18 dicembre 2019

Le origini del neoliberalismo

di Francesco De Matteo

● Pensiero politico

 

In questo breve articolo ripercorrerò per sommi capi alcuni dei passaggi fondamentali che condussero alla nascita del neoliberalismo. Preferirò questo termine a “neoliberismo”, parola che ha un’origine principalmente italiana, e che nel significato che ha assunto nel dibattito tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi non è sovrapponibile a neoliberalismo. Ciò verrà fatto soprattutto mettendo in luce alcuni aspetti dei rapporti storici e teorici tra i suoi “padri fondatori”, mentre per ragioni di spazio non esplorerò le esperienze politiche dei governi Reagan e Thatcher negli anni ’80, legate a questo termine. Sarà una buona occasione per tracciare i confini di un termine estremamente importante e presente nel dibattito politico contemporaneo, dibattito prezioso ma a volte insensibile ad alcune discriminazioni fondamentali che proverò ad operare di seguito.

 

Il termine fu probabilmente usato per la prima volta durante il Colloque Lippman, evento tenutosi a Parigi nel 1938 in occasione della traduzione dell’opera The Good Society del giornalista Walter Lippman, a cui presenziarono diversi tra i futuri partecipanti alla Mont Pelerin Society, forse il più noto think tank di ispirazione liberale. Tra questi alcuni notabili sono Hayek, Mises e Röpke. Nel presente mi concentrerò quindi su come la nascita della MPS e le persone che vi parteciparono hanno contribuito alla definizione di quello che oggi è chiamato neoliberalismo, provando a capire se a questo termine è possibile associare una dottrina unitaria e coerente.

 

Il periodo tra le due guerre rappresenta un momento di profonda crisi per il pensiero liberale classico. Successivamente alla Prima guerra mondiale, la domanda per una profonda riforma del libero mercato come concepito fino ad allora aumentò. Iconica, a tal proposito, rimane la lezione che John Maynard Keynes tenne ad Oxford nel 1924, dal titolo La fine del laissez-faire, pubblicata nel 1926 come omonimo saggio di grande successo. Il fatto che lo stesso Keynes, pur considerandosi un liberale, argomentasse a favore di un attivo intervento statale non è privo di interesse, poiché, in certa misura, sarà questo lo spirito di buona parte del “programma neoliberale” (Masala, 2017, p. 44). La crisi del ‘29 e l’avvento dei totalitarismi novecenteschi segnarono la messa da parte del liberalismo, che avrebbe acquisito nuovamente rilevanza solo in seguito ad un profondo ripensamento teorico.

 

Fu a questo scopo che nel 1947 Hayek fondò la Mont Pelerin Society. Tuttavia, perché i primi disaccordi sulla natura del progetto emergessero non si dovette aspettare neanche il primo incontro, ma si verificarono già durante la ricerca dei finanziamenti. Henry Lunhow, direttore del Volker Fund, fu il primo e maggiore finanziatore degli incontri della società. Ad occuparsi dei dettagli del finanziamento fu la Foundation for Economic Education, fondata da Leonard Read, il quale partecipò anch’egli agli incontri della MPS. Ebbene Hayek dovette scendere a compromessi con Lunhow poiché, secondo quest’ultimo, tra i personaggi proposti da Hayek ve ne erano troppi che, pur essendo a favore del libero mercato, sostenevano la necessità di politiche redistributive, come Henry Simons, particolarmente invise all’ambiente rappresentato da Lunhow e Read, ovvero quello di giornalisti finanziari e uomini d’affari fortemente ostili verso l’interventismo statale. La condizione per cui il VF e la FEE acconsentirono a finanziare la trasferta degli accademici americani fu la partecipazione di una lista di persone prodotta da loro: persone, tra cui Loren Miller, fortemente ostili all’intervento statale che durante gli incontri della società si avvicineranno alle vedute ancora più radicali di Mises e dei suoi allievi (Shearmur, 2019).

 

La Mont Pelerin Society nacque dunque già divisa in due gruppi. Il primo era fortemente ostile all’interventismo e intendeva conservare gran parte delle proposizioni del liberalismo classico in forma talvolta radicale e i cui personaggi di spicco erano Henry Hazlitt, Read, Jasper Crane e il suo “campione” Mises. Il secondo, invece, era caratterizzato da personaggi aperti a soluzioni che coinvolgessero l’intervento statale, anche se in forme diverse e in gradi molto variabili. Tra questi George Stigler, Milton Friedman, Frank Knight ed Aaron Director da Chicago, Lionel Robbins, Wilhelm Röpke, Alexander Rüstow, Ludwig Erhard, Michael Polanyi e, curiosamente, Karl Popper. Hayek, pur assumendo un approccio diplomatico, sembrava essere molto più affine al secondo gruppo, come fu notato da alcuni non-interventisti, almeno durante il primo incontro (Shearmur, 2019, pp.165-166). Tuttavia, le differenze tra i membri della società non si esaurivano in questa distinzione, bensì erano innumerevoli e trasversali. Tra i non-interventisti vale la pena notare che sia per Read che per Crane la difesa del libero mercato era strettamente legata a temi spirituali e religiosi che per gran parte del gruppo, e della società in generale, erano inessenziali se non superflui. Quanto al gruppo degli “interventisti”, le affinità e le differenze tra questi costituiscono un puzzle di eccezionale complessità.

