18 giugno 2019

Il Parlamento Europeo dopo le elezioni: in bilico tra vecchi e nuovi equilibri

di Davide Sardo

 Istituzioni

 

A Bruxelles, i risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo dello scorso 26 maggio sono stati salutati con un sospiro di sollievo. Lo spauracchio dello sfondamento del blocco di estrema destra, agitato con intenti opposti tanto dai leader nazionalisti quanto da quelli delle tradizionali forze europeiste (in fondo piuttosto improbabile già alla vigilia del voto) non si è materializzato. Nonostante la pressione delle diverse crisi attualmente in corso, e l’approfondirsi delle fratture interne, l’Unione Europea esiste ancora, e per il momento resiste alle spinte disgregatrici.

 

Questo non significa, tuttavia, che il quadro post-elettorale sia sostanzialmente invariato rispetto alla precedente legislatura. I dati complessivi disegnano un Parlamento Europeo non certo trasfigurato rispetto a quello uscente, ma riflettono l’approfondimento di alcune tendenze, e l’emersione e la stabilizzazione di nuove polarizzazioni. Il dato più evidente, che appare ormai strutturale, è quello dell’erosione del consenso dei due principali gruppi parlamentari, quello socialista e democratico (S&D) e quello cristiano-democratico e conservatore (EPP), intorno ai quali avevano finora stabilmente ruotato tutte le dinamiche legislative e istituzionali a Strasburgo, e che per la prima volta non disporranno, sommati insieme, della maggioranza assoluta dei seggi.

 

Tale erosione è in parte compensata da un incremento dei seggi occupati da altre due forze tradizionalmente europeiste, i liberali e i verdi, che si affermano soprattutto negli Stati membri dell’Europa occidentale, e sembrano perciò destinati ad assumere un ruolo di maggior rilievo nella definizione degli orientamenti complessivi del Parlamento europeo. Si assottiglia, invece, il drappello dei deputati della sinistra euro-critica, mentre si infoltisce in modo comunque significativo la rappresentanza complessiva dei partiti appartenenti all’area della destra euro-scettica e illiberale. Nonostante lo smottamento, quindi, esiste ancora una larga maggioranza di forze a vario titolo ‘europeiste’, che consentirà l’ordinato funzionamento del complesso macchinario istituzionale.

 

A tale fondamentale considerazione pratica si collegano anche due elementi ulteriori, che rinforzano la percezione complessiva della resilienza dell’Unione. Il primo di questi elementi di riflessione precede la data del voto, e riguarda la risposta complessiva che le istituzioni dell’Unione hanno fornito alle intense sollecitazioni sperimentate negli ultimi anni. Al di là della valutazione sul merito dei risultati ottenuti, l’Unione si è dimostrata allo stesso tempo sufficientemente strutturata ed elastica da assorbire gli urti subiti e contenere le forze centrifughe che la hanno attraversata. L’esempio principale è ovviamente lo spettacolare fallimento dell’operazione Brexit , che sta producendo danni ingenti sul fronte britannico ma non sembra per ora avere scalfito il resto degli Stati membri.

 

Il secondo elemento è quello dell’affluenza alle urne, mai così alta negli ultimi 20 anni e in crescita di ben otto punti percentuali rispetto a cinque anni fa. L’aumento dell’affluenza non solo conferma e legittima la tenuta delle forze europeiste, ma rispecchia anche la progressiva penetrazione dei temi politici europei all’interno degli elettorati nazionali, al termine di una campagna elettorale nella quale tanto le forze ‘tradizionali’ quanto quelle ‘anti-sistema’ hanno fatto riferimento diretto alle istituzioni e alle politiche dell’Unione.

 

Sarebbe tuttavia fuorviante limitarsi a questa analisi e dedurre che i risultati delle elezioni confermano e legittimano lo status quo . In termini numerici, infatti, il risultato delle forze nazionaliste di destra, pur lontano da quanto auspicato (e in qualche caso millantato) dai leader dei partiti in questione durante la campagna elettorale, non è affatto trascurabile. La galassia nazionalista, infatti, sarà sparpagliata attraverso tutto il lato destro dell’emiciclo, dagli ungheresi di Fidesz , che siederanno nel gruppo ‘centrista’ dei popolari (EPP), fino agli italiani della Lega e ai francesi del Rassemblement National , che guideranno il rinnovato gruppo dell’estrema destra (Identità e Democrazia, già EFN). È difficile calcolare con precisione il peso parlamentare complessivo di queste forze, ma in termini generali si tratta ormai di un vero e proprio ‘polo’, dello stesso ordine di grandezza delle famiglie politiche tradizionali. Questo calcolo, tuttavia, non può non tenere in considerazione il fatto che tali forze si articoleranno in maniera disomogenea e senza un principio organizzativo o una piattaforma politica comune. E ciò non soltanto per gli ovvi risvolti pratici in termini di coerenza ed efficacia dell’azione politica, ma anche perché questa condizione non è che il riflesso istituzionale di un elemento strutturale difficilmente superabile, e cioè l’ovvia difficoltà delle forze nazionaliste a costruire alleanze sovranazionali stabili, fondate su considerazioni ideologiche o di rappresentanza socio-economica piuttosto che su provvisorie convergenze di interessi.

