12 giugno 2019

Genealogia della sovranità

di Giacomo Brioni

● Pensiero politico

 

Recensione a Galli, C. (2019), Sovranità, Il Mulino: Bologna

 

La categoria della sovranità è oggi al centro del dibattito politico. Da una parte troviamo i suoi critici, che ne decretano l’insostenibilità o addirittura la disumanità come forma di convivenza, o anche la sua inutilità come strumento esplicativo, dall’altra i suoi fautori, che si appellano alla sicurezza e ai confini, spesso in forma identitaria-tradizionalistica. In questa diatriba si inserisce la voce realista di Carlo Galli, che con il suo ultimo volume intende riaffermare l’importanza euristica di questa categoria per comprendere la politica moderna, nonché la sua ineludibilità in quanto manifestazione essenziale del politico.

 

Al fine di evitare semplificazioni e restituire il carattere complesso e dinamico della sovranità, Galli impiega il metodo genealogico: in questa scelta sono evidenti gli echi nietzscheani mediati dalla lettura di Carl Schmitt come autore di una genealogia della politica (che non a caso è il titolo dell’opera seminale di Galli su Schmitt). Galli intende la sovranità come una categoria non esauribile da una semplice definizione. Può essere definito solo ciò che non ha storia, e la sovranità è un oggetto che è fondamentalmente storico. Quella della sovranità è anche una storia filosofica: la filosofia politica ha seguito costantemente lo sviluppo della sovranità e ha contribuito in larga misura a produrlo. Il libro di Galli si articola dunque in tre parti: Definizione, Storia e Filosofia, completate da una conclusione sull’Oggi, che tenta di dar ragione dei conflitti tra sovranisti e antisovranisti. Ripercorriamole brevemente.

 

La sovranità è portatrice di una complessità strutturale, drammatica coesistenza di tre dimensioni: è volontà politica unitaria e puntuale, che rappresenta però una sfera plurale di soggetti legati da relazioni sociali ed economiche. La legge è la linea, il perimetro con cui la sovranità tenta di sigillare e ordinare questa pluralità infiammata di politicità. La sovranità promette protezione in cambio di obbedienza, e tenta perciò di legittimarsi con un progetto di convivenza: essa è anima del corpo politico. Per rendere possibili stabilità e prevedibilità dell’ordine, la sovranità mira a spoliticizzare questo corpo, con processi di razionalizzazione giuridica. Essa, in altre parole, tenta di definire dall’alto i propri soggetti. Ma questo progetto, ci mostra Galli, è attraversato da una sconnessione originaria, parte del suo realismo: essa è il potere costituente, la rivoluzione, ma anche la decisione che sospende l’ordine nello stato di eccezione. L’individuo che la sovranità cerca di plasmare è il suo stesso artefice, agente del politico che la può far saltare: la sovranità dunque, è «un nomos che contiene una possibilità di anomia - e questa è la sua cifra più radicale» (p. 13). Essere consapevoli di questo significa fare teologia politica nel senso di Schmitt, interrogare genealogicamente la sovranità come decisione, ossia miracolo, in equilibrio tra ordine e caos.

 

L’epoca storica in cui i caratteri della sovranità si manifestano e si approfondiscono è la modernità: l’età classica della sovranità si inserisce tra la pace di Vestfalia e la fine del XIX secolo (così anche Schmitt nel Nomos della terra). All’interno di questo spettro, Galli individua alcuni vettori fondamentali di sviluppo, definiti come dinamismi, dal momento che la sovranità si pone storicamente come «ricerca dinamica di una stabilità impossibile» (p. 32). Si registrano dinamismi interni di livellamento e spoliticizzazione, come i processi accentratori politico-militari o l’opera di risoluzione dei conflitti religiosi, a fronte del motore teologico-politico della Riforma; parallelamente avviene la proiezione imperiale e coloniale dell’Europa. Vi sono poi dinamismi che spostano l’attenzione sulla questione della legittimità e della legislazione, come i conflitti tra re e popolo che aprono la strada alla dimensione rappresentativa da un lato, e a quella diretta dall’altro. Fondamentale è inoltre la dialettica stato-economia, fatta di ritrazione e intervento, separazione e compenetrazione. Altro vettore importante è quello delle rivoluzioni, le sconnessioni che segnano il passaggio tra diverse forme di sovranità e mediazione, e permettono di mappare la differenza di velocità e motivazioni nell’evoluzione delle sovranità europee. Per Galli la logica di questi processi è una progressiva spersonalizzazione della sovranità, culminante nello Stato nazionale di XIX secolo. Questo però rovina nel tragico punto di fuga della Grande Guerra e dei totalitarismi, segno di una sovranità ipertrofica gettata verso la mobilitazione totale e l’autodistruzione, a cui segue il tentativo di ricostruzione dello Stato neocostituzionale postbellico.

