8 maggio 2020

Quale governo in tempi di democrazia? La riflessione dei Federalist Papers tra passato e futuro

Pensiero politico

 

Pubblicati nello Stato di New York tra il 1787 e il 1788, i Federalist Papers si ponevano l’obiettivo di supportare la battaglia per l’approvazione della Costituzione Americana, da poco uscita dalla convenzione federale di Filadelfia del 1787. Contro Hamilton, Madison e Jay (gli autori della raccolta), una corposa serie di articoli e pamphlet sostenevano la preferibilità di una confederazione di Stati autonomi e sovrani rispetto al modello federale che da lì a poco sarebbe nato con il nome di Stati Uniti. Indubbiamente scritto d’occasione e di battaglia, i Federalist Papers sono diventati, nel corso del tempo, vero e proprio Vangelo della Corte costituzionale americana, testo imprescindibile per l’interpretazione di una delle più celebri carte fondamentali della contemporaneità. Il dibattito circa la loro attualità non ha mai smesso di incendiare la discussione pubblica americana passando, nel corso del tempo e delle interpretazioni, da faro del pensiero liberal-progressista fino ad arrivare, oggi, ad essere ritenuti, anche in larga parte degli ambienti democratici, scritti sostanzialmente superati e a tratti reazionari. In un tempo come il nostro, in cui i sistemi costituzionali rappresentativi con sempre più difficoltà resistono alle sfide dei tempi e agli assalti che ogni giorno vengono contro loro rivolti (populismi, democrazia diretta, ecc.), riscoprire i motivi profondi della loro difesa all’interno di questo classico è sicuramente utile ed attuale.

 

Ciò che i tre autori dovevano di fatto giustificare, ovvero uno Stato federale fondato su una sovranità multilivello, capace di preservare le autonomie di governo locali e di contemplare, al contempo, una forte autorità centrale, focalizzata però su pochi e precisi ambiti, era un’impresa teorica di nient’affatto semplice portata. Partendo dalla celebre teoria montesquieuiana della divisione dei poteri, fondata sull’«ordinata ripartizione del potere in diverse branche, l’introduzione di freni e di poteri riequilibranti del Legislativo, l’istituzione di corti composte di giudici inamovibili durante la loro buona condotta, la rappresentanza del popolo nel Legislativo, tramite l’elezione di deputati da parte di esso» (Hamilton, 1955, p. 51), Hamilton aggiungeva, infatti, un elemento di radicale novità, capace di aumentare considerevolmente la forza delle repubbliche sia nella difesa verso lo straniero sia in quella verso i propri interessi: un «allargamento dell’orbita in cui tali sistemi devono muoversi» (Hamilton, 1955, p. 51). L’intrinseca debolezza dei piccoli Stati poteva essere risolta, secondo il Federalist, dall’ampliamento della loro sfera di potere. Se un singolo Stato da solo non era in grado di tutelare il proprio diritto commerciale contro una ben più potente potenza straniera, una federazione, sovrana nello specifico campo della politica estera, non avrebbe invece avuto alcun tipo di problema. La sovranità andava sostanzialmente riportata al livello in cui si sarebbe dimostrata capace di contare. Il potere politico, in un certo senso, andava gerarchizzato, ovvero riservato, sotto certi, precisi e necessari aspetti (commercio estero, difesa militare, accordi internazionali) ad una sfera collettiva il più ampia possibile e mantenuto, invece, per tutto il resto degli ambiti, il più vicino possibile al controllo locale. Secondo le parole di uno dei più acuti osservatori della realtà americana, Alexis de Tocqueville, l’idea sostanziale che muoveva l’ideale federale era quella di rendere il potere politico «significante», capace di avere ruolo e valore in un mondo sempre più vasto e complicato (Tocqueville, 1968, p. 192).

