17 giugno 2020

Uguaglianza e democrazia: la lezione di Dewey

Pensiero politico

 

Recensione a Jackson, J. (2019), Equality Beyond Debate. John Dewey’s Pragmatic Idea of Democracy, Cambridge University Press: Cambridge.

 

La democrazia non è affatto un concetto scontato, come spesso si è abituati a ritenere. E chiunque desideri introdursi alla filosofia politica in maniera adeguata, presto o tardi, non potrà fare a meno di rivolgere la sua attenzione alle diverse sfaccettature del pensiero democratico. Al giorno d’oggi, le concezioni più autorevoli e diffuse della democrazia sono due: quella della democrazia deliberativa e quella della democrazia agonistica. Nel primo caso, un dibattito politico può dirsi democratico solo nella misura in cui i risultati che ne conseguono siano basati su ragioni che tutti i soggetti coinvolti possono condividere; nel secondo caso, invece, la democrazia è associata a una contesa in cui nessuno dei partecipanti è alla ricerca di una decisione politica universalmente accettabile. In altre parole, mentre i fautori della democrazia deliberativa ritengono che la suddetta forma di governo possa darsi come tale nel solo caso in cui diversi punti di vista politici interagiscano in un modo che consente di ottenere risultati condivisibili, i campioni della democrazia agonistica riconoscono, come requisito necessario di una vera democrazia, la qualità esclusiva di ogni decisione politica. Ma come vedremo, già Dewey – noto pensatore americano di inizio ‘900 – aveva sottolineato come queste condizioni non fossero affatto sufficienti per l’esercizio della democrazia: infatti, affinché una simile forma di governo possa darsi, è necessario che il suo compimento avvenga anche nell’ordine sociale, oltre che nell’ordine politico.

 

Ora, è proprio contro queste due visioni della democrazia che si scaglia Jeff Jackson (ricercatore all'Università di Chicago) nel suo primo libro, Equality Beyond Debate. John Dewey’s Pragmatic Idea of Democracy. A suo avviso, infatti, problemi sociali come la povertà, il razzismo sistemico e il sessismo non possono essere affrontati opportunamente all’interno del dibattito politico così come esso viene descritto dal pensiero democratico contemporaneo. Per quale motivo? L’autore risponde a questa domanda più volte nel corso del libro, e quasi sempre attraverso un esempio illuminante: quello del cospicuo intervento dei fratelli Koch – miliardari americani, proprietari del conglomerato industriale Koch Industries – nella lotta politica per i diritti di contrattazione collettiva in Wisconsin. Vediamo dunque di ripercorrerne le direttrici fondamentali, per comprendere più chiaramente la tesi di Jackson. Nel 2011, poco dopo esser stato eletto governatore dello Stato, il repubblicano Scott Walker iniziò a prendere di mira i diritti di contrattazione collettiva dei lavoratori del settore pubblico. Egli riteneva che questo fosse un passo necessario per diminuire il deficit di bilancio, deficit che si era tuttavia aggravato in seguito alla decisione dello stesso Walker di tagliare le tasse in maniera tale da avvantaggiare significativamente le famiglie più ricche dello Stato. I fratelli Koch, dal canto loro, erano fortemente interessati a un eventuale indebolimento delle strutture sindacali, essendo proprietari di varie imprese all’interno dello Stato e avendo più volte licenziato i propri lavoratori al fine di aumentare i profitti. Per raggiungere il loro obiettivo, iniziarono a sostenere con forza la posizione del governatore, creando un sito web, investendo grandi somme di denaro in annunci televisivi e organizzando raduni di manifestanti in suo favore. In tal modo, il governatore Walker e i fratelli Koch riuscirono nell’intento di promuovere l’idea di un legame fra il deficit e i diritti di contrattazione collettiva. Come giustamente sottolinea Jackson, siamo di fronte al tentativo assai ben riuscito, da parte di interessi commerciali eccezionalmente potenti, di influenzare l’opinione pubblica e il discorso politico. Inoltre, stando alla sua opinione, né la democrazia deliberativa né la democrazia agonistica potrebbero fornire strumenti utili a svelare una simile mistificazione della realtà: queste due concezioni, infatti, data la loro natura, non potrebbero far altro che limitarsi a pretendere un miglioramento della qualità del dibattito, senza riuscire minimamente a scalfire l’evidente disuguaglianza sociale che lo caratterizza. Insomma, ancor prima di rivendicare l’esigenza di un rasserenamento della forma della discussione, sarebbe necessario, secondo l’autore, domandarsi per quale motivo individui come i fratelli Koch possano influenzare le politiche pubbliche a tal punto da incidere sulla qualità di vita dei singoli cittadini. In questo senso, un processo democratico può dirsi veramente tale, ritiene Jackson, solo nel caso in cui si proponga di fronteggiare la disuguaglianza sociale come suo essenziale presupposto. Dunque, «quando i sostenitori della democrazia deliberativa e della democrazia agonistica concentrano i loro sforzi intellettuali sulla definizione delle condizioni che rendono democratico un dibattito politico, dimenticano di occuparsi proprio di quelle sfide che impediscono di poter davvero parlare di democrazia» (Jackson, 2019: p. 2).

