6 marzo 2020

Sovranità e libertà: i 350 anni del Trattato teologico-politico

Pensiero politico

 

«Spinoza sarà venerato finchè ci saranno uomini in grado di apprezzare la scritta incisa sul sigillo del suo anello (“caute”), oppure, per dirla con parole più dirette, finchè ci saranno uomini che afferrino il significato della parola “indipendenza”» (Strauss, 2016: p. 89): con queste parole Leo Strauss esprimeva il senso profondo del testamento spirituale di Baruch Spinoza. A 350 anni dalla pubblicazione del Trattato teologico politico, opera densa, ma anche libro «pernicioso e detestabile» - stando al giudizio che ne dette Bayle - pare non solo doveroso ma anche auspicabile rispolverare la lezione di uno dei maggiori esponenti del «partito della libertà», come Spinoza stesso amava definirsi.

La difficoltà, ma al contempo l’interesse, della teoria politica esposta nel Trattato risiede infatti, ieri come oggi, nella dialettica tra nozioni apparentemente incompatibili e che non hanno smesso di essere avvertite come tali: centrale è, infatti, la tensione che si instaura tra diritto sovrano e libertà di pensiero.

All’interno del paradigma politico spinoziano, la rivendicazione della libertà di pensiero si pone come inevitabile a partire sia dalle leggi della natura umana, sia dalla modalità di costituzione dello Stato che il Trattato del 1670 ampiamente espone.

La genesi dell’ordinamento statale, almeno se ci si attiene al solo Trattato teologico politico, rientra nel modello contrattualista: «se il diritto naturale è determinato dalla sola potenza di ciascuno, ne segue che, quanto uno trasferisce, spontaneamente o per forza, della propria potenza, altrettanto gli cede necessariamente del proprio diritto; e colui che detiene il pieno potere di costringere tutti con la forza […] ha il supremo diritto su tutti» (Spinoza, 2007: p. 382). Tuttavia, l’impianto costruito da Spinoza identifica il diritto naturale di ciascuno con la potenza in atto di ciascun individuo che si dispiega proprio nell’arco dell’esistenza di quest’ultimo. Una cessione totale del proprio diritto individuale da parte di un individuo gli procurerebbe, allora, un assurdo disumanizzarsi: «nessuno, infatti, potrà mai trasferire ad altri il proprio potere né, di conseguenza, il proprio diritto fino al punto da cessare di essere un uomo» (Spinoza, 2007: p. 412). Sarebbe, allora, quasi una follia pretendere un completo e irrevocabile assoggettamento dell’individuo al potere sovrano: assoggettare ciò che per sua stessa conformazione non può essere assoggettato, perché corrispondente alla pura potenza in atto, significherebbe agire contro le leggi della natura.

 

È anzi interesse di ogni ordinamento politico concedere agli individui la massima libertà di pensare e di esprimere le proprie opinioni al fine di assicurare la sua stessa stabilità.

Garantire ai cittadini di uno Stato la libertà di pensiero non inficia in nessun modo la sovranità di quest’ultimo; Spinoza, infatti, non intende mettere in discussione il potere sovrano, ma senz’altro ne limita le prerogative basandosi sull’imprescindibile distinzione tra pensieri e parole, da un lato, e azioni dall’altro: «è soltanto al diritto di agire di proprio arbitrio che ciascuno rinunciò e non a quello di ragionare e di giudicare; e perciò mentre nessuno può agire contro il decreto delle sovrane potestà, è lecito comunque a ognuno, senza lederne il diritto, pensare e giudicare, e quindi anche parlare, contro il loro decreto» (Spinoza, 2007: pp. 482-483). La limitazione della sfera di competenza del potere al giudizio delle sole azioni compiute dai cittadini rappresenta, senza dubbio, una delle linee di demarcazione più nette tra la dottrina politica di Spinoza e quella di Hobbes: quest’ultimo, infatti, considerava le opinioni e le parole potenziali forze sovversive e da ciò derivava la necessità di connettere «con la sovranità il giudicare quali opinioni e quali dottrine sono avverse e quali favorevoli alla pace» (Hobbes, 2018: p. 189). Spinoza, al contrario, ampliando i confini della libertà di ciascuno si pone su un altro piano della questione, posizione, questa, che merita di essere indagata in dettaglio. La separazione che egli realizza non è semplicemente quella «tra privato e pubblico, tra due sfere che non interferiscono tra loro, ma si garantiscono a vicenda» (Balibar, 1996, p. 41), ma è una tesi, in parte più forte e arrischiata, ma senz’altro più originale: per Spinoza, sovranità dello Stato e libertà individuale non vanno separate, né conciliate; queste, banalmente, non si contraddicono e l’unica antinomia consisterebbe nella loro eventuale opposizione. L’ipotesi di conflitto tra queste due istanze si darebbe solo nel caso di un ordinamento statuale che avesse perso di vista il vero scopo della comunità politica ovvero la pace interna, la concordia e la libertà stessa dei suoi cittadini. «Ma supponiamo che questa libertà si possa reprimere e che gli uomini si possano dominare al punto che non osino di proferir parola che non sia conforme alle prescrizioni della suprema potestà» (Spinoza, 2007: p. 485), una simile pratica coattiva del potere condurrebbe alla rovina lo Stato e non perché immorale, quanto perché effettivamente insostenibile. «Gli uomini sono per lo più così fatti, che nulla tollerano quanto il veder tacciate di criminose le opinioni che credono vere […] Tali essendo dunque le condizioni della natura umana, ne segue che le leggi che si fanno intorno alle opinioni, […] non possono essere mantenute se non con grave pericolo per lo Stato» (Spinoza, 2007: p. 485); di conseguenza, un ordinamento politico che volesse mantenersi stabile e duraturo non potrà non considerare che maggiore è la coercizione esercitata sulla libertà individuale, maggiore sarà la violenza della reazione. Se si costringe qualcuno ad omologare la propria opinione a quella del potere sovrano, la forza produttiva del suo pensiero diventerà forza distruttiva che si riverserà nell’ambito della società.

