4 luglio 2019

L'insostenibile leggerezza del merito

di Pasquale Terracciano

● Pensiero politico

 

Qualche anno fa, a scorrere gli analytics di Google, si poteva notare che nel mondo anglosassone l’appello alla «meritocracy» registrasse un declino all’apparenza inesorabile, mentre l’uso italiano della parola «meritocrazia» cresceva in maniera tumultuosa. A rifare oggi questa ricerca non vi sarebbe dubbio: negli ultimi pochi anni c’è stata un’impennata di studi e articoli sull’ideologia del merito, e ciò è accaduto sia all’estero che in Italia. Se non è venuto meno l’uso spesso positivo, e quasi sempre irriflesso dei due termini, si fa ora sempre più strada la posizione avversa, volta a mettere in luce gli aspetti ambigui della meritocrazia. The New York Times, The Atlantic, The Guardian, Le Monde hanno recentemente ospitato interventi critici di filosofi e scienziati sociali che sottolineano la scivolosità del concetto. L’ultimo volume inglese sull’argomento (Jo Littler, Against meritocracy. Culture, power and miths of mobility, 2018) e il recentissimo saggio dello storico Mauro Boarelli, uscito qualche mese fa (Contro l’ideologia del merito, 2019) chiariscono sin dal titolo, quasi identico, la loro esplicita battaglia contro la meritocrazia.

 

In realtà «le trappole della meritocrazia» (come titola un libro di Carlo Baroni del 2012) sono note da tempo. Anzi vengono denunciate sin dal libro che consacrò il termine: meritocrazia è un neologismo creato negli anni ’50 e quasi immediatamente usato dal pedagogista laburista Michael Young per descrivere una società distopica, pesantemente gerarchizzata da «neutrali» valutazioni sul quoziente intellettivo. Società che sarebbe stata messa sotto attacco nel 2033 dai tumulti dei populisti, capaci di mobilitare tutti coloro che erano stati esclusi dalla nuova élite meritocratica (Young 1959).

 

Verrebbe da dire che Young si è dimostrato troppo ottimista nello scegliere la data, ma certo questo aspetto – il suo straordinario profetismo – è uno degli elementi che spiegano l’ondata di approfondimenti sugli aspetti oscuri della meritocrazia. Nel riflettere sulle crepe che si sono aperte nelle società democratiche occidentali, nelle marcate polarizzazioni delle opinioni e dei voti, è apparso via via più chiaro come l’ideologia del merito abbia riempito lo spazio di elaborazione e indirizzo lasciato vuoto nella società post-ideologica. Alcuni aspetti che in Young apparivano confinati in un gioco letterario hanno iniziato a mandare bagliori sempre più sinistri. Non solo perché i populisti sono davvero apparsi sulla scena, ma perché contemporaneamente la vischiosità della mobilità sociale, la nuova stagione di studi sulla diseguaglianza, la frattura anche ideologica provocata dai lunghi effetti della crisi del 2008, convergevano nel segnalare che le società liberali arrancavano da troppi punti di vista.

 

L’«ideologia del merito» non poteva che essere tra gli indiziati. Dopo il 1989, la classe politica occidentale aveva infatti scoperto nella «meritocrazia» uno degli elisir ideologico per rendere funzionale e performante la società; ma quell’elisir, assunto in dose massicce, ha avuto funzioni da oppiaceo nel sedare le rivendicazioni egualitaristiche (o anche solo le istanze solidaristiche) ed estendere meccanismi e criteri della competizione in ambiti decisivi (l’istruzione e la sanità su tutti). Criteri che si presentano all’apparenza scontati e di buon senso, che non tengono però in debito conto il potenziale disgregativo rispetto ai vincoli che tengono salda una comunità. Rivendicare centralità al merito è importante, ma bisogna farlo con giudizio.

 

Le società contemporanee usano «merito» come principio indiscutibile di legittimazione e di autolegittimazione. L’appello alla meritocrazia è spesso l’arma retorica finale: taglia la testa al toro quando si voglia prospettare una riforma della società, e non accetta obiezioni. Chi non vorrebbe del resto che a essere premiati siano coloro che lo meritano? Che le cariche non seguano la nascita, ma il dispiegarsi di un talento allenato nel lavoro e temprato nello sforzo di raggiungere l’obiettivo? A maggior ragione in un paese come l’Italia, in cui l’assenza di meritocrazia è una delle tare storiche più unanimemente riconosciute. «Merito» però è un concetto filosoficamente per nulla pacifico, e appare azzardato fondarvi, senza troppo questionare, una teoria della giustizia e della società. Di più: il fatto che cosa significhi «merito» venga dato per scontato è una grande errore. La sua criticità risiede proprio nella sua apparente a-problematicità (Brigati 2016).

 

Cosa vuole dire dunque «meritocratico»? Che beni e posizioni della società vengono allocati secondo il «merito» e non secondo le proprie origini sociali. Su questa c’è un consenso unanime. Meno chiaro – ma decisivo – è stabilire cosa si intende per merito e come lo si identifica. Ogni «merito» ha in effetti a che fare con un ambito, con un’istituzione che lo riconosce e stabilisce dei criteri per valutarlo, e con uno scopo. Non si tratta di elementi accessori: sono essi a dare il valore del merito. Non si fa fatica a immaginare una società nazista pienamente meritocratica, ma non sarebbe però per questo una società giusta. Chi dice merito, senza specificare che cose intende e come intende raggiungerlo, nella migliore della ipotesi non sta dicendo nulla; nella peggiore, nasconde una cattiva coscienza.

