1 novembre 2019

La virtù dell'eccezione: Machiavelli e i suoi interpreti a 550 anni dalla nascita

di Gio Maria Tessarolo

Pensiero politico

 

Che Machiavelli sia stato una figura “eccezionale” è vero in molti sensi: in quanto spartiacque della storia culturale europea e personalità particolare al limite dell’unicità, ma anche in quanto teorico dell’eccezione come oggetto di attenzione speculativa privilegiata (su quest’ultimo tema cfr. Pedullà, 2011: pp. 594-602). È perciò quanto meno curioso che la letteratura critica degli ultimi decenni si sia al contrario indefessamente affaticata nella laboriosa opera di assimilazione del suo pensiero a quello di tradizioni varie ed eterogenee fra loro, proponendo di volta in volta paradigmi storiografici che tendevano inevitabilmente a diventare rigide schematizzazioni teoriche. Si possono così trovare tanto coloro che accostano il Principe e soprattutto i Discorsi al pensiero precedente (esempio classico è Skinner, 1978), quanto coloro che ne fanno il punto di partenza di una modernità, sia essa quella fondamentalmente anti-classica della lezione straussiana (cfr. Strauss, 1958) o quella “sovversiva” delle letture marxiste radicali (soprattutto a partire da Negri, 1992). L’esempio più recente della fortuna di tale rigidità è il modo in cui, dopo gli anni di dominio del repubblicanesimo, anche il mondo accademico anglosassone vede ora una proliferazione di letture “tumultuarie” e populiste di Discorsi e Istorie come opere radicalmente democratiche, simili a quelle che già da decenni provengono da Italia e Francia (cfr. fra le pubblicazioni più recenti Holman, 2018; McCormick, 2018; Winter, 2018). 

 

Su una cosa sola l’indagine accademica sembra perciò concordare: l’esigenza di avvicinare il Segretario fiorentino ad altri pensatori, in una ricerca spesso ossessiva e minuziosa di concordanze, debiti e rimandi che, se da una parte è una componente inevitabile del lavoro dello storico del pensiero politico, dall’altro ha messo in secondo piano l’indagine sulla specificità delle idee del fiorentino, spesso ricondotte a paradigmi eccessivamente rigidi ed unilaterali, che si trattasse di quelli dei vari repubblicanesimi (aristotelico, ciceroniano, fiorentino) o della linea “rivoluzionaria” che lo associava a Spinoza e Marx nella battaglia contro l’ordine capitalistico della modernità. La riflessione sulle fonti o sulla fortuna ha perciò costituito non solo una parte rilevante ma anche la quasi totalità della ricerca e della produzione di testi sul Segretario fiorentino, portando ad esiti che in alcuni casi hanno costituito veri e propri contributi rilevanti alla teoria politica contemporanea (cfr. su fronti opposti Pettit, 1997 e McCormick, 2011), ma lasciando decisamente da parte l’analisi storica e filosofica delle idee machiavelliane per se stesse (anche se naturalmente eccezioni notevoli ci sono state, da Sasso, 1993 a Cutinelli-Rèndina, 1998). 

 

È stato fortunatamente proprio in questa direzione che si sono mosse le più recenti pubblicazioni: in occasione dei 550 anni dalla nascita sono comparsi in Italia una serie di studi che hanno rimesso in questione il pensiero del Segretario fiorentino con forza e originalità. In campo storico-letterario (ma anche storico-politico), la monografia di Alberto Asor Rosa Machiavelli e l’Italia ha ribadito la centralità della preoccupazione per la penisola nel pensiero e nell’esperienza concreta dell’autore del Principe. Utilizzando l’Exhortatio che lo conclude come centro propulsore dell’analisi (metaforicamente ma anche testualmente, visto che ad essa è dedicato proprio il capitolo centrale del libro), l’obiettivo è sottolineare come quella consumatasi nell’arco temporale 1494-1530 sia stata una vera e propria «disfatta»: Machiavelli e Guicciardini, che di questa disfatta sono stati allo stesso tempo attori, spettatori ed interpreti diventano punto di osservazione privilegiato su ciò che è stato, ma soprattutto su ciò che sarebbe potuto essere. Più che sull’afflato patriottico in quanto tale (cui in passato sono già stati dedicati studi importanti), è sulla concretezza storica degli eventi delle guerre italiane che Asor Rosa attira l’attenzione, dedicando una lunga sezione alla ricostruzione della centralità degli avvenimenti del 1526-1527: come si evince dal carteggio e dalle ultime opere, Machiavelli ha piena consapevolezza di trovarsi di fronte ad un punto di svolta, ad un’occasione irripetibile che, se persa, decreterebbe «la fine» (come si intitola il quattordicesimo capitolo del libro). Dopo quella che risulta (come la chiama il capitolo immediatamente successivo) la «grande catastrofe italiana», l’Italia scivola ai margini della storia europea: una condizione da cui, Asor Rosa sostiene, non siamo ancora riusciti a riemergere. 

