4 giugno 2019

Ribellarsi è giusto! L'attualità del Maggio 68

di Fabiano Catania

● Pensiero politico

 

Recensione a Badiou, A. (2018), Ribellarsi è giusto! L’attualità del Maggio 68, Orthotes Ed.

 

«Eravamo giovani, eravamo avventati, arroganti, stupidi, testardi. E avevamo ragione! Non rimpiango niente.» Queste le parole che Abbie Hoffman, icona della sinistra radicale americana tra gli anni 60 e 70, affida alla prefazione di Anti-Disciplinary Protest di Julie Stephens (Stephens, 1998). Un modo perfetto per raccontare quel periodo passato alla storia semplicemente come “68”, direttamente dalla voce di chi lo ha vissuto, l’ha costruito e lo ha poi visto sfumare.

 

A cinquant’anni dalla fine di quel momento storico, la domanda che ci si pone ancora con forza è: «cosa resta del 68?». A questo interrogativo tenta di dare risposta un libretto firmato da Alain Badiou, importante filosofo contemporaneo francese, da sempre molto vicino alle idee e agli ambienti della sinistra marxista. Lo sguardo che ci restituisce Badiou è quello di un soggetto che ha partecipato attivamente allo svilupparsi del Maggio 68, costruendone la narrazione in prima persona.

 

Il filosofo, attraverso quest'opera, cerca di perseguire un intento duplice: da una parte misurare e analizzare l’impatto di quell’onda nel mondo globale di oggi; dall’altra individuare una matrice di pensiero che accomuni le molteplici forme di lotta che hanno caratterizzato quel periodo (studentesca, operaia, libertaria).

 

Il ragionamento di Badiou inizia proprio dalla rassegna storica dei fatti che hanno portato a quel Maggio 68: dalle proteste contro la guerra coloniale francese in Algeria agli scioperi operai che avrebbero preparato il campo a una mobilitazione più grande e più organizzata. Ciò che spesso si tende a commettere è una grossolana imprecisione, dice l’autore parlando del Maggio 68. Una grossa fetta dell’opinione pubblica attribuisce infatti a quel mese e solo a quel mese tutta la carica di ribellione che caratterizzò quel movimento. Per Badiou si tratta di «visioni che hanno in comune la volontà di ridurre a ogni costo l’episodio del Maggio 68 a una sorta di vivace bagliore dell’illusione nella banalità del reale» (Badiou, 2018: p. 14).

 

Per comprendere invece la reale singolarità di quel momento storico è necessario considerare le sue conseguenze nei dieci anni successivi: gli enormi cambiamenti nell’organizzazione della vita accademica e nelle riforme del diritto del lavoro.

 

Ma se il Maggio 68 è stato un evento di grande complessità, caratterizzato inoltre da molteplici componenti, di quale Maggio 68 stiamo parlando? Badiou utilizza questa domanda per introdurre i capitoli successivi in cui cerca di convincere il lettore che «il termine vago di Maggio 68, in realtà, si riferisce a un enigma formato da una molteplicità eterogenea» (Badiou, 2018: p. 21).

 

Il filosofo francese infatti sostiene che siano esistite simultaneamente tre forme di Maggio 68, a ognuna delle quali viene dedicato un capitolo: il Maggio 68 studentesco, il Maggio 68 operaio, il Maggio 68 libertario.

 

Il primo è certamente il più spettacolare e noto dal punto di vista mediatico: quello della Sorbona occupata, dei cortei e delle barricate contro la polizia. Qui Badiou mette in luce una prima forte debolezza ideologica del movimento studentesco dell’epoca: in quegli anni (1967/68), infatti, in Francia gli studenti della scuola superiore costituivano solo il 15% della fascia d’età interessata. Si trattava dunque di una parte della popolazione ristretta e privilegiata, facente parte di fatto proprio di quella società borghese bersaglio dei movimenti di protesta. Era dunque la stessa “borghesia dominante” a mettere in discussione il sistema accademico, a contestarne gli esami e i programmi, a riunirsi in assemblee generali e gruppi di lavoro.

 

Il secondo Maggio 68 è invece quello che vede protagonista la classe operaia attraverso il più grande sciopero generale dell’intera storia francese. Si tratta di una forma che, insiste l’autore, presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto alla prima.