 

La sovranità doveva poter contare, non poteva abbandonarsi, secondo le parole del celebre liberale francese, ad uno spettacolo «miserabile e deplorevole» (Tocqueville, 1968, p. 192): questa era in definitiva la posizione degli autori del Federalist. E per poter contare, una simile sovranità doveva essere federale. All’interno di questa prospettiva, la placida distinzione montesquieuiana dei poteri non era affatto sufficiente. Lo Stato che gli autori dei Federalist Paper avevano in mente era uno Stato nel suo campo, e solo ed esclusivamente in esso, veramente potente, capace di assumere rapidamente e con forza decisioni anche radicali, ma che non per questo sfuggisse al controllo democratico dei vari meccanismi di garanzia: «Se gli uomini fossero angeli non occorrerebbe alcun governo. Se fossero gli angeli a governare gli uomini, ogni controllo esterno o interno sul governo diverrebbe superfluo. Ma nell’organizzare un governo di uomini che dovranno reggere altri uomini, qui sorge la grande difficoltà: prima si dovrà mettere il governo in grado di controllare i propri governanti, e quindi obbligarlo ad autocontrollarsi» (Madison, 1955, p. 351).

 

Un buon governo, per poter funzionare, doveva riuscire a fondere, secondo una prospettiva di evidente derivazione humiana (Hume, 2017, pp. 570-571), l’interesse privato e personale di chi governava con l’interesse dell’istituzione e quindi della collettività (Madison, 1955, p. 351). La Costituzione, quindi, aveva il compito fondamentale non di descrivere un potere già naturalmente diviso, come poteva essere per Blackstone o Montesquieu, ma di strutturare la sovranità attraverso forme capaci di garantire un reciproco autocontrollo delle varie forze in campo. In tempi democratici, in cui la sovranità popolare si muove in un processo di «identificazione circolare della causa con il fine» (Derrida, 2003, p. 34), in cui il popolo (nell’accezione sempre plurale che il termine inglese people riesce a mantenere) è signore completo del teatro politico, la costituzionalità dell’esercizio della sovranità è l’unica garanzia capace di frenare ogni rischio di deriva. La riflessività democratica, ovvero la capacità di controllo della democrazia su sé stessa, è l’unico modo di ovviare al problema della tirannia ed è su questa strada che si muove il Federalist. La strutturazione formale del potere che la Costituzione americana mette in atto, secondo la prospettiva dei suoi difensori, è quindi profondamente diversa dalla divisione dei poteri montesquieuiana (Montesquieu, 2005, p. 277). Esecutivo, legislativo e giudiziario non sono “separati” ma profondamente intersecati, in una prospettiva in cui le rispettive sfere di competenza risultano profondamente interconnesse: emblema di tutto ciò è la descrizione da parte della Costituzione del ruolo del presidente[1]. Il Presidente americano, attraverso il potere di iniziativa legislativa, può di fatto proporre attivamente leggi, come può parimenti nominare i membri stessi della Corte costituzionale, ma per portare a compimento queste deliberazioni ha bisogno del consenso del legislativo. Non la divisione ma la complementarietà dei poteri è quindi la prospettiva proposta.

 

All’interno di questo modello risultava così possibile «conciliare la stabilità e l’energia, essenziali al governo, con il sacro rispetto dovuto alla libertà e alla forma repubblicana» (Madison, 1955, p. 240). La necessità e l’efficacia del governo era così doppiamente salvaguardata. Da un lato la prospettiva federale rendeva la decisione effettivamente sovrana, capace di influire realmente sull’oggetto della sua attenzione, e dall’altro la dinamica costituzionale consentiva a questo stesso Stato di agire con prontezza e decisione, sempre rimanendo, però, all’interno di una dimensione di controllo. In un mondo di dimensioni sempre più vaste, la prospettiva federale era la sola, secondo il Federalist, a poter consentire «energia nel governo», «indispensabile a raggiungere quella sicurezza dai pericoli interni ed esterni, e ad ottenere quella pronta e salutare esecuzione delle leggi, che rientrano fra i fini essenziali di ogni buon governo. La stabilità nel governo è indispensabile tanto per il raggiungimento di una coscienza nazionale e per i vantaggi che ne derivano quanto per instillare quiete e fiducia nel cuore del popolo: vale a dire, quanto di meglio ha da offrire una società politica» (Madison, 1955, p. 240). Riallacciandosi nuovamente ad una prospettiva repubblicana, quindi, lo Stato federale si presentava come l’unica organizzazione politica adatta a gestire efficacemente le sfide del mondo nuovo che la rivoluzione democratica aveva iniziato a mostrare.

