20 luglio 2020

Derrida e la crisi dell'Europa come discorso della modernità: riflessioni su "L'Autre Cap"

● Pensiero politico

 

Negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino, il dibattito sulla necessità di un’unità europea che sorpassasse le divisioni vissute sino ad allora creando una nuova via per un’Europa globale divenne centrale nel mondo istituzionale ed accademico. All’interno di questo dibattito, il contributo offerto da Derrida con L’Autre Cap (L’Altro Capo) nel 1991 rappresentò una rottura rispetto a quelle formulazioni ancora legate a quell’eidos di Europa appartenente alla modernità, e che avevano rappresentato il continente come un’esemplarità per il resto del mondo. In particolare, in quest’opera, il filosofo franco-algerino tenta di ricostruire una nuova possibilità di Europa nell’ambigua doppia direzione di rottura dal e preservazione del passato, all’interno della quale l’identità europea sia sempre aperta ad un nuovo capo come confronto e come direzione mai predefinita. Ancora oggi, a quasi trent’anni dalla sua pubblicazione, L’Autre Cap, con tutte le sue contraddizioni, può offrire interessanti spunti di riflessione per chi, con un’Europa come discorso nuovamente in crisi, cerca un modello altro da essa e per essa.

 

Il progetto de L’Autre Cap si configura essenzialmente attorno a due temi. Il primo è quello di una resistenza a qualsivoglia invocazione di identità collettiva, a favore di una non-identità, o meglio, di una pluralità di singolarità. Il secondo tema è l’instaurazione di un’interrogazione inedita sull’articolazione dell’etica e della politica come tensione aporetica tra un diritto condizionale ed un principio di giustizia incondizionato, nella quale affiora la possibilità di un orizzonte democratico altro da sé. In questo orizzonte si delinea una responsabilità che è al contempo etica e politica: eretica rispetto al suo a priori storico e alle doxai preesistenti, e contemporaneamente fedele a questi ultimi.

 

Attraverso questi temi, Derrida mette in luce le opportunità di alternativa di un concetto – Europa – che ha esaurito ogni capacità discorsiva e contro-discorsiva. L’alternativa, secondo il filosofo, è rappresentata da una riflessione su se stessi, come europei, per cui si è chiamati ad abbandonare quella memoria come capitale di ipse dixit da interiorizzare pedissequamente; ma parallelamente evitando di distruggerla, precipitando dunque in un contro-dogmatismo. All’interno di questo movimento dialettico, un’apertura è possibile, secondo Derrida, solo nel momento disorientante dell’aporia, attraverso la quale si delinea quella responsabilità etica e politica che costringe ad un’analisi interiore. In tale processo di auto-indagine, l’io europeo è chiamato ad accettare l’esigenza di un nuovo approccio nel suo rapporto vis-à-vis l’altro e se stesso. Quest’ultimo non può continuare ad essere assoggettamento e imposizione, altresì necessita di un altro capo – autre cap – come nuova direzione, e come qualcuno su cui fare affidamento affinché si arrivi ad un traguardo diverso e mai ultimo.

 

Per l’autore, è nell’analisi di questo capo che si manifestano infinite eventualità di alternativa. Tale analisi presuppone la costituzione di tre assiomi. Il primo, l’altro capo, indica il movimento con sé (avec) e da sé (chez), vale a dire quella rottura da ciò che si è, preservando ciò che si è stati.  Questa dinamica proietta verso un altro capo che è il capo dell’altro, il secondo assioma, grazie al quale, prendendo in prestito una formulazione di Gasché, l’Europa si può “aprire ad altre richieste e tradizioni” (Gasché, 2007: 310), comprendendole e rispettandole. Quest’apertura conduce, infine, al terzo assioma: l’altro del capo. Esso rappresenta la comprensione e l’internalizzazione della singolarità di una cultura altra. Questa comprensione consente all’Europa di coltivare quella capacità di leggere l’inscrizione insostituibile dell’universale nel singolare, ossia quella testimonianza unica ed esclusiva dell’essere uomini. Comprendere tale singolarità di un concetto così universale, e farlo senza forzare una lettura propria, l’autore afferma, è l’unica via per comprendere se stessi in maniera differente, in quanto essa implica una cum-prensione – un rendere proprio – di ciò che siamo noi per l’altro. In breve, Derrida tenta di porre le basi per una coesistenza di infinite singolarità, all’interno e all’esterno dell’Europa, contrapponendosi, quindi, alla dittatura di un modello etnocentrico e a una lettura universalistica e teleo-escatologica della storia.

 

Tale progetto è ancor più evidente se si considera la seconda analisi semantica dell’autore intorno al concetto di cap-ital(e). Il termine è ricondotto a due questioni: quella di capitale – culturale, politica, in generale di un centro – e quella del capitale economico. Nella prima questione si gioca il conflitto tra dispersione e monopolio, per cui l’Europa non è chiamata a perdersi “in una polvere di province e in una molteplicità di idiomi giustapposti” (Derrida, 1992: 28); d’altra parte essa non può accettare una capitale come autorità centralizzatrice, né dovrebbe accettare il monopolio di una lingua unica. Sul piano empirico, Derrida afferma, questo processo sarebbe possibile attraverso l’instaurarsi di un rapporto di scambio continuo, intellettuale e politico, all’interno del quale una possibilità di traduzione – dunque di comprensione – delle varie singolarità europee è requisito primario. La seconda questione si propone come critica agli sviluppi della società capitalistica, pur opponendosi ad ogni tipo di contro-dogmatismo – facendo riferimento in particolare a ciò che sono stati il comunismo ed i fascismi – essendo quest’ultimo dogmatismo in sé. Per converso, reiterando quanto argomentato in precedenza, l’autore afferma che l’Europa può aprirsi a modelli altri unicamente nel momento disorientante dell’aporia – seppur egli non definisca in che modo questo possa effettivamente avvenire.