 

E’ un momento che, al contrario delle proteste studentesche, vede protagonisti i sindacati e alcuni partiti della sinistra francese (il PCF, Partito Comunista Francese, su tutti). Per questo può essere considerato più “politico” nel senso più ampio del termine e certamente, per usare le parole dell’autore, «più classicamente di sinistra» (Badiou, 2018: p. 34). L’ambiente in cui agisce e si sviluppa il Maggio 68 operaio è la fabbrica, in particolare l’industria pesante dell’automobile e metallurgica.

 

In questo capitolo Badiou sottolinea che i movimenti di protesta operai cominciarono già nel 1967, ben prima di quelli studenteschi e dunque il Maggio 68 operaio non è in nessun modo conseguenza di quello studentesco, anzi ne è precursore ed è legato indissolubilmente al movimento che animò le università. Altro elemento interessante messo in luce dall’autore è che gli scioperi e le proteste continuarono al di là dei risultati ottenuti in seguito alle rivendicazioni. Badiou ci dice infatti che la grande contrattazione detta “di Grenelle” tra Ministero del Lavoro e sindacati, voluta dal primo ministro Pompidou, fu rifiutata da una parte consistente del movimento operaio, portando le proteste ad «aprire una breccia, tanto reale quanto poco visibile, per una svolta politica, per un’altra visione di questo tipo di conflitto» (Badiou, 2018: p. 38).

 

Il terzo Maggio 68 viene presentato come molto più vicino al primo che al secondo ma comunque da essi slegato. Si tratta di un Maggio 68 “di contesto”, poiché prende forza dalla messa in discussione dell’intero contesto sociale vigente in quel momento storico. Alla base di tale movimento, Badiou cita il filosofo e sociologo Guy Debord, forte oppositore del culto del consumismo e del mercato (Debord, 1967). L’autore completa il quadro teorico con Gilles Deleuze, filosofo vitalista che restò sempre lontano dalla militanza politica ma che ispirò quella che Badiou definisce la «cristallizzazione della promessa dei mondi nuovi» (Deleuze, 1997). È qui dunque che le più ampie critiche agli usi e costumi del periodo prendono forma, arricchendo il movimento femminista e quello dell’emancipazione degli omosessuali. La componente peculiare del Maggio 68 libertario è rappresentata dalla ricerca dell’improvvisazione e la valorizzazione del cinema che contribuiranno a creare lo slogan più noto e identificante del periodo: «la fantasia al potere».

 

A margine dell’analisi delle tre grandi componenti del Maggio 68, Badiou introduce una quarta categoria. Si tratta in realtà di un espediente che permette all’autore di guidare il lettore attraverso l’individuazione di una matrice comune, “una diagonale di pensiero” che accomuni i tre grandi movimenti descritti precedentemente.

A questa quarta categoria, l’autore conferisce il nome di Maggio 68 “essenziale”.  Per Badiou non c’è infatti una delle tre componenti che sia più importante dell’altra , così come non è possibile analizzare il Maggio 68 senza considerarle tutte. Ciò che in questo capitolo il filosofo va ad analizzare, non è “l’istante” ma ciò che si è sviluppato “nel tempo”. Emerge in questo passo uno dei perni della filosofia di Badiou, il concetto dell’evento. In questo caso Badiou non analizza l’istante, cioè il singolo movimento studentesco, operaio o libertario, ma “l’idea” conseguenza di quell’evento che si è sviluppata nel tempo. A sostegno di questa analisi, il filosofo sostiene che sia necessario considerare appunto il decennio successivo a quel movimento (1968-1978) per comprendere e indagare ciò che rimane dell’eredità di quel momento storico.

 

Ciò che sopravvive del Maggio 68 essenziale, secondo Badiou, sono due aspetti: da una parte l’affermarsi della convinzione che si assista alla fine di una vecchia concezione di politica; dall’altra la ricerca, non sempre fruttuosa, di una nuova concezione di politica che sostituisca la precedente.

