30 marzo 2019

"Machiavelli, Islam and the East" - Intervista a Lucio Biasiori

di Gio Maria Tessarolo

Pensiero politico

 

Machiavelli, Islam and the East è dei contributi più interessanti e innovativi degli ultimi anni nel vasto mondo degli studi machiavelliani: attraverso una serie di indagini condotte da studiosi provenienti da contesti geograficamente e culturalmente molto diversi fra loro si analizza infatti il rapporto (a lungo ignorato) fra il Segretario fiorentino e il mondo islamico, sia dal punto di vista delle fonti extra-europee del suo pensiero sia da quello della fortuna della sua opera al di fuori dei normali canoni di ricerca. L’obiettivo che il testo si pone, però, non è solo sviluppare una direzione innovativa in un ambito circoscritto, ma (riprendendo il titolo del grande classico di Quentin Skinner) operare un vero e proprio ripensamento delle origini del pensiero politico moderno, allargandone la prospettiva all’orizzonte degli scambi culturali mediterranei, al di fuori dunque del “canone” classico di influenze e di rapporti usualmente considerato alla base delle categorie fondative della politica così come la conosciamo. Il risultato è un lavoro stimolante tanto dal punto di vista accademico quanto da quello culturale in senso più ampio, dal momento che fornisce anche l’occasione per riconsiderare la vitalità e la ricchezza del rapporto Oriente-Occidente in una prospettiva inconsueta.  

 

Proponiamo qui un’intervista a Lucio Biasiori, ricercatore presso la Scuola Normale Superiore, che insieme a Giuseppe Marcocci è uno dei due curatori del volume.     

 

Che ruolo gioca l’opera di Machiavelli nella più ampia panoramica dell’evoluzione del pensiero politico europeo sui rapporti fra Oriente e Occidente?

 

Dico subito che, pur essendo uno dei due curatori di Machiavelli, Islam and the East, parlerò a titolo personale e quindi quello che dirò non coinvolge minimamente né l’altro curatore né, men che meno, gli autori dei vari capitoli, che probabilmente avranno idee diverse dalle mie sul ruolo di Machiavelli nell’evoluzione dei rapporti tra Oriente e Occidente. Per fare un po’ di luce su questo punto, devo poi prima spiegare rapidamente come è nata questa ricerca, perché di solito Machiavelli non è un autore che si associa al mondo islamico o comunque al mondo extra-europeo. Anche io, per poter cominciare a lavorare sui rapporti tra Machiavelli e il pensiero politico islamico, ho dovuto liberarmi da un pregiudizio che si era depositato nella mia mente. Ero sempre rimasto colpito, infatti, da una famosa frase di un importante storico italiano del secolo scorso, Federico Chabod, che nella sua Storia dell’idea di Europa diceva press’a poco come Machiavelli fosse stato il primo a delineare un’opposizione tra Europa e resto del mondo in chiave non religiosa. Cioè, se nel Medioevo l’Europa si era sempre definita come cristianità in opposizione a tutto il resto, dopo che la Riforma protestante aveva rotto l’unità religiosa del continente serviva un nuovo tipo di giustificazione per affermare la specificità del continente europeo. Secondo Chabod, questa nuova giustificazione si trova per la prima volta nel finale dell’Arte della Guerra, quando Machiavelli per bocca di Fabrizio Colonna, che è il suo alter ego nel dialogo che compone l’opera, contrappone i grandi regni asiatici (dove uno solo regna e tutti gli altri sono sudditi) alla frammentata realtà europea, dove gli scontri politici portano all’emergere di molte entità statuali e molti uomini eccellenti. 

 

Ecco, l’autorità del giudizio di Chabod aveva deviato la mia visuale e mi aveva portato a vedere Machiavelli come la quintessenza di un pensiero europeo, che ha certamente poi una ricezione anche fuori, ma soprattutto nel mondo atlantico delle colonie inglesi. Come spesso accade, però, il confronto fra testi, cioè la filologia, ha sgonfiato questo mio preconcetto.  Lavorando sul debito che il Principe aveva nei confronti della Ciropedia di Senofonte, ho scoperto che la contrapposizione tra piccoli e litigiosi stati europei e grandi imperi asiatici formulata da Machiavelli ricalcava la contrapposizione tra le poleis greche e l’impero persiano che aveva letto in Senofonte.