 

«Il fine ultimo dello Stato non è quello di dominare gli uomini né di costringerli col timore e sottometterli al diritto altrui; ma, al contrario, di liberare ciascuno dal timore, affinchè possa vivere, per quanto è possibile, in sicurezza, e cioè affinchè possa godere nel miglior modo del proprio naturale diritto di vivere e di agire senza danno né suo né di altri»: il fine dell’ordinamento politico è, quindi, in ultima istanza, la libertà. Tuttavia, al fine di evitare facili fraintendimenti, è bene mettere in evidenza la radicale alterità del significato del termine libertà in questo contesto, rispetto al senso che esso assume nel V libro dell’Ethica. Lo Stato, infatti, non deve portare a compimento, supplendo l’individuo, la liberazione dalle passioni: tale percorso, infatti, è strettamente personale e la sfera di competenza dell’ordinamento politico non si espande fino a comprenderla; come scrive Paolo Cristofolini «uomo libero significa riscatto, esempio e punto di riferimento per quanti in quella poltiglia soffrono, ma hanno bisogno di un aiuto, di una spinta morale per trarsene fuori» (Cristofolini, 2007: p. 13) ed è ovvio che una simile emancipazione spirituale non possa essere delegata ad un’autorità eteronoma: «lo scopo dello Stato non è di convertire in bestie gli uomini dotati di ragione o di farne degli automi» (Spinoza, 2007: p. 482). L’azione coercitiva che viene affidata al potere sovrano non «induce gli uomini a vivere socialmente, cioè ex ductu ractionis»: non si può obbligare qualcuno a vivere secondo ragione, nella stessa misura in cui non lo si può obbligare ad essere felice. Il fine dello Stato è, allora, sì la libertà, ma intesa nel contesto dell’ordinamento statuale; la libertà di pensare, di giudicare, di filosofare è, infatti, la garanzia della sicurezza, della stabilità del consorzio civile. Lo scopo del potere sovrano è «di far sì che la loro mente e il loro corpo possano con sicurezza esercitare le loro funzioni, ed essi possano servirsi della libera ragione e non lottino l’uno contro l’altro con odio, ira o inganno, né si facciano trascinare da sentimenti iniqui» (Spinoza, 2007: p. 482).

 

Da quanto detto finora, nonostante possa apparire difficile riattualizzare un pensiero che trae la sua stessa linfa vitale dalle contese tra partiti e dalle dispute tra fazioni religiose che attraversavano e perturbavano la serenità della Repubblica olandese, il problema della libertà – fra i tanti sollevati nel «pernicioso volume» di Spinoza – ha oggi un’eco fortissima. Infatti, nell’epoca odierna, costantemente sottoposta all’influsso di nuovi paradigmi culturali, risulta estremamente proficuo ricordare la lezione di tolleranza e apertura mentale impartita dal filosofo olandese. La fondamentale distinzione che Spinoza pone tra pensieri e azioni aiuta ad affrontare la sfida del multiculturalismo in modo lungimirante e consapevole, precisando che la proliferazione di idee differenti non comporti necessariamente la perturbazione dell’ordine sociale.

L’esortazione all’emancipazione individuale, l’invito rivolto allo Stato di rimanere entro i confini della propria giurisdizione morale e il richiamo al valore della tolleranza rimangono sollecitazioni sempre valide e rappresentano uno degli aspetti più brillanti del testamento di Spinoza.

 

Immagine: Ritratto di Baruch Spinoza, circa 1665. Credits: Wikimedia Commons. Immagine di dominio pubblico.

 

Bibliografia

 

Balibar, E. (1996), Spinoza e la politica, Manifestolibri: Roma.

Cristofolini, P. (2007), L’uomo libero. L’eresia spinozista alle radici dell’Europa moderna, ETS: Pisa.

Hobbes, T. (2018), Leviatano, BUR Rizzoli: Milano.

Nadler, S. (2009), Baruch Spinoza e l’Olanda del Seicento, Einaudi: Torino.

Solari, G. (1927), La dottrina del contratto sociale in Spinoza in “Rivista di filosofia”, XVIII, n.3.

Spinoza, B. (2007), Trattato teologico-politico, a cura di E. Giancotti Boscherini, Einaudi: Torino.

Spinoza, B. (2014), Etica, a cura di P. Cristofolini, ETS: Pisa.

Strauss, L. (2016), Il testamento di Spinoza, Mimesis Edizioni: Milano.

 


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