 

Definiti gli aspetti fondamentali della teorizzazione di Derrida, appare chiaro come l’opera, sebbene innovativa nei metodi, sollevi una serie di questioni non secondarie. In particolare, ad eccezione del tema della “capitale”, rimane poco chiara quale sia sul piano empirico la posizione del filosofo per molti dei punti da egli avanzati: una lacuna dettata principalmente dalla sua ottemperanza di continui doppi imperativi che impediscono una qualsivoglia possibilità di traduzione. Cosa significa esattamente lasciarsi dietro quella rappresentazione di un’Europa come esemplarità ma al contempo salvaguardarla? È possibile che Derrida, non svincolandosi del tutto dalla narrazione teleo-escatologica dell’Europa – ove mai questo sia realmente possibile – stia intrinsecamente accettando quest’ultima? Quali sono le reali possibilità di comprensione dell’altro se parte di questa potenziale nuova essenza europea è ancora legata a quei paradigmi che hanno portato l’Europa ad autoimporsi in maniera universalistica su di esso? E ancora: è effettivamente possibile costruire una comprensione dell’altro che non sia intrinsecamente una comprensione europea dell’altro? Infine, non è del tutto chiaro se l’autore stia o meno, in qualche modo, tentando di modificare, o quantomeno alterare, i rapporti di forza. Se così fosse, la domanda che sorge spontanea sarebbe: è realmente possibile modificare i rapporti di forza mantenendo quella concezione di esemplarità europea, di un’Europa caput mundi, che il filosofo preserva “al contempo distanziandosi”?

 

Peraltro, leggendo con attenzione gli ultimi scritti di Derrida sull’Europa, vi sono una serie di aspetti critici, anche legati alla seconda analisi semantica intorno a “capitale”, che evidenziano ulteriormente le contraddizioni della teorizzazione del filosofo sul piano empirico. In particolar modo, leggendo la sua lettera co-firmata da Habermas Cosa unisce l’Europa? Motivi per una politica estera comune che parta dal cuore dell’Europa (2003), egli pare rinnegare la sua posizione sull’istituzione di un “centro” politico. Basti pensare al titolo per capire quanto la contraddizione sia evidente. Per i due co-autori, il cuore dell’Europa è rappresentato dall’asse franco-tedesco. Derrida, da parte sua, tratta con totale naturalezza questa formulazione, sottolineando quanto una politica estera comune sia solo possibile proprio a partire da questo centro, lo stesso che solo un decennio prima egli stigmatizzava. Contraddizioni analoghe si presentano anche in Une Europe de l’espoir (2004), nel quale l’autore si oppone chiaramente all’egemonia statunitense, alla "teocrazia araba" e alla crescente influenza cinese – dunque contraddicendosi nella sua volontà di costituire una comprensione dell’altro – richiamando all’importanza di contrappore ad esse un’esemplarità europea, la quale si proponga di creare e propagare, in maniera intrinsecamente universalistica, une altermondialisation, un modello globale altro.

 

A prescindere da tutto, la teorizzazione da L’Autre Cap resta una pietra miliare per coloro i quali sono interessati alla costruzione di una nuova alternativa per l’Europa. Un’alternativa che, prendendo in prestito una formulazione di Roberto Esposito, riconosca la pluralità delle storie e delle culture europee, ed intorno alla quale, in nessun modo, come afferma anche Derrida, si crei un “centro”, una capitale (Esposito, 2016). Ma allo stesso tempo, superando le contraddizioni de L’Autre Cap, un’Europa che si distanzi dalla mera unificazione economica, e che, seguendo le orme di quanto offertoci da Kant, Locke, Rousseau, Montesquieu, ritorni a diventare un progetto politico – non lo stesso, sia chiaro, ma un nuovo, storicamente contingente, progetto politico. Un progetto politico dall’identità chiara, definita, che non viva nella contraddizione di una rottura parziale, e che accetti il suo rapporto vis-à-vis l’altro come occasione di crescita, sia essa per contrapposizione – una realtà ineludibile all’interno dei rapporti di forza – o per consenso.

 
Immagine: L'Europe divisée en ses Pricipaux Etats (1762). Wikimedia Commons
 

 

Bibliografia

Derrida, J. (1992), The Other Heading: Reflections on Today’s Europe. Tradotto da Pascale-Anne Brault e Michael B. Naas, Indiana University Press: Bloomington.

Derrida, J. (1994), Spettri di Marx, tradotto da G. Chiurazzi, Raffaello Cortina: Milano

Derrida, J. (2004), “Une Europe de l’Espoir”, in Le Monde Diplomatique, 8.

Esposito, R. (2016), Da fuori: una filosofia per l’Europa, Einaudi: Torino.

Foucault, M. (2019), Power: The Essential Works of Michel Foucault 1954-1984, Penguin: UK.

Gasché, R. (2007), “European Memories: Jan Patočka and Jacques Derrida on Responsibility”, in Critical Inquiry, 33(2), 291-311.

Habermas, J., Derrida, G. (2003), “What Binds Europe, Together? Pleas for a Common Foreign Policy”, in Frankfurter Allgemeine Zeitung, 31.

Heller, M. (2008), “Derrida and the Idea of Europe”, in Dalhousie French Studies, 82, 93-106.

Valéry, P. (1962), History and Politics: The Collected Works of Paul Valery. Tradotto da Denise Folliot and Jackson Mathews, Pantheon Books: New York.


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