricordato come sia necessario investire per offrire prospettive ai giovani in Italia ed “evitare l’esodo verso l’estero”, che ha ormai raggiunto dimensioni più che allarmanti. Poi, ha sottolineato quanto tra le “tessere preziose” che costituiscono una delle principali risorse del sistema-paese vi siano le università, i centri di ricerca e le istituzioni della cultura, “costellazione di luoghi del pensiero, dell’innovazione, della scienza”.

 

Giovani e Università costituiscono “un patrimonio inestimabile di idee e di energie per costruire il futuro” dell’Italia. Eppure lasciamo emigrare i primi alla ricerca di lavoro (negli ultimi 10 anni 250.000 italiani tra i 15 e i 34 anni hanno lasciato la penisola), mentre condanniamo l’Università a riduzioni dell’organico, chiusura di corsi di laurea e dipartimenti, precarizzazione della ricerca (l’Italia è quartultima in Europa per spesa pubblica in istruzione; dal 2008 ad oggi l’Università ha subito tagli superiori al miliardo). Inutile osservare che in un paese che destina meno dell’1% del PIL al sistema universitario (nel 2016 lo 0,89%), ben poche risorse possono essere investite in ricerca ed innovazione per preparare il Paese al mondo di domani.

 

Mentre il mondo “va avanti” – ha affermato di recente Federico Fubini – e affronta le trasformazioni tecnologiche già in corso, in Italia la classe politica è ancora “occupata dalle domande su come preservare il mondo di ieri”: banche da salvare, sussidi da distribuire, industrie e autostrade da rinazionalizzare. L’Italia accumula ritardi che difficilmente riuscirà a colmare, mentre la classe politica è guidata da un “puro istinto di sopravvivenza” e, incapace di elaborare alcun pensiero strategico, si rifugia nei miti di un passato da restaurare.

 

Pensare l’Italia del prossimo decennio significa quindi non solo ragionare sulle politiche di cui il Paese ha urgente bisogno, ma anche pensare a quali attori politici – quali cenacoli culturali e professionali, istituzioni, élite amministrative ed energie intellettuali – saranno in grado di guidare l’Italia oltre la strada della stagnazione e del declino imboccata da più di 30 anni. Ha scritto Guido Melis che “una classe dirigente non si forma per decreto” ma “ha basi profonde, radici antiche nella storia di un Paese” (Melis, 2019: p.105). Per formare un ceto dirigente all’altezza delle sfide che attendono l’Italia, sarà allora necessario uno sforzo culturale e politico di lungo periodo, ma soprattutto sarà determinante farlo a partire dalla condivisione di un’identità e di un progetto per l’Italia, “dalla speranza – per usare le parole di Luca Parmitano rilanciate dal Presidente – nella possibilità di avere sempre qualcosa da raggiungere”.

 

 

Immagine: Il Palazzo del Quirinale a Roma. Crediti: Wolfgang Moroder (wikipedia.org), CC BY 2.5

 

 

Per approfondire

 

Barberis Walter (2010), Il bisogno di patria, Torino: Einaudi

 

Cassese Sabino (2011), L’Italia: una società senza stato?, Bologna: Il Mulino

 

Galli Della Loggia Ernesto (2010), L’identità italiana, Bologna: Il Mulino

 

Graziano Manlio (2010), The failure of the Italian nationhood. The geopolitics of a troubled identity, New York: Palgrave Macmillan

 

Melis Guido (2019), “Come nasce una classe dirigente?”, Il Mulino 1/2019, pp. 105-111


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