 

Una presentazione di Machiavelli come interprete privilegiato del suo tempo è quella che emerge anche dall’ultima fatica di Michele Ciliberto, Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, che del Segretario fiorentino indaga prevalentemente il versante storico-filosofico, dipingendolo da un lato come pensatore tipico del suo tempo accanto ad Alberti, a Pico, a Bruno, e dall’altro come «plurimum estravagante di opinione dalle commune et inventore di cose nuove et insolite» (sono parole di Guicciardini, cfr. Ciliberto, 2019: p. XII). Come annuncia il titolo, è la tensione fra ragione e pazzia che Ciliberto assume come linea guida del suo discorso, analizzando da questo particolare punto di vista i principali aspetti della filosofia politica e della “filosofia dell’uomo” del Principe, dei Discorsi e delle Istorie, ma anche di lettere, commissioni, legazioni, dipingendo un ritratto intellettuale a tutto tondo. Tale tensione è da un lato un esempio particolare di quella fra disincanto e utopia che (come già tematizzato in lavori precedenti, cfr. Ciliberto, 2005) caratterizza il pensiero dei grandi dell’Umanesimo e del Rinascimento, ma dall’altro anche peculiare della riflessione di un uomo politico che si trova a pensare un’epoca di profonda trasformazione, in cui consapevolezza della crisi e della straordinarietà dei «tempi» si uniscono necessariamente ad uno slancio costruttivo e creativo, “pazzo” proprio perché deve pensare qualcosa di completamente nuovo di fronte alle macerie di un mondo che non tornerà più. 

 

Tale slancio costruttivo è da molti punti di vista il filo rosso che tiene insieme anche gli ultimi studi machiavelliani di Carlo Ginzburg, recentemente raccolti insieme ad una serie di altri lavori con il titolo emblematico Nondimanco. «Nondimanco» e «nondimeno» sono in effetti congiunzioni concessive che si presentano regolarmente nei luoghi concettualmente cruciali dell’opera machiavelliana, e che Ginzburg connette al fatto che «la riflessione politica di Machiavelli verte tanto sull’eccezione quanto sulla regola» (Ginzburg, 2018: p. 29): più in generale, esse possono essere pensate come spie del modo complesso in cui Machiavelli si rapporta al pensiero politico precedente, alle verità universalmente accettato come “valori” o “assunti”, alle posizioni del senso comune. Di tali massime il Principe e i Discorsi spesso infatti riconoscono la validità, che viene però immediatamente limitata dalla necessità di introdurre una prospettiva ulteriore, un rovesciamento del punto di vista: un «nondimanco», appunto. E se tale novità nel caso del libro di Ginzburg viene identificata principalmente con la «prospettiva dell’arte» (espressione mutuata da un saggio di Charles Singleton che funge da punto di riferimento teorico della maggior parte dei saggi machiavelliani che compongono l’opera), si potrebbe sostenere che la novità risieda anche nella capacità stessa di pensare la politica fuori dai paradigmi costituiti dal pensiero precedente. 

