20 aprile 2019

La scienza è compatibile con le esigenze della democrazia?

di Dario Cecchini

 Istituzioni

 

Recensione a Barrotta, P. (2016), Scienza e democrazia: verità, fatti e valori in una prospettiva pragmatista, Carocci editore

 

Scienza e democrazia sono i due pilastri della civiltà occidentale. Entrambe con aspirazioni universali, nel corso della storia dell’Occidente hanno avuto una proficua influenza l’una sull’altra: da una parte il metodo scientifico si è imposto come il più efficace per l’arricchimento di conoscenze di una democrazia, dall’altra l’apertura e il pluralismo delle società democratiche si sono rivelate estremamente feconde per la diffusione e l’accrescimento della ricerca scientifica. Dato il loro indissolubile intreccio, la compatibilità tra scienza e democrazia non sembrerebbe essere in discussione.

 

Naturalmente le cose sono molto più complicate di come potrebbero sembrare. Una prima complicazione risiede nel fatto che la crescente specializzazione nel campo della scienza le ha impedito di rimanere un sapere “alla portata di tutti”, contrariamente alle aspirazioni di uguaglianza delle società democratiche. Un’altra immediata complicazione nel rapporto tra scienza e democrazia  è che la radice stessa del metodo scientifico appare antidemocratica: fra le tante opinioni, l’unica scientificamente valida è quella confermata dai fatti. Anche in tal caso, sembrerebbe che i valori epistemici della scienza cozzino contro i valori pratici della democrazia. Tale conflitto ha portato, oggi, da un lato ad una crescente diffidenza di una parte della società verso il metodo ed i risultati della scienza, dall’altro ad una chiusura della comunità scientifica verso tentativi – o presunti tali – di “democratizzazione della scienza”. Per queste ed altre ragioni il tema della compatibilità tra scienza e democrazia è di stringente attualità. A livello filosofico, ciò che occorre è una chiarificazione concettuale di quali siano le aspirazioni ultime di scienza e democrazia e di quali valori condividano. A tal scopo è essenziale chiarire il rapporto tra dati di fatto e valori : in che misura i secondi sono necessari per la selezione dei primi e per la ricerca della verità? Le credenze che riguardano punti di vista assiologici sono confermabili attraverso l’accertamento di dati di fatto?

 

Le questioni filosofiche appena esposte sono affrontate di petto dall’ultimo libro di Pierluigi Barrotta, Scienza e democrazia: verità, fatti e valori in una prospettiva pragmatista . La tesi sostenuta dall’autore è chiara sin dalla prefazione: in una società democratica, scienziati e cittadini fanno parte di un’unica comunità che ha come scopo la ricerca della verità e che condivide determinati valori. È la community of inquiry di John Dewey, al quale Barrotta è dichiaratamente debitore.

 

La posizione che Barrotta intende argomentare è in controcorrente rispetto sia ad una recente tendenza nell’opinione pubblica volta a dichiarare orgogliosamente la scienza come “antidemocratica”, in difesa della sua autonomia, sia ad una radicata intuizione filosofica che vede la scienza e la società come due blocchi nettamente separati (“la teoria del confine”). Secondo quest’ultima la scienza si occuperebbe esclusivamente di accrescere la conoscenza dell’uomo, mentre la società si limiterebbe all’uso e all’applicazione di siffatta conoscenza per perseguire determinate finalità. La scelta di tali finalità non competerebbe alla scienza, ma riguarderebbe esclusivamente la sfera sociale.

 

L’autore rifiuta sin dalla radice questo tipo di intuizione attraverso una concezione pragmatista deweyana della scienza e al contempo della democrazia. Secondo tale approccio, in primo luogo la ricerca scientifica è essenzialmente una prassi sociale che mira allo scioglimento del dubbio che, in situazioni problematiche, paralizza l’azione umana. Per tale fine è sì necessaria un’osservazione imparziale e rigorosa dei dati di fatto, ma allo stesso tempo sono indispensabili anche determinate finalità pratiche e valori, coessenziali all’analisi dei fatti nella ricerca scientifica. In secondo luogo, l’idea di democrazia che l’autore intende sostenere non è proceduralista , bensì perfezionista. La seconda – a differenza della prima che accetta le preferenze e le visioni del mondo dei cittadini come dato iniziale e si propone di individuare le corrette procedure non violente per giungere alle migliori decisioni politiche – presuppone un certo tipo antropologico : il cittadino educato al metodo scientifico. Secondo la concezione perfezionista, una società democratica dovrebbe coltivare nei cittadini le virtù proprie della mentalità scientifica, ad esempio l’atteggiamento critico, l’esercizio del dubbio, l’accertamento delle credenze attraverso l’esperienza, la discussione aperta e pacifica delle idee. Anche la società democratica – come la comunità scientifica – secondo tale ottica, si può considerare un certo tipo di ricerca che aspira alla verità.