 

Che cosa mi diceva questa piccola scoperta di una fonte? Non era tanto il fatto che quella non fosse farina del suo sacco e che quindi il suo ruolo come primo banditore della contrapposizione tra Occidente e Oriente ne uscisse ridimensionato. Spesso, infatti, Machiavelli, come tutti i grandi artisti, non copia ma ruba proprio di sana pianta. Il punto era un altro: la riflessione su un’opera come la Ciropedia, così piena di riferimenti al mondo orientale, faceva sorgere il problema di possibili influssi extraeuropei sulle opere di Machiavelli.  Una volta caduto il velo che mi aveva sempre mostrato il Principe e i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio come opere che certamente guardavano indietro nel tempo ma non avevano uno sguardo altrettanto ampio nello spazio, anche il lavoro che andavo svolgendo mi è apparso sotto un’altra luce.

 

Per questo libro ho lavorato su Machiavelli lettore di un’opera diffusissima ai suoi tempi, come il Segreto de’ segreti, una lettera in cui Aristotele scrive ad Alessandro Magno e non gli dà i soliti consigli che di solito gli intellettuali danno ai regnanti (“rispetta la parola data”, “sii pietoso”, etc.) ma gli prescrive anche dei comportamenti moralmente sconvenienti in nome della conservazione del suo regimen (una parola che nell’opera ha sia il significato di regime alimentare sia di regime politico). Ebbene – come gli specialisti di pensiero politico islamico, ma non i machiavellisti (almeno non io) sanno benissimo – il Secretum secretorum, che non è ovviamente di Aristotele, è invece frutto del tentativo attuato nella Baghdad abbaside del X secolo di impiantare la filosofia greca sul tronco dell’Islam, contaminandola a sua volta su una serie di altre influenze, soprattutto persiane e indiane. Nonostante fosse arrivato a Machiavelli attraverso lo schermo di traduzioni latine e volgari, questo nucleo di pensiero orientale era ancora ben visibile nel Segreto de’ segreti (o Kitāb sirr al-asrār, comunque lo vogliamo chiamare).

 

Vengo così finalmente a rispondere alla domanda: ci sono molti studiosi che hanno notato le somiglianze tra il Principe e la trattatistica politica islamica dei consigli al re che, a differenza degli specula principum europei, è molto più disincantata. Sul significato da dare a queste somiglianze, però, si sono divisi: chi le ha reputate frutto del caso, chi le ha considerate indipendenti tra di loro, chi ha detto che non si tratta di un problema rilevante. Partendo dalla riappropriazione da parte di Machiavelli del Segreto de’ segreti mi sembra di poter dire che il Principe e i trattati di consiglio al re elaborati nel mondo islamico si assomigliano perché avevano una fonte comune nel Kitāb sirr al-asrār. Ma chissà quante altre ce ne saranno che sono ancora nascoste e aspettano di essere tirate fuori con pazienza. Mi piacerebbe molto farlo, ma purtroppo le mie scarse conoscenze linguistiche per ora non me lo permettono.  

 

L’attenzione machiavelliana per il mondo islamico, oltre che nel Principe, è particolarmente acuta nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio: da dove nasce quest’interesse? Come può contribuire ad affrontare l’annoso problema delle fonti e delle influenze del suo pensiero?

 

Sono dell’idea che la maggiore apertura al mondo islamico e in generale a realtà extra-europee nei Discorsi sia legata al fatto che quell’opera parla di Roma antica, cioè di una realtà politica, che, estendendosi dalla Britannia alla Mesopotamia e dal Portogallo alla Tracia e i cui mercanti sconfinavano fino in India, in Cina e nel Sahara, poteva davvero ambire al titolo di  universale. Non importa che Machiavelli, commentando Livio, parli della Roma repubblicana e non di quella imperiale, perché, come ha mostrato Claude Nicolet, Roma fu un impero prima di essere un impero, anzi si può dire che la nascita dell’impero sia stata una battuta d’arresto nella sua espansione e infatti esso venne fondato proprio nel momento in cui la repubblica non pareva più in grado di governare territori così estesi. 