 

Giungiamo così alla filosofia. La ricostruzione di Galli del rapporto tra filosofia politica e sovranità è essenzialmente tripartita. In primo luogo troviamo il pensiero razionalistico, che ha come centro di gravità Hobbes, «il teorico della forma assoluta della sovranità» (p.84) che esprime con forza il doppio inizio di essa, contrattualistico e teologico-politico: il sovrano è un dio mortale, un katechon che è coazione all’ordine nel tempo dell’attesa di Cristo, nell’anomia dell’assenza di Dio. In confronto a Hobbes gli altri razionalisti (come Locke e Rousseau) sono urbanizzatori di questa dimensione teologico-politica. A ciò segue il pensiero dialettico: Hegel, diversamente da Hobbes, vede in modo non individualistico lo stato costituzionale, che è ingresso di Dio nel mondo, mentre Marx ribalta completamente il quadro: la sovranità va abbattuta come alienazione che nasconde la contraddizione non mediabile tra capitale e lavoro. Infine, il pensiero negativo, che recupera, nella figura cardine di Schmitt (ma non solo), la tragicità anomica e decisionistica a fondamento dell’ordine, e fa da contraltare al freddo normativismo di Kelsen ed epigoni.

 

A fronte di queste analisi, Galli chiude con delle considerazioni sul panorama politico odierno. Le sovranità democratiche restaurate nel dopoguerra sono minacciate da poteri che agiscono con logiche diverse, principalmente il capitalismo neoliberista che vorrebbe sostituire il politico con la lex mercatoria , e criticate da pensieri come quello degli universali morali (i diritti umani) e il pensiero critico postmoderno che nega valore esplicativo alla sovranità prediligendo categorie come la moltitudine e l’impero. La sovranità per Galli ha ancora il compito di esprimere la complessità e la serietà della politica, ma egli constata anche che oggi la sua funzione di fortezza è minata dall’inserimento in un ambiente di relazioni, conflitti e migrazioni che risvegliano il politico in forme autoritarie che preferiscono la decisione alla normalità dell’ordinamento. In Europa, poi, la sovranità è in una condizione mediana irrisolta e intermittente, per cui degli Stati parzialmente sovrani si devono confrontare con una Ue che ha uno strumento come l’Euro, frutto di una decisione sovrana, ma anch’essa solo parziale, di spoliticizzazione dell’economia. La richiesta di sovranità a cui oggi si assiste è per Galli un tentativo, per quanto non orientato, di tornare ad articolare le soggettività politiche nella dimensione più accessibile di normalità, una richiesta di protezione derivata da un «individualismo di massa» (p. 128), più che da aneliti nazionalistici.

 

Quella di Galli, in conclusione, è una disamina potente della categoria della sovranità, una considerazione inattuale mirata a riscoprire capacità e difficoltà di uno dei concetti centrali della modernità, ed è forse il miglior modo in cui si possono impiegare le categorie schmittiane rispetto alle alternative decostruzioniste odierne. Tuttavia, l’analisi sembra peccare di principio di carità, specie nel caratterizzare quello che è dipinto come acerrimo nemico della sovranità, il neoliberismo, un moloch indistinto in cui per Galli confluiscono pensieri contrastanti come la distinzione kosmos / taxis di Hayek, l’utilitarismo razionalistico e le preferenze fissate di matrice neoclassica. In generale, intendere il liberalismo come sviluppatosi nell’alveo della sovranità può sviare la comprensione di questo. Esso si è certamente confrontato con la statualità e la sovranità, ma ha assunto presto caratteri autonomi. In questo senso, potrebbe risultare utile riprendere filosofi dell’illuminismo scozzese come Hume e Smith, che sono stati capaci di pensare la politica e le istituzioni in modo non costruttivista, ossia come risultato inintenzionale di azioni umane intenzionali, compiute da individui con tempo e conoscenza limitati, impegnati in uno scambio non rivolto solo al bruto interesse, ma che è funzione di socialità. Ripartire da qui può aiutare sia a far chiarezza sulle varie filiazioni della tradizione liberale (ad esempio Hayek sviluppa queste intuizioni, cosa che non permettono di fare altrettanto bene le teorie neoclassiche), sia a illuminare strade diverse per il pensiero politico.

 
Immagine: Gerard Terborch, The Ratification of the Treaty of Münster. Credits: National Gallery, Londra. Immagine di dominio pubblico.

 

Bibliografia

Galli, C. (1996), Genealogia della politica , Il Mulino: Bologna

Schmitt, C. (1991), Il nomos della terra , Adelphi: Milano

Schmitt, C. (2011), Sul Leviatano , Il Mulino: Bologna

Schmitt, C. (2014), Le categorie del ‘politico’ , Il Mulino: Bologna

 

 

 

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