 

Il seme che accomuna dunque le tre forme di Maggio 68, per Badiou, si individua nell’idea vada messa in discussione l’intera società capitalista dell’epoca. Per Badiou, convinto marxista e militante maoista oltre che professore supplente in una piccola città nei dintorni di Parigi all’epoca, il quarto Maggio 68 è «una sorta di fusione, ideologica e pratica, tra le lezioni contemporanee della Rivoluzione Culturale cinese e le circostanze concrete più clamorose delle tre correnti costitutive del Maggio 68».

 

Nell’ultima parte dell’opera l’autore tenta di contestualizzare il Maggio 68 e ciò che ha lasciato in eredità osservando come nei dieci anni successivi quella spinta propulsiva sia andata scemando. Badiou rileva che «ciascuno è ritornato al suo posto»; dalla sinistra di Mitterand ai sindacati per finire con gli operai.

 

Ciò che è necessario conservare, sostiene il filosofo, è «il coraggio di avere un’idea». L’idea è il concetto più importante nella trattazione del Maggio 68 essenziale di Badiou, e nel suo caso si tratta dell’idea comunista. La sua è una feroce critica al sistema capitalista che è sopravvissuto al Maggio 68 e ha, secondo l’autore, mostrato oggi i suoi lati peggiori. È la contestazione del celebre imperativo capitalista coniato dal politico francese François Guizot: «Arricchitevi»; motto che oggi, secondo Badiou, può essere attualizzato con «Vivete senza un’idea».

 

Quest’opera afferma l’identificazione dell’idea alla base del Maggio 68 con l’idea comunista, in particolare con l’interpretazione che di essa da Mao con la sua Rivoluzione Culturale.  Lo stesso titolo del libro scelto da Badiou è Ribellarsi è meglio!, appello attribuito a Mao di cui l’autore è stato sostenitore negli anni Sessanta e Settanta. La trattazione di Badiou, tuttavia, non sembra tenere conto della crisi delle ideologie che caratterizza il nostro clima intellettuale. La strenua battaglia per l’idea comunista è una battaglia giusta ma soprattutto necessaria per il filosofo francese, nonostante la caduta del Muro di Berlino e il disgregamento dell’URSS.

 

Il testo, rispetto ad altre opere di Badiou, si caratterizza per la semplicità della scrittura che evita  passaggi più complessi tipici dei suoi scritti più puramente filosofici. Tuttavia i concetti espressi devono essere analizzati considerando la vita e le altre opere di Badiou che è da sempre un filosofo militante. In esso però, al di là dell’idea comunista propugnata, possiamo trovare un embrione di concetti molto attuali che guidano il lettore verso una più attenta lettura del mondo e della società.

 

In particolare, il tema della ribellione, interessantissimo in un contesto storico in cui, come sempre più voci sostengono, è in atto una acuta crisi della rappresentanza sia politica, sia sindacale e sia sociale. In questo Badiou, a nostro parere a ragione, rileva un’analogia con il contesto socio-economico in cui è esploso il Maggio 68.

 

Nelle sue parole non c’è un tentativo di idolatrare la generazione del Maggio 68 a discapito di quella attuale, ma un accorato appello a lottare per le proprie idee. Un appello che non viene mai esplicitamente destinato agli studenti e ai lavoratori di oggi ma che si intuisce pensato proprio per questa categoria di soggetti.

 

L’obiettivo finale del suo appello resta forse il più problematico in quanto il fine di Badiou resta indissolubilmente legato alla lotta finalizzata al trionfo dell’idea comunista. Nel mondo globalizzato di oggi è necessario chiedersi se abbia ancora senso pensare ad una lotta al capitalismo secondo quelle categorie novecentesche o se serva ripensare un’azione politica che corregga le storture di questo sistema economico e non miri a sovvertirlo completamente.

 

Questo rimane l’interrogativo più grande per il lettore a conclusione del testo di Badiou; interrogativo che in parte può allargarsi all’intera sinistra europea oggi in una fase di crisi e che rimane probabilmente insoluto.

 

Immagine: Adolph von Menzel, Eisenwalzwerk. Credits: Alte Nationalgalerie. Immagine di dominio pubblico.

 

Bibliografia

Debord, G. (1967), La Société du Spectacle, Éditions Buchet-Chastel: Paris.

Deleuze, G. (1997), Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina Editore: Milano.

Stephens, J. (1998), Anti-Disciplinary Protest, Sixties Radicalism and Postmodernism, Cambridge University Press.

 

 

 

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