 

Prima di dire se e quanto questo interesse per realtà altre, filtrato dall’esperienza dei romani, contribuisca a chiarire le fonti del pensiero di Machiavelli bisogna però fare una precisazione importante. Il problema delle fonti non è mai un problema neutro. Proprio il caso di Machiavelli lo mostra alla perfezione: la battaglia tra esaltatori e detrattori del suo pensiero, che divampa in Europa dalla pubblicazione delle sue opere a metà Cinquecento per un secolo e mezzo almeno, si combatte anche sul terreno delle fonti: per i primi Machiavelli non avrebbe fatto altro che denunciare quello che i sovrani hanno sempre fatto e che gli altri storici avevano tramandato con compiacimento; per i suoi detrattori invece egli non sarebbe stato altro che un plagiario manipolatore, che copiava travisando quello che gli autori classici riportavano nei loro libri. Nemmeno oggi si tratta di un problema neutro. Per quanto mi riguarda posso dire che il lavoro su influenze extra-europee nell’opera di Machiavelli mi è servito anche per dissentire da una vulgata sul suo pensiero che ora è molto in voga, quella cioè che lo vorrebbe precursore dell’Italian theory. C’è questa idea che esista una linea di pensiero tutta italiana, attenta all’intreccio tra politica e vita, di cui Machiavelli sarebbe stato l’iniziatore. È chiaro che un Machiavelli che medita su un’opera pseudo-aristotelica, scritta nella Baghdad del X secolo, tradotta in latino da un chierico mozarabo e poi diffusasi in più di 500 manoscritti in italiano, francese, tedesco e inglese è quanto di più lontano dal fondatore dell’Italian theory. Capisco, fino a un certo punto, il tentativo di accreditare all’estero il pensiero italiano, ma ragionare in termini così rigidamente nazionali presenta il rischio di indebolire le resistenze dell’opinione pubblica al virus del nazionalismo.

 

Ovviamente l’obiezione che mi si potrebbe fare è che la mia è una lettura anacronistica, viziata dalle preoccupazioni dell’oggi. A questa obiezione rispondo con le parole del primo traduttore francese dei Discorsi. Diceva Jacques Gohory nel 1544 che si sbaglierebbe chi credesse che i Discorsi parlano solo di Roma. Essendo Roma il primo impero universale, i Discorsi (e qui torno al nucleo della domanda che mi è stata posta) parlano di molte altre popolazioni e, quando spostano il discorso sul presente, parlano di francesi, inglesi, egiziani, turchi tanto che possono essere considerati uno specchio della storia universale. Dice proprio così: un vray miroir de l’histoire universelle. Altro che Italian theory!      

 

Restando al dibattito filosofico, il sottotitolo del libro, «Reorienting the Foundations of Modern Political Thought», si riferisce evidentemente al testo classico di Quentin Skinner The Foundations of Modern Political Thought: quanto di quell’approccio è ancora valido oggi e che aspetti dovrebbero invece essere ripensati?

 

Una delle critiche che sono state fatte al “contestualismo” di Skinner è quella di non essere stato abbastanza coerente con i propri presupposti, cioè di non aver studiato sufficientemente il pensiero politico appunto nel suo contesto. Gli è stato perciò fatto notare come, per essere davvero contestuale, uno studio di quel tipo dovrebbe andare molto più a fondo nell’analizzare, ad esempio, le fonti di un autore, evitando di parlare in modo generale di tradizione classica o di aristotelismo, ma prendendosi la briga di andare a vedere in che lingua, in che edizione, in che supporto, se con un commento oppure senza, i pensatori politici si  leggessero gli uni con gli altri.

 

Questa critica coglie nel segno, ma va ulteriormente sviluppata nel senso che la ricostruzione di questo “contesto” a cui si mira va sì molto ristretta sul piano dell’analisi delle fonti e della ricezione, ma anche allo stesso tempo molto ampliata sul piano geografico. L’itinerario che presenta Skinner, e con lui la sua scuola, parte dalla Grecia, passa per Roma e, dalla Firenze del Rinascimento, attraverso l’Inghilterra e l’Atlantico arriva agli Stati Uniti. Riorientare il pensiero politico dell’età moderna, come abbiamo cercato di fare in questo libro, significa, con un piccolo gioco di parole, restituire all’Oriente il posto che aveva, un posto più importante di quanto si è creduto successivamente, quando quelle influenze furono espunte a esclusivo vantaggio di tutto ciò che veniva da Atene e Roma. Questo libro comincia a proporre per il pensiero politico moderno una carta geografica diversa, a volte polemica con quella disegnata da Skinner, ma proprio il fatto che abbiamo sentito il bisogno di ripartire da lì, anche solo per distaccarcene, è un segno di vitalità della sua proposta di metodo.      