 

L’autore non intende negare la distinzione – di buon senso – tra coloro che specificamente si occupano di far progredire la ricerca (gli scienziati) e coloro che usufruiscono delle conoscenze acquisite perseguendo finalità più strettamente pratiche (i semplici cittadini); vuole, piuttosto, porre le due attività distinte su un terreno comune (per la precisione, un’unica comunità di ricerca), rifiutando concezioni dicotomiche. C’è infatti un senso più ampio, pragmatico, di “verità” (in slogan: “vera è quella credenza che risolve una situazione problematica e che non dà luogo a nuovi dubbi”) e di “ricerca” che comprende tanto le aspirazioni delle attività strettamente scientifiche quanto quelle sociali, tanto il significato degli enunciati puramente fattuali quanto quello degli enunciati comprendenti valori morali. Il risultato è una concezione non unidirezionale (dalla prima alla seconda, o viceversa), bensì bidirezionale o transazionale del rapporto tra scienza e società: vi è una reciproca – e niente affatto banale – influenza tra i due ambiti, nella ricerca della verità.

 

Come detto, la teoria del confine (o dei blocchi separati) è ben radicata in ambito filosofico e perciò la tesi appena esposta richiede una non banale difesa da numerose obiezioni, alle quali Barrotta risponde in modo brillante ed esauriente. Fra queste, una delle più importanti riguarda il tema dell’ oggettività : se i valori morali e le finalità pratiche entrano a far parte dell’indagine scientifica, non viene meno l’oggettività della scienza? D’altronde, alla ricerca si richiede un’assoluta imparzialità nelle decisioni che dovrebbero basarsi sull’accertamento di puri dati di fatto. I valori morali rischierebbero di inquinare l’oggettività dei risultati della ricerca. Barrotta risponde affermando che “La scienza è ad un tempo oggettiva e carica di valori morali”; anche qui per “oggettività” si intende qualcosa di più ampio che la semplice rappresentazione fedele del mondo: oggettivo è qualcosa che ha a che fare con una situazione reale da risolvere e che viene confermato dall’esperienza.

 

In primo luogo – argomenta Barrotta – la dicotomia tra fatti e valori è una falsa dicotomia (Putnam 2002) : coloro che la ritengono tale (i sostenitori della “ghigliottina di Hume”) ignorano che una parte del linguaggio scientifico è un intreccio di fatti e valori; ci sono dei concetti scientifici “spessi”, come ad esempio “benessere” in ambito economico o “biodiversità” nelle scienze naturali, nei quali non solo vi è un fattore valutativo inscindibile dall’aspetto descrittivo, ma l’aspetto assiologico stesso risulta decisivo per le misurazioni dei dati nelle rispettive teorie. In secondo luogo, i valori – morali e cognitivi – svolgono un ruolo decisivo nella selezione delle teorie scientifiche. Ad esempio, è un’idea abbastanza affermata in filosofia della scienza che lo scienziato, a parità di evidenza empirica, si lascia guidare, nella selezione delle ipotesi, da valori epistemici come la semplicità o la fecondità euristica. Anche i valori morali – come mostra Barrotta attraverso i dettagliati esempi storici sul dibattito sul cambiamento climatico e sul disastro del Vajont nel 1963 – talvolta possono fungere da guida indispensabile per le previsioni scientifiche; questo perché è nella natura induttiva della scienza il prendere decisioni “rischiose”, ossia stabilire quando un’evidenza è abbastanza forte da comportare l’accettazione di un’ipotesi. Per una tale decisione sarà fondamentale stabilire certi fini e ponderare le conseguenze più rilevanti (nel senso assiologico del termine) dell’accettazione o del rigetto di un’ipotesi.