 

Come ha sottolineato anche Carlo Galli in un recente intervento sul tema, ciò che torna ad interessare del Segretario fiorentino è il modo in cui «con lui e attraverso di lui si retrocede al momento magmatico in cui la politica moderna si è presentata in tutta la sua potenza, prima che prendessero forma le soluzioni ordinative che hanno costituito l’ossatura della storia degli ultimi trecento anni, e che oggi vacillano». Ad accomunare le varie letture cui si è accennato è infatti la convinzione che in Machiavelli ci sia qualcosa di unico e fondamentalmente eterogeneo rispetto a ciò che può insegnare lo studio del pensiero politico moderno: di qui la volontà di recuperare un approccio al suo pensiero che vada al di là delle categorizzazioni e delle schematizzazioni. Più che in un tratto specifico delle sue prescrizioni l’eccezionalità risiede nella prospettiva adottata, nel punto di vista machiavelliano (su cui si è brillantemente soffermato Landi, 2017), che è fondamentalmente quello dell’assenza di fondamento e della novità: Machiavelli vive in un tempo di trasformazione e di crisi ed è costretto a pensare un ordine nuovo ed alternativo. È da questa necessità che scaturiscono a loro volta la concentrazione ossessiva sul «principe nuovo» così come lo studio dell’esemplarità storica, tanto positiva quanto negativa (Discorsi e Istorie): dalla necessità di pensare la politica in modo totalmente diverso da ciò che esisteva in precedenza, di distogliere lo sguardo da ciò che è ed aggiungere un «nondimanco» alle strutture date per scontate. Questo non significa prescindere dall’esistente, rinnegare totalmente il presente o tantomeno il passato, ma significa saper allargare la propria visuale, assumere un punto di vista volontariamente diverso e sfasato rispetto alla realtà in cui si vive: significa, in ultima analisi, saper riconoscere i momenti di transizione, mutazione, evoluzione e la necessità, in quei momenti, di cogliere l’«occasione». 

 

Come tanto le interpretazioni repubblicane quanto quelle populiste hanno ampiamente accertato, per molti motivi lo Stato moderno non è una realizzazione fedele dei princìpi machiavelliani: sull’opportunità o meno di utilizzarli come correttivo per le nostre democrazie il dibattito è aperto. Studi come quelli menzionati in precedenza sono utili proprio perché evitano di inserirsi in paradigmi interpretativi rigidi: più che al contenuto, è alla prospettiva machiavelliana che essi richiamano. È alla sua capacità di pensare la politica come attività che ha a che fare con l’eccezione, la straordinarietà e la novità che è necessario prestare attenzione in tempi per molti versi a loro volta eccezionali, in cui pensare la politica in modo nuovo è un imperativo e una necessità. 

 

Immagine: Stefano Ussi, Niccolò Machiavelli (nello studio). Credits: Galleria nazionale d'arte moderna. Opera di pubblico dominio.

 

Bibliografia

Asor Rosa, A. (2019), Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta, Giulio Einaudi Editore: Torino. 

Ciliberto, M. (2019), Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, Editori Laterza: Roma-Bari. 

Ciliberto, M. (2005), Pensare per contrari. Disincanto e utopia nel Rinascimento, Edizioni di Storia e Letteratura: Roma. 

Cutinelli-Rèndina, E. (1998), Chiesa e religione in Machiavelli, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali: Pisa-Roma.  

Ginzburg, C. (2018), Nondimanco. Machiavelli, Pascal, Adelphi Edizioni: Milano. 

Holman, C. (2018), Machiavelli and the Politics of Democratic Innovation, University of Toronto Press: Toronto. 

Landi, S. (2017), Lo sguardo di Machiavelli (una nuova storia intellettuale), Il Mulino: Bologna. 

McCormick, J. P. (2011), Machiavellian Democracy, Cambridge University Press: Cambridge. 

McCormick, J. P. (2018), Reading Machiavelli. Scandalous Books, Suspect Engagements and the Virtue of Populist Politics, Princeton University Press: Princeton. 

Negri, A. (1992), Il potere costituente. Saggio sulle alternative del moderno, SugarCo: Carnago. 

Pedullà, G. (2011), Machiavelli in tumulto: conquista, cittadinanza e conflitto nei «Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio», Bulzoni: Roma. 

Pettit, P. (1997), Republicanism. A Theory of Freedom and Government, Oxford University Press: Oxford. 

Sasso, G. (1993), Niccolò Machiavelli (terza edizione), Il Mulino: Bologna. 

Skinner, Q. (1978), The Foundations of Modern Political Thought. Volume 1: The Renaissance, Cambridge University Press: Cambridge. 

Strauss, L. (1958), Thoughts on Machiavelli, The Free Press: Glencoe. 

Winter, Y. (2018), Machiavelli and the Orders of Violence, Cambridge University Press: Cambridge.


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