 

L’architettura istituzionale dell’Unione europea (a partire dallo stesso sistema di attribuzione dei seggi al Parlamento europeo) disegna un percorso tortuoso per la formazione dell’indirizzo politico, pieno di cuscinetti e contrappesi: per questa ragione, dinamiche sociali e spostamenti di consenso anche significativi vengono attutiti dal ‘sistema di guida’ dell’Unione, mettendola al riparo da brusche sterzate. Ciò significa, da un lato, che le correzioni di rotta possono essere impresse solo in maniera graduale; ma significa anche, dall’altro lato, che tali correzioni di rotta, una volta impresse, diventano difficili da invertire. Per questo, se è giusto prendere atto del fatto che i margini per il regolare funzionamento del Parlamento restano piuttosto larghi, non bisogna neppure sottovalutare la rilevanza dell’incremento del consenso delle forze della destra nazionalista e illiberale, seppure non ancora in grado di costruire un fronte compatto in seno alle istituzioni dell’Unione.

 

Specularmente all’aumento del peso complessivo dell’estrema destra i risultati delle elezioni registrano una complessiva riduzione della rappresentanza delle forze di sinistra. Oltre alla progressiva erosione del consenso dei partiti della famiglia dei socialisti europei, si segnala anche il risultato negativo dell’alleanza della sinistra europea, che perde un quarto dei seggi e accusa la simultanea sconfitta di alcune delle sue forze più rappresentative ( Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e La France Insoumise in Francia). Il risultato sembra certificare la ritirata dell’onda della sinistra ‘populista’ ed euro-critica, che si era affacciata cinque anni fa, e che a questa tornata appare invece soffocata elettoralmente sia dall’affermazione dell’egemonia del populismo di destra che dall’incremento dei consensi di forze centriste come i liberali e i verdi.

 

È in questo contesto che il Consiglio Europeo, ‘tenuto conto delle elezioni del Parlamento Europeo’ a norma dell’articolo 17 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), dovrà proporre al Parlamento stesso un candidato per la presidenza della Commissione. La partita si giocherà già a partire dal prossimo Consiglio Europeo del 20-21 giugno, e richiederà il delicato bilanciamento di polarizzazioni e interessi molteplici, situati su piani diversi e tra di loro variamente intersecati. Oltre ai cleavages che attraversano lo spettro politico (destra/sinistra, pro/anti-integrazione, società aperta/populismo illiberale), vanno prese in considerazione infatti anche le alleanze e i rapporti di forza tra gli Stati membri, oltre alle dinamiche istituzionali (rapporti tra Unione e Stati membri e rapporti tra diverse istituzioni dell’Unione), fino alle caratteristiche individuali (storia politica, profilo personale e professionale, alleanze e reti personali, genere) dei singoli candidati. La materia è ulteriormente complicata dal contemporaneo rinnovo delle altre principali cariche dell’Unione, e in particolare del Presidente del Parlamento Europeo, del Presidente del Consiglio Europeo e dell’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione. In autunno, inoltre, il Consiglio Europeo eleggerà il nuovo presidente della Banca Centrale Europea (BCE): si tratta di un organo formalmente indipendente dalle altre istituzioni dell’Unione, ma l’assegnazione di una poltrona così importante sarà fin da subito al centro della partita.

 

Cinque anni fa il Parlamento Europeo riuscì a ritagliarsi un ruolo rilevante in questo intricato processo, imponendo al Consiglio Europeo la nomina del candidato di punta ( Spitzenkandidat ) del gruppo di maggioranza relativa (in quel caso Jean-Claude Juncker, EPP) a presidente della Commissione. Ciò avvenne sulla base dell’accordo tra i due principali gruppi parlamentari (i socialisti e, appunto, i popolari), che potevano contare congiuntamente su una maggioranza assoluta di seggi che oggi hanno perso. Inoltre, tra gli oppositori del meccanismo degli Spitzenkandidaten si trova da sempre il presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron, giocatore centrale sia al Consiglio Europeo che al Parlamento, dove Renaissance è stata protagonista dell’aumento dei seggi del nuovo gruppo dei liberali ( Renew Europe , già ALDE) stavolta decisivi e ovviamente interessati a non essere tagliati fuori dai giochi.

 

Le candidature anticipate alla presidenza della Commissione si presentavano in effetti già cinque anni fa come un meccanismo poco adatto a ricomprendere l’articolazione multidimensionale delle polarizzazioni interne alle istituzioni europee, e il loro abbandono andrebbe pertanto accettato come una naturale presa d’atto di tale inadeguatezza. Tuttavia, l’esperienza della scorsa legislatura aveva prodotto un significativo (seppur limitato) passo in avanti per quanto riguarda la politicizzazione delle dinamiche di formazione dell’indirizzo politico dell’Unione, mentre l’abbandono della procedura in favore non di una più compiuta parlamentarizzazione del processo, ma di un mero ritorno all’antico, non farebbe altro che riattrarre nel meccanismo intergovernativo quello spicchio di potere che il Parlamento Europeo aveva faticosamente reclamato. Così, più in generale, la formazione di un parlamento più articolato e frammentato rispetto al passato potrebbe costituire una sfida interessante per una accresciuta politicizzazione delle dinamiche al suo interno, ma rischia allo stesso tempo di indebolire ulteriormente l’istituzione nel suo complesso, abbandonando il terreno delle scelte strategiche agli equilibri tra gli Stati membri, e accelerando quelle dinamiche centrifughe che mettono in pericolo la sopravvivenza stessa dell’Unione.

 

Immagine: Allegoria del voto europeo. Crediti: altraeta.it. Licenza Creative Commons: Pubblico dominio

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