 

Un’altra obiezione degna di nota che l’autore prende in considerazione riguarda la questione dell’autonomia della scienza, la quale può apparire come compromessa una volta assunta la tesi della commistione tra comunità scientifica e società, fatti e valori. Uno scienziato non dovrebbe essere responsabile esclusivamente della ricerca incondizionata della verità? Non dovrebbe perseguire essa indipendentemente dalle conseguenza sociali che una teoria può comportare? Anche in questo caso Barrotta ribalta il punto di vista tradizionale: la scienza è autonoma, proprio in quanto prassi sociale soggetta a fini e valori morali; la responsabilità dello scienziato di fronte a certi valori morali, lungi dall’essere un limite, è la fonte stessa della sua autonomia.

 

Appurato che una teoria scientifica è doppiamente imprevedibile – in primo luogo per le conseguenze concettuali della ricerca e in secondo luogo per le conseguenze dell’uso tecnologico che essa può comportare – sono pur possibili alcune anticipazioni ragionate su di essa: ad esempio, un fisico nucleare, sulla base di certi eventi avvenuti nel passato, non potrà far a meno di domandarsi se la teoria su cui sta lavorando non possa essere impiegata per la costruzione di armi di massa. Più gli scienziati cedono a entità esterne questo tipo di interrogativi, rinunciando alla propria responsabilità in favore di comitati etici con lo scopo di controllare la ricerca, più perdono autonomia. Il fatto che vi siano certi valori – ovviamente conformi alla natura democratica della mentalità scientifica – connaturati all’idea stessa di ricerca non lenisce in alcun modo la sua autonomia, bensì la rafforza.

 

L’ultima obiezione che vale la pena riportare concerne il tema del “gap cognitivo” creatosi tra scienziati e semplici cittadini: come accennato, al giorno d’oggi la specializzazione della scienza è giunta ad un livello tale che è impossibile per i non scienziati partecipare (e comprendere) alle decisioni in ambito di ricerca. Ciò non va forse contro alla tesi dell’unica comunità di ricerca della società democratica? Non esattamente, perché, pur accettando un’ovvia distinzione di ruoli e professioni che pongono una certa distanza tra “esperti” e non, ciò che richiede una società democratica è la diffusione di una mentalità critica tipicamente scientifica, non necessariamente di specifiche conoscenze; il che, tradotto in termini pratici, vuol dire che un cittadino non esperto, se informato sul caso ed educato secondo tale mentalità, sarà sempre in grado farsi un’opinione sulle conseguenze pratiche in gioco in alcuni dibattiti all’interno della comunità scientifica, così come sarà in grado di prendere posizione netta in discussioni in cui la bilancia della scientificità pende nettamente da una sola parte (vedi ad esempio i recenti casi “Stamina” o “no vax”).

 

Non è tuttavia da trascurare il problema di comunicazione degli scienziati esperti nei confronti del resto della società. Se si trattasse esclusivamente di un problema di comunicazione, non dovrebbe destare particolari problemi da un punto di vista filosofico; ma ciò che preoccupa forse – se mi è permesso avanzare questo dubbio – è quanto sia radicata antropologicamente la mentalità scientifica nell’essere umano, quanta difficoltà sia insita negli esseri umani a ragionare criticamente, ad assimilare certi risultati controintuivi della scienza. Basti pensare, ad esempio, alla resistenza che hanno gli agenti a ragionare e scegliere probabilisticamente, oppure alla facilità con cui commettono fallacie argomentative che non sarebbero ammissibili per una mentalità scientifica. Quest’ultima sarebbe un’obiezione filosofica alla tesi deweyana della community of inquiry, che è una tesi sì normativa, ma al contempo descrittiva perché apertamente fondata su certe basi antropologiche. A mio modo di vedere, non è difficile trovare esempi storici che evidenzino un progressivo allontanamento dal modo di procedere della ricerca scientifica dall’intuitivo modo di pensare del cittadino comune.

 

Ad un lettore seppur fiducioso sul rapporto tra scienza e democrazia non può che permanere tale dubbio al termine del libro di Barrotta, che comunque si fa molto apprezzare nel modo in cui coniuga il rigore dell’argomentazione filosofica con un’esposizione accessibile anche per i non addetti, così come i temi classici della filosofia della scienza del Novecento con degli approfonditi esempi storici.

 

Immagine: Fotogramma dal film Metropolis (F. Lang, 1927) . Crediti: timelessbeaty.it.

 

Bibliografia

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Putnam Hilary (2002), The Collapse of the Fact/Value Dichotomy and Other Essays , Harvard University Press, Cambridge (MA) (trad. it. Fatto/Valore: fine di una dicotomia , Fazi, Roma 2004).


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