 

Ed è qui che entra in gioco la figura di Dewey, accanito sostenitore di una forma di democrazia partecipativa che  prendesse realmente sul serio le disuguaglianze sociali. Come Jackson, anche Dewey ritiene che la disuguaglianza sociale si configuri come uno degli ostacoli più pressanti al progressivo sviluppo della democrazia, ed è per questo che lo stesso Jackson, nonostante le ovvie differenze contestuali, sostiene che il pensiero di Dewey possa contribuire alla risoluzione di un simile problema. Nondimeno, per comprendere l’idea deweyana di democrazia è necessario far cenno alla sua natura pragmatista. Infatti, assieme a Peirce e James, Dewey è considerato uno dei fondatori del pragmatismo classico americano, corrente filosofica la cui tesi di fondo può essere sintetizzata dalla formula seguente: «ciò che ci guida veramente è vero, e la capacità dimostrata di guidarci è appunto ciò che si intende con verità» (Dewey, 2008: p. 121). In breve, il pragmatismo di Dewey rifiuta l’idea che esistano idee o principi eternamente veri, affermando piuttosto che idee e principi acquisiscono una verità provvisoria solo quando possono essere messi in pratica nelle situazioni che gli individui si trovano a dover affrontare. Più precisamente, non si danno affatto principi che possano essere considerati veri a priori, ma un dato principio può divenire vero nel caso in cui contribuisca a una riorganizzazione dell’esperienza tale da eliminare proprio quelle difficoltà che hanno dato avvio al processo di risoluzione. Da questo punto di vista, se un’istituzione democratica possa realmente dirsi democratica non dipende certo dalla buona qualità del dibattito politico che essa potrebbe riuscire a garantire, ma dalla sua idoneità rispetto alle problematiche che la affliggono. E ciò significa che istituzioni democratiche del passato potrebbero non esser più considerate tali in futuro, al mutare delle condizioni di partenza. Secondo Dewey, allora, la democrazia non si configura come uno stato definitivo, conclusivo, ma come un cammino in continua realizzazione: «in questo senso, la democrazia non è un fatto e non lo sarà mai» (Dewey, 1927: p. 148). Quindi, associando la democrazia a quelle azioni che mirano a superare le disuguaglianze sociali, il filosofo americano non fa altro che segnalare l’ostacolo più assillante sulla strada dell’ulteriore sviluppo delle istituzioni democratiche.

 

Insomma, come più volte ha ribadito lo stesso Dewey, la democrazia è definita dalla misura in cui gli individui possono esercitare un controllo sulla propria vita, così che il progresso delle istituzioni democratiche dipende strettamente dall’attuazione di misure volte a migliorare la condizione degli individui stessi. Infatti, nonostante ogni individuo si configuri come un’entità unica, non esistono individui che possano costituirsi come tali in completa separazione dalle relazioni e dalle istituzioni sociali. Se la società è quindi caratterizzata da povertà, razzismo sistemico e altre forme di disuguaglianza strutturale, essa non farà che ostacolare l’autogoverno di molti individui, i quali non saranno in grado di isolarsi dagli effetti nefasti di simili problematiche. In tal senso, la domanda che dobbiamo porci è: «quale reazione suscita questo ordinamento sociale, politico, o economico, e quale effetto ha sulle inclinazioni di quelli che vi partecipano? Libera le loro capacità, e fino a che punto? Tra pochi, scoraggiandole in pari misura tra gli altri, oppure in maniera estesa ed equa?» (Dewey, 2008: p. 147). Ed è appunto per questo, come sottolinea Jackson, che solo quelle misure che sono volte al contrasto della disuguaglianza sociale possono creare le condizioni per un buon autogoverno degli individui che compongono la società. Di nuovo, «la teoria di Dewey non prevede che sia sufficiente un buon dibattito politico per raggiungere la democrazia» (Jackson, 2019: p. 212). Sfortunatamente, nonostante la perizia più volte dimostrata nel corso del libro, Jackson dimentica di evidenziare con sufficiente chiarezza come la denuncia deweyana delle istituzioni democratiche fosse volta semplicemente al perseguimento di una loro maggior equità. In questo modo, l’autore lascia spazio a un’interpretazione socialista del pensiero di Dewey, un’interpretazione che tuttavia, alla luce dell’opera del filosofo americano, non può essere accettata. In definitiva, l’intento di Jackson è quello di utilizzare la figura di Dewey per presentare le caratteristiche fondamentali di una democrazia che abbia come scopo principale, quello di «teorizzare il processo di superamento delle disuguaglianze sociali» (Jackson, 2019: p. 196). Perché la cura per i mali della democrazia non è certo più democrazia, «se con questo s’intende semplicemente la necessità di raffinare i meccanismi istituzionali esistenti» (Dewey, 1927: p. 143).

 

Immagine: United States House of Representatives Chamber. Credits: Speaker Paul Ryan. Immagine di pubblico dominio.

 

Bibliografia

Dewey, J. (1927), The Public and Its Problems, Henry Holt and Company: New York.

Dewey, J. (2008), Rifare la filosofia, Donzelli Editore: Roma.

Jackson, J. (2019), Equality Beyond Debate. John Dewey’s Pragmatic Idea of Democracy, Cambridge University Press: Cambridge.

 


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