 

La grande lezione del Federalist è quella dell’importanza di fornire un luogo adatto al potere e alla sovranità. Di fronte ad un mondo sempre più vasto, in cui la sfera del sociale, dell’economico e delle più generali problematicità sembra ogni giorno rivelare i limiti del potere politico, la necessità che un simile potere possa effettivamente contare è tema di fondamentale importanza. Se i tempi di oggi sono tempi di democrazia, il lascito del Federalist è che anche la democrazia, classicamente la più debole delle costituzioni, può in realtà essere più forte del più potente degli imperi. Il prezzo di questa potenza, però, per preservare la sovranità popolare, è il costituzionalismo federale. In un mondo sempre più grande, l’alienazione di sovranità ad organismi capaci di compiere decisioni realmente efficaci non è perdita di potere, ma riconquista di questo. Al contempo, per tutto ciò che non rende necessaria tale alienazione, la conservazione della democrazia nel locale, anche se in forma diretta, rimane la via migliore per gestire i propri interessi, la propria esistenza e la propria comunità. Hamilton, Madison e Jay erano tutti concordi nel pensare che il potere, inteso anche come potenza, non fosse qualcosa di cui avere paura, ma anzi uno strumento da ricercare, ma che questa forza dovesse essere gestita ordinatamente, a più livelli, separatamente, perché l’impero democratico non perdesse infine il suo vero elemento qualificante: quello della libertà.

 

Immagine: Washington DC Capitol. Credits: immagine caricata su Flickr da Nicolas Raymond. Creative Commons: Attribution 2.0 Generic.

 

Bibliografia

Derrida, J. (2003), Stati canaglia. Due saggi sulla ragione, Milano: Raffaello Cortina Editore.

Garosci, A. (1954), Il pensiero politico degli autori del “Federalist”, Milano: Edizioni di Comunità.

Hamilton, A., Madison, J., Jay, J. (1955), Il Federalista, Pisa: Nistri-Lischi Ed.

Harrington, J. (1985), La Repubblica di Oceana, Milano: Franco Angeli.

Hume, D. (2017), Trattato sulla natura umana, parte III, Roma-Bari: Laterza, pp. 479-570.

Hume, D. (1971), Opere II, Roma-Bari: Laterza, pp. 452-460 (Dei partiti in generale); pp. 661-675 (Sul commercio); pp. 891-899 (Sull’accordo dei partiti).

Israel, J. (2018), Il grande incendio. Come la Rivoluzione americana conquistò il mondo 1775-1848, Torino: Einaudi.

Locke, J. (2016), Secondo Trattato sul Governo, Milano: Rizzoli.

Montesquieu, C. (2005), Lo Spirito delle Leggi, Torino: Utet.

Pocock, J. (1980), Il momento machiavelliano. II. La “repubblica” nel pensiero politico anglosassone, Bologna: Il Mulino.

Tocqueville, A. (1968), La Democrazia in America, Torino: Utet.

Tonello, F. (2010), La Costituzione degli Stati Uniti, Milano: Mondadori.

White, M. (1987), Philosophy, The Federalist, and the Constitution, Oxford: Oxford University Press.

 

[1] Per una descrizione dei poteri del Presidente degli Stati Uniti si rimanda all’articolo II della Costituzione americana.


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