11 novembre 2019

L'ideale di uguaglianza nella filosofia politica contemporanea: fra distribuzione e relazioni sociali

di Lorenzo Carta

● Pensiero politico

 

Il problema delle disuguaglianze sociali ed economiche ha assunto di recente un ruolo centrale nel dibattito politico ed economico contemporaneo. Date le molteplici dimensioni coinvolte, sono state avanzate diverse ragioni di natura economica, sociale, politica e culturale a favore di una loro riduzione (Veca, 2018: p. 10-11). Sulle orme delle importanti riflessioni di John Rawls (1999), la filosofia politica contemporanea ha a sua volta cercato di fornire dei motivi per contrastare le disparità sociali ed economiche, considerate come forme di profonda ingiustizia. A partire dall’autore di Teoria della Giustizia, molti filosofi hanno considerato l’uguaglianza come il principale ideale che va perseguito nel realizzare la giustizia sociale. Pertanto le disuguaglianze esistenti costituiscono un problema da affrontare in quanto si discostano da questo ideale di società. L’obiettivo non è però quello di cancellare tutte le disparità al fine di raggiungere una completa equità, ma di distinguere fra quelle ammissibili e quelle invece inaccettabili (Giovanola, 2018: p. 15).

 

Al di là del sostanziale accordo sul rapporto fra giustizia e uguaglianza, all’interno del dibattito non vi è tuttavia consenso su come concepire l’ideale di equità. In particolare le posizioni divergono nel rispondere a due domande fondamentali: i) Che cosa dovrebbe essere ritenuto uguale? ii) quali disuguaglianze sarebbero ingiuste e quindi da contrastare? Il dibattito da cui sono maggiormente emerse tali questioni è stato quello che si è aperto a partire dalla fine degli anni 90 fra due grandi famiglie di teorie: l’egalitarismo della sorte (luck egalitarianism) e l’egalitarismo relazionale (relational egalitarianism).

 

La prima delle due visioni ad essere emersa è l’egalitarismo della sorte, formulata a partire dagli 80-90 in particolar modo da Ronald Dworkin, Richard Arnerson e G. A. Cohen (Knight, 2013). Questi teorici rispondono al primo quesito affermando che è da ritenere uguale o ineguale la modalità di distribuzione dei beni ritenuti fondamentali.[1] Una società sarebbe dunque giusta se vi è una equa distribuzione di beni. Per quanto riguarda l’ineguaglianza, ritengono che sia ingiusto che un individuo si trovi in una situazione peggiore di un altro, quindi con meno beni, a causa della cattiva sorte. Non sarebbe corretto perché la diseguaglianza non dipenderebbe da una scelta individuale, ma da fattori che vanno al di là del controllo del soggetto e di cui quindi esso non può essere ritenuto responsabile. Ad esempio, nessuno può scegliere se ereditare o meno una malattia genetica che causa disabilità, così come non dipende dal volere di nessuno nascere in una famiglia con scarse possibilità economiche. In tali casi perciò, in nome dell’uguaglianza, sarebbe necessario un intervento ridistributivo che compensi il danno subito dall’individuo. Ci sono invece altre circostanze di disparità che, sebbene siano influenzate dalla sfortuna, non vanno considerate ingiuste. Supponiamo, per esempio, che due individui x e y in un certo momento godano della stessa quantità di beni. Ad un certo punto l’individuo x decide di agire in un modo che sa di essere rischioso. Agendo in questa maniera, peggiora la propria situazione rispetto ad y che invece, essendo stato più prudente, si trova in una condizione migliore (Lippert-Rasmussen, 2018: p. 3). Poiché l’individuo x è responsabile della scelta presa, la disuguaglianza risultante non è ingiusta e quindi non occorre intervenire per equalizzare la situazione. Egli si è infatti esposto volontariamente al rischio, consapevole delle possibili conseguenze. Per questo motivo, questi altri vengono chiamati casi di sorte opzionale.[2] Per riassumere, l’idea alla base dell’egalitarismo della sorte afferma che vi è «qualcosa di ingiusto nelle diseguaglianze che derivano da aspetti non scelti relativi alle circostanze in cui le persone si trovano, ma non c’è nulla di altrettanto ingiusto nelle diseguaglianze che derivano dalle scelte volontarie degli individui» (Giovanola, 2018: p. 79).

 

La seconda famiglia di teorie, che sostengono l’egalitarismo relazionale, è sorta in contrapposizione alla precedente. A partire dalla fine degli anni ‘90 Elizabeth Anderson (1999) e successivamente Samuel Scheffler (2003) hanno attaccato aspramente gli egalitaristi della sorte per aver concepito in maniera erronea l’ideale.[3] L’ideale di uguaglianza non sarebbe un ideale distributivo, bensì un ideale relazionale la cui natura è fondamentalmente morale. L’uguaglianza non si preoccupa in maniera prioritaria della distribuzione dei beni ma riguarda le relazioni sociali fra gli individui.  Ciò che importa è che le persone si relazionino fra di loro come pari e che godano quindi di pari rispetto e dignità. In altri termini, una società è giusta se le persone si rapportano tra di loro come uguali. Tale ideale ha implicazioni sulla distribuzione dei beni, ma questa ha solo un’importanza secondaria, o al limite strumentale, per la realizzazione di una società di pari (Anderson, 1999: 314; Scheffler, 2003: pp. 22-23). Inoltre, concentrandosi unicamente sugli effetti della sfortuna sulla distribuzione, l’egalitarismo della sorte non sarebbe in grado di cogliere le reali disuguaglianze da contrastare, ovvero quelle sociali e relazionali (come l’umiliazione, lo sfruttamento e la marginalizzazione). Ad esempio, le ingiustizie da prendere in considerazione denunciate dai movimenti LGBT richiedono pieno rispetto e accettazione. Invece, le disuguaglianze causate dalla fortuna non sarebbero né giuste né ingiuste prese di per sé; ciò che va giudicato è piuttosto come le persone si comportano in relazione ad esse (Anderson, 1999: p. 331). Ad esempio, nel caso di una persona affetta da disabilità congenita, non è ingiusto il fatto che l’individuo sia stato sfortunato, ma piuttosto è ingiusto se viene discriminato poiché affetto da tale patologia.

