18 gennaio 2020

Il lato oscuro del politico: alle radici demonologiche della modernità

● Pensiero politico

 

Recensione a Monateri, P.G. (2018), Dominus Mundi. Political Sublime and the World Order, Hart: Oxford

 

Chiunque tenti di avventurarsi per le vie della riflessione filosofico-politica, storica e giuridica del novecento, non tarderà ad imbattersi in paradigmi che mettono a tema il lato trascendente e ineffabile della politica, servendosi di registri retorici dal sapore occulto per caratterizzare le proprie categorie. La creatura più importante di questa tendenza a privilegiare tale dimensione, a un tempo meravigliosa e terribile, è senza dubbio il monstrum multiforme e onnipresente chiamato “teologia politica”, lemma con cui generalmente si intende l’interpretazione dei concetti politici moderni come  concetti teologici secolarizzati. Che si tratti della riflessione di Carl Schmitt sullo stato d’eccezione e sulla sovranità moderna come secolarizzazione del miracolo, o della sua ripresa e trasfigurazione in chiave biopolitica da parte di Agamben e della Italian Theory, che mira a denunciare lo stato come macchina di disciplinarizzazione dei corpi umani, la teologia politica continua a permeare il dibattito contemporaneo e a essere impiegata come modello per dare forma alla comprensione delle istituzioni politiche e giuridiche in cui viviamo. L’ultimo libro di Pier Giuseppe Monateri, Dominus Mundi. Political Sublime and the World Order, muove a tali costruzioni teoriche una critica che consiste nel ricondurre i moduli retorici di queste ultime alla loro origine storica, al fine di evidenziarne la tendenza all’occultismo filosofico: essa, qualora non venga problematizzata, rischia di essere foriera di quelle confusioni concettuali che accompagnano ogni estetizzazione della politica.

 

Come da titolo, il libro individua un tema chiave che funge da catalizzatore di tale estetica politica, descritta da Monateri tramite la categoria romantica del sublime: l’ordine globale e la figura del dominus mundi, attorno a cui si articola la gran parte del pensiero politico occidentale. La mossa fondamentale di Monateri è quella di tematizzare il carattere traumatico del passaggio dall’ordine cristiano-medievale alla sovranità moderna tramite una genealogia del dominus che mette in dicussione il modo in cui la teologia politica interpreta la modernità. Non sarebbe infatti una secolarizzazione, bensì un particolare dialogo tra pensiero politico e discipline magico-demonologiche ad aver originato quell’ordine di discorso che colloca il politico tra ordine e anomia, e che arriva fino a Schmitt, in particolare nella teoria dell’eccezione come ingresso della trascendenza nell’ordine, e nella tensione escatologica che pervade la descrizione della battaglia finale per il controllo del mondo nel Nomos della terra. Comprendendo in questo modo le trasformazioni dell’idea di dominus mundi, per Monateri, è possibile interpretare meglio le strategie ideologiche e le strutture egemoniche che accompagnano da tempo immemore il modo occidentale di intendere la politica.

 

Il punto di partenza dell’indagine è un passaggio del Corpus iuris civilis di Giustiniano. In uno dei responsi giuridici raccolti nel Digesto, dedicato a una questione di giurisdizione marittima, l’imperatore denota le proprie prerogative con queste parole: «Ego quidem Mundi Dominus, lex autem maris […]». Interpreti come Mommsen indeboliscono la locuzione attribuendo a mundus il senso di “terre emerse” e dando all’autem una connotazione avversativa, con il risultato di rendere l’affermazione un’abdicazione della discrezionalità sul mare a una lex impersonale non meglio precisata, su cui l’imperatore non avrebbe controllo, in quanto limitato alla terra. Contro tale lettura Monateri riattiva il senso del testo greco orginario, i cui termini chiave (signore è kyrios e mondo è kosmos) puntano in direzione di un’affermazione di dominio universale (Monateri, 2018: pp. 18-21). Questa formulazione della legittimità imperiale, insieme all’idea di Chiesa come corpus mysticum e di Dio, fonte ultima di ogni autorità, fonda la teologia politica medievale cristiana, di cui Monateri vede l’incarnazione più radicale nel modello bizantino dell’imperatore come imago Dei. Questi, in virtù della propria ortodossia, unisce sovranità ed eccezione in una concezione di autorità senza residui. Il dominus cristiano sembra entrare in crisi con la dinastia sveva, in particolare con Federico II, su cui grava il peso dell’esaltazione ideologica compiuta nel ‘900 da Ernst Kantorowicz, che presenta una figura dai tratti messianici, per quanto riguarda la vocazione di crociato, ma anche eretici, propri dell’Anticristo, nei momenti di scontro con il papato. L’ambigua carica escatologica che Kantorowicz assegna a Federico è però una retroproiezione di caratteri propri del politico moderno, una romanticizzazione del lato oscuro del dominus (Monateri, 2018: pp. 61-65), a cui Monateri mostra di preferire la sobria analisi delle prerogative magico-taumaturgiche della sovranità medievale compiuta da Marc Bloch.