 

Per quanto riguarda invece il tema del Mediterraneo come luogo di incontro e di reciproca influenza fra culture lontane, quale immagine se ne può ricavare alla luce delle ricerche qui raccolte? In che modo ci può aiutare ad ampliare la nostra prospettiva in merito?

 

Tanto nel dibattito accademico quanto in quello politico e anche quotidiano, quando si parla di Mediterraneo si rimane sempre un po’ divisi tra due posizioni contrapposte. C’è chi mette l’accento su quanto c’è di comune tra i popoli che ne hanno abitato per secoli le sponde e chi invece sottolinea la conflittualità permanente che è nata da quando si è rotta l’unità tra le due sponde di quello che i Romani chiamavano mare nostrum. Devo ammettere che navigare tra questi due scogli in compagnia di Machiavelli è stato utile. Studiare la produzione e la diffusione delle sue idee (idee così poco politicamente corrette) è stato infatti come una specie di vaccino che ci ha immunizzati dal rischio di presentare un quadro in cui fosse presente solo la dimensione pacifica dello scambio e del prestito culturale. Quando vieni a sapere che la traduzione in arabo del Principe ha giocato un ruolo importante per l’impianto nel mondo islamico di un concetto che gli era completamente estraneo come l’idea di nazione (con i guai che questo matrimonio spurio ha portato fino ai nostri giorni), vedi subito come lo scambio non è mai immune dal conflitto, e viceversa.    

 

L’ultima sezione del volume è dedicata alla ricezione delle opere di Machiavelli nel mondo islamico: quanto essa è stata significativa e cosa rivela del potenziale e del fascino dei capolavori del Segretario fiorentino?

 

Su questo punto siamo stati molto fortunati ad avere dei collaboratori che conoscevano benissimo il pensiero politico islamico – nella sua variante ottomana, mughal e più propriamente araba – e le lingue che lo veicolavano. I saggi che hanno studiato la ricezione di Machiavelli nel mondo orientale sono stati una vera sorpresa per me sia come curatore che come lettore. Sapere che la prima traduzione in turco-ottomano del Principe fu un lavoro a quattro mani tra un intellettuale di corte e un dragomanno di origine inglese e cercare di illustrare le scelte terminologiche alla luce di questa pluralità di mani. Oppure, che all’inizio del Seicento il gesuita Jerónimo Xavier (nipote di Francesco Saverio) per presentare al sultano mughal il suo Adāb al-Saltanat, un manuale per i re scritto in collaborazione con un certo  Mulla ‘Abdus Sattar ibn Qasim Lahauri, riscriva in persiano la lettera dedicatoria del Principe a Lorenzo de’ Medici ci è sembrato subito una scoperta sensazionale.  Già si conosceva certamente l’uso nascosto che i gesuiti facevano di un Machiavelli che a parole condannavano, ma vedere quest’uso proiettato su scala eurasiatica di certo non ce lo si poteva aspettare.

 

E la cosa emozionante è che la scoperta è emersa da una stretta collaborazione tra i due curatori del libro e i due autori del saggio, cioè Muzaffar Alam e Sanjay Subrahmanyam. Ecco, questo incrocio tra sensibilità e conoscenze (anche linguistiche) diverse mi ha fatto pensare a cosa si potrebbe fare moltiplicando ricerche come questa. Noi lo abbiamo fatto per Machiavelli, che è sicuramente un classico e quindi riassume in sé molti problemi interessanti, ma non è detto che non potrebbero emergere conclusioni altrettanto sorprendenti da ricerche analoghe.  

 

Immagine: Moschea. Crediti: xusenru. Creative Commons: Certificazione di Pubblico Dominio.

 

Bibliografia

Biasiori, L., Marcocci, G. (2018), Machiavelli, Islam and the East. Reorienting the Foundations of Modern Political Thought, Palgrave Macmillan.


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