 

Come ha notato Kasper Lippert-Rasmussen (2018: p. 6) la maggior parte delle posizioni difese nel dibattito portano avanti una delle due alternative presentate, considerando dunque le posizioni come una escludente l’altra. Di recente, alcuni filosofi hanno iniziato a mettere in discussione questa visione del dibattito. Sarebbe infatti poco proficuo perseguire una teoria rispetto all’altra, poiché entrambe illuminano questioni importanti riguardanti la giustizia. Concentrarsi principalmente sugli aspetti distributivi o su quelli relazionali sarebbe limitante e porterebbe ad un indebolimento dell’ideale. Invece, un approccio pluralista che tenga conto di entrambe le dimensioni potrebbe affrontare meglio la natura complessa delle disuguaglianze (Giovanola, 2018: p. 141). Tale posizione fino ad ora è stata poco esplorata e risulta ancora largamente minoritaria all’interno del dibattito. Ma negli ultimi anni sono emerse sempre più teorie di questo tipo, dalle caratteristiche assai diverse fra di loro.[4] Negli anni a venire si prospetta pertanto un acceso dibattito su come e perché articolare una teoria egalitaria pluralista che sia in grado di fornire una base comune alle molteplici ragioni per contrastare le disuguaglianze.

 

[1] Su che tipo di beni siano da prendere in considerazione non vi è consenso. Secondo alcuni la distribuzione riguarda le risorse impersonali e materiali; secondo altri, invece, il bene da prendere in considerazione è il benessere di ogni individuo. Si veda Knight, J. (2013), “Luck Egalitarianism” Philosophy Compass 8/10: 924–934.

[2] Questa distinzione fra due tipi di sorte non viene intesa da tutti gli egalitaristi della sorte nello stesso modo. Nonostante ciò, essa rimane un aspetto centrale di questa famiglia di teorie. Per una panoramica del dibattito si veda https://plato.stanford.edu/archives/sum2018/entries/justice-bad-luck/.

[3] Ci sono stati degli antecedenti dell’egalitarismo relazionale, ma sono stati Elizabeth Anderson e Samuel Scheffler ad aver portato al centro del dibattito questa posizione. Per una breve storia dell’egalitarismo relazionale si veda Lippert-Rasmussen, K. (2018), Relational Egalitarianism: Living as Equals, Cambridge University Press: Cambridge.

[4] Si vedano Lippert-Rasmussen, K. (2018), Relational Egalitarianism: Living as Equals, Cambridge University press: Cambridge; Giovanola, B. (2018), Giustizia Sociale: Eguaglianza e rispetto nelle società diseguali, Il Mulino: Bologna; Moles, A & Parr, T. (2018), Distributions and Relations: A Hybrid Account, Political Studies: 1– 17. Sono sicuramente presenti degli antecedenti di tale impostazione: si pensi ad esempio a Rawls, J. (1999). A Theory of Justice, Revised Version, Belknap Press: Cambridge, MA.  o a Fraser, N. (1999), La giustizia sociale nell’era della politica dell’identità: redistribuzione, riconoscimento e partecipazione, Iride 3/1999 dicembre: 531-548.

 
Immagine: Dea della Giustizia. Crediti: Pixabay.com, Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication

 

Bibliografia

- Anderson, E. S. (1999), “What is the Point of Equality?” Ethics 109: 287–337.

- Fraser, N. (1999), La giustizia sociale nell’era della politica dell’identità: redistribuzione, riconoscimento e partecipazione, Iride 3/1999 dicembre: 531-548.

- Giovanola, B. (2018), Giustizia Sociale: Eguaglianza e rispetto nelle società diseguali, Il Mulino: Bologna.

- Knight, J. (2013), “Luck Egalitarianism” Philosophy Compass 8/10: 924–934.

- Lippert-Rasmussen, K. (2018), Relational Egalitarianism: Living as Equals, Cambridge University press: Cambridge.

- Moles, A & Parr, T. (2018), Distributions and Relations: A Hybrid Account, Political
 Studies: 1– 17.

- Rawls, J. (1999). A Theory of Justice, Revised Version, Belknap Press: Cambridge, MA. 
Scheffler, Samuel (2003). “What is Egalitarianism?” Philosophy and Public Affairs 31: 5–39.

- Veca, S. (2018), Sulla disuguaglianza. https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/wp-content/uploads/2018/05/Sulla-disuguaglianza_Salvatore_Veca.pdf.


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