 

La modernità, per Monateri, è prodotta proprio dalla trasformazione del dominus in una creatura altra rispetto a quella dell’imperatore cristiano. Questo non avviene tanto per motivazioni di riassetto politico (le guerre di religione), quanto per la volontà dei sovrani di portare sotto il proprio controllo oggetti che fino ad allora rientravano nell’area di discrezionalità del potere spirituale, nello specifico i casi di stregoneria. Monateri, analizzando opere come la Demonologia, scritta da re Giacomo I d’Inghilterra, e la Demonomania di Jean Bodin, riconosce il tentativo comune di trasformare la magia e l’eresia in reati puramente politici, equiparati al tradimento (Monateri, 2018: pp. 105-110). Questo però non è segno di un processo di secolarizzazione, bensì di una nuova caratterizzazione del potere in senso demonologico: chi è in grado di giudicare gli spiriti maligni può anche evocarli e comandarli. Al cuore della modernità sta un’inversione normativa eterodossa che esalta il lato oscuro del politico, il residuo inaccessibile alla comprensione ordinaria dato dalla comunicazione privilegiata del sovrano con il diavolo. Tutto ciò conduce Monateri a dare una nuova interpretazione del famoso frontespizio del Leviatano di Hobbes. Solo tramite la previa accettazione della suddetta inversione, Hobbes avrebbe potuto associare liberamente la sovranità alla figura del mostro biblico (potenza satanica, ma anche, come si può concludere interpretando il libro di Giobbe, espressione della potenza divina in terra), il quale però non è più rappresentato con le fattezze del serpente marino, ma come creatura terrena che rimanda alla vecchia immagine del dominus come corporate body (Monateri, 2018: pp. 120-134).

 

Monateri chiude il cerchio tornando al pensiero di Schmitt, che sarebbe quindi il prodotto di questa relazione tra politica ed estetica, un romanticismo politico (fortemente influenzato dalla teoria del sublime di Burke) di cui Schmitt stesso accusa la borghesia parlamentare, incapace di trattare il problema della decisione. Allo stesso tempo, nel giurista tedesco si può riscontrare l’influenza anche del modello politico bizantino, con il risultato di una doppia nostalgia, sia per l’ordine cristiano, sia per l’ordine moderno. Tuttavia, per Monateri, Schmitt vede una fondamentale continuità tra questi due momenti, pur nella secolarizzazione, mentre la relazione sarebbe di rottura radicale. È alla luce di questa rottura che va ripensato il pensiero dell’ordine globale, in particolare nella condizione presente di sovranità indebolite e poteri economici trasversali: il fantasma del dominus - o della governance globale - permane e attende di essere ricatturato, e la teologia politica non è uno strumento valido per questo.

 

In conclusione, l’operazione di Monateri risulta di particolare interesse perché, pur conservando alcune suggestioni foucaultiane o agambeniane (specie nel dare una sfumatura biopolitica al controllo dell’eresia e della stregoneria nella politica moderna e nell’utilizzo di un metodo “archeologico”), rivolge contro tali autori i loro stessi apparati teorici, mostrandone così i limiti e riflettendo sugli orientamenti impliciti di un linguaggio politico carico di riferimenti a eccezioni, trascendenze e residui. Se da un lato Monateri si mostra critico nei confroni del razionalismo e crede che non si possa eliminare la tendenza occidentale a concepire le istituzioni come caratterizzate da una certa “eccedenza” che le dota della capacità di definire la vita giuridica e politica degli individui, dall’altro, fondando la propria analisi sul confronto diretto con le fonti della storia del diritto, riesce a evitare quell’imprecisione concettuale e quegli slittamenti ideologici che sono spesso presenti nelle teorie postmoderne e che mettono a rischio la qualità del dibattito.

 
Immagine: Abraham Bosse, Frontispece of the book Leviathan by Thomas Hobbes. Credits: Wikimedia Commons. Immagine di dominio pubblico.

 

Bibliografia

- Bloch, M. (1973), I re taumaturghi, Einaudi: Torino.

- Kantorowicz, E. (2017), Federico II Imperatore, Garzanti: Milano.

- Monateri, P. G. (2018), Dominus Mundi. Political Sublime and the World Order, Hart: Oxford.

- Schmitt, C. (1991), Il nomos della terra, Adelphi: Milano.

 

 

 

 

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