 

L’appello al merito corre sempre il rischio che tale istanza si limiti solo a svolgere il lavoro contrario, a ripulire e occultare le differenze iniziali di censo, etnia, appartenenza. Del resto se i test di cultura generale prevedono nozioni che si trasmettono nel contesto sociale di origine, se per la scrittura di progetti in un ottimo inglese l’insegnamento curriculare scolastico quasi mai basta, possiamo dirci certi che chi supera i tipici scogli dell’accesso universitario e degli inizi di una carriera professionale vi sia riuscito solo in base ai suoi meriti? In chiave più ampia, da decenni sono noti i meccanismi di riproduzione del capitale sociale: le élites tecniche, formatesi meritocraticamente in scuole e università di eccellenza, tendono a creare e perpetuare una classe sociale ‘aristocratica’, nella quale figli seguono i tragitti di formazione dei padri (Francia e Inghilterra insegnano).

 

Il passaggio in cui si cela davvero l’insidia è quando dal merito come necessario criterio distributivo si passa, in maniera più o meno subdola, a un’ideologia del merito, che pervadendo tutti gli ambiti della società, estende la sfera valoriale della meritocrazia ad ambiti in cui tali valori possono essere dannosi. Un esempio cruciale. La nostra attuale idea di merito implica competizione, concorrenza, gerarchia, autolegittimazione del vincitore; si tratta di valori che sono all’opposto di quelli che presiedono al funzionamento della democrazia, che si fonda su uguaglianza, solidarietà, rispetto delle minoranze (Tognon 2016). La meritocrazia non è infatti un passe-partout. Se il lessico del merito permea tutti gli ambiti, se non si è consapevoli dei suoi limiti, si mettono a rischio i delicati meccanismi – non solo istituzionali o economici – che fanno funzionare le società.

 

Quando si critica l’estensione dei meccanismi del merito in altri ambiti, c’è talvolta il rischio di confondere l’ideologia del merito con il liberismo, e la critica dell’uno con la critica dell’altro. Se alcuni elementi possono coincidere, non si tratta della stessa cosa, e bisogna esserne avvertiti; il mercato in teoria assorbe e rende superfluo il merito, né ha interesse a premiare o meno comportamenti che un’istituzione esterna riconosce come «virtuosi».

 

Nella sbornia della meritocrazia c’è invece in pieno il travaglio della socialdemocrazia. Il termine «meritocrazia» nasce del resto, in chiave negativa, all’interno di un dibattito laburista. La sua storia si presenta cioè sin dall’inizio legata alla lotta contro le diseguaglianze, ma nella consapevolezza delle aporie e delle controindicazioni, che in ogni caso avrebbero potuto essere sostenute solo in cambio di una significativa mobilità sociale. Il vecchio laburista Young fece in tempo a vedere che il neologismo distopico venisse assunto da Tony Blair come etichetta per la società prospettata dal New Labour. Avvertì invano dei pericoli (Young, 2001).

 

Nel momento in cui la mobilità sociale è bloccata e le disuguaglianze nel mondo occidentale sono tornate a crescere, alle classi dirigenti si chiede giustamente il conto. Fare i conti con la meritocrazia è allora necessario per elaborare possibili risposte e disegnare politiche pubbliche efficaci (Granaglia 2007). Del merito non si potrà fare a meno; ma se la meritocrazia da possibile elemento di contrasto alle disuguaglianze è divenuta legittimazione morale della loro esistenza, bisognerà trovare il modo per invertire la rotta. Un primo possibile passo è analizzare la storia dei due concetti, del resto quasi mai studiata in profondità: si tratta di smontare un orologio che non segna più l’ora giusta, per capirne i meccanismi inceppati.

 

Il testo è la rielaborazione della relazione introduttiva alla tavola rotonda su Merito / Meritocrazia tenutasi lo scorso 18 giugno a Firenze, presso il «Centro sull’Umanesimo Contemporaneo» dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento.

 

Immagine caricata da B_Me su Pixabay. Immagine libera per uso commerciale.

 

Bibliografia

Appiah, K. (2018), "The Red Baron", New York Review of Books, October 11, reprinted as The myth of meritocracy: who really gets what they deserve?, The Guardian, October 19.

Baroni, C. (2012), Le trappole della meritocrazia, Il Mulino: Bologna.

Boarelli, M. (2019), Contro l’ideologia del merito, Laterza: Roma.

Brigati, R. (2016), Il giusto a chi va. Filosofia del merito e della meritocrazia, Il Mulino: Bologna.

Granaglia, E. (2007), "A difesa della meritocrazia? Concezioni alternative del ruolo del merito all’interno di una teoria della giustizia", Rivista delle politiche sociali 2, pp. 145-170.

Littler, J. (2018), Against meritocracy. Culture, power and miths of mobility, Routledge: London.

Tognon, G. (2016), La democrazia del merito, Salerno Editrice: Roma.

Young, M. (1959), The Rise of Meritocracy, Thames and Hudson: London (trad. it. 2014, L’avvento della meritocrazia, Edizioni di Comunità: Roma).

Young, M. (2001), "Down with Meritocracy", The Guardian, June 29.


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