 

Non tutti i membri della MPS erano tali perché favorevoli al libero mercato. Alcuni di essi, come Popper e Polanyi erano semplicemente avversi al collettivismo nelle sue varie forme. Successivamente Polanyi abbandonò la società. Popper aveva invece diverse affinità con Hayek, ed in effetti giunse a conclusioni molto simili a quelle di ques’ultimo nel denunciare i pericoli del collettivismo. Tuttavia, egli non condivise mai l’entusiasmo di Hayek per il libero mercato. Inoltre, ciò che Popper intendeva per <<ingegneria sociale a spizzico>> non aveva come oggetto primario il mercato. Bisogna infatti notare che nessuno dei contributi che Popper espose agli incontri della società avevano a che fare col neoliberalismo. Ciò che lo trattenne nella società furono probabilmente le comuni preoccupazioni per gli effetti del collettivismo e l’apprezzamento personale per Hayek (Shearmur, 2019, p.163).

 

Tra gli interventisti figuravano anche gli ordoliberali, una tradizione di pensiero particolarmente rilevante in Europa, ben rappresentata dai tedeschi Wilhelm Röpke e Alexander Rüstow, la cui presenza fu fortemente voluta da Hayek. Tuttavia, il liberalismo tedesco era molto diverso da quello che sarà sviluppato negli Stati Uniti, come vedremo concentrandoci su Röpke. Il tedesco conservava una valutazione complessivamente positiva del mercato, ma riteneva che questo, pur essendo il miglior modo per produrre ricchezza materiale, non fosse in grado di produrre risultati desiderabili se non affiancato da una cornice istituzionale e morale volta a evitare effetti come la proletarizzazione dei lavoratori salariati. Allo stato spettava dunque il compito di promuovere la partecipazione degli operai alla proprietà dell’impresa e ai suoi profitti attraverso la proprietà delle azioni, favorire la proprietà della casa per ogni cittadino e agevolare le piccole aziende. L'umanesimo economico di Röpke si costituisce come una terza via tra laissez-faire e collettivismo (Masala, 2017, pp. 78-84). È facile a questo punto scorgere i punti di attrito con gli altri componenti della MPS. Benché i “neoliberali” (o almeno quelli interventisti) fossero accomunati dal ritenere che un certo grado di intervento statale fosse necessario, l’idea che la concorrenza producesse risultati moralmente indesiderabili era tutt’altro che diffusa nella società. Inoltre, per Mises e i membri a lui più vicini, questa, così come l’idea di una terza via tra libero mercato e socialismo, era assolutamente inaccettabile.

 

Gli economisti di Chicago costituivano invece un gruppo relativamente omogeneo, in cui i disaccordi interni riguardavano perlopiù questioni specifiche. Tra questi Friedman, Stigler e Director condividevano con gli austriaci una visione particolarmente positiva del libero mercato relativamente alla sua funzione di allocare risorse e ai valori che promuove. Questo non ci deve però indurre a pensare che tra le due tradizioni non sussistessero divergenze considerevoli, talvolta insormontabili. Friedman concepiva l’economia come una scienza positiva i cui risultati possono essere corroborati o confutati attraverso l’uso estensivo di metodi empirici e sosteneva che una teoria è valida principalmente in virtù della sua capacità predittiva (Friedman, 1953), il che fa di lui uno strumentalista scientifico (Guala 2006, pp. 73-75). Ciò a cui deve la sua popolarità è tuttavia la formulazione del monetarismo, secondo cui inflazione e deflazione dipendono principalmente dalla quantità di moneta in circolazione, che può dunque essere oggetto delle politiche di una banca centrale attraverso la modifica dei tassi d’interesse. Gli austriaci erano invece fortemente contrari ad un approccio positivo alle scienze sociali. Inoltre, Hayek era scettico circa l’uso di metodi quantitativi in economia, poiché non riteneva che ogni elemento di soggettività potesse essere espunto dai dati che l’economista raccoglieva (Hayek, 1937), mentre Mises era apertamente contrario all’uso di metodi di ricerca quali l’econometria (Mises, 1957). Quanto al monetarismo, vedendo nei prezzi un importante meccanismo di coordinamento del mercato, gli austriaci consideravano la manipolazione dei tassi di interesse una politica pericolosa.

 

Quanto appena detto mette in luce un fatto importante. Tra i membri della MPS non vi erano disaccordi solo su quali fossero le politiche che meglio avrebbero coadiuvato il mercato nella sua funzione di produrre beni e servizi, ma anche su come veniva intesa la disciplina economica. Lo statuto stesso delle scienze sociali era oggetto di discussione. A conclusione di questa serie di questioni vale la pena citare un aneddoto, ormai celebre, riportato dallo stesso Friedman, che rende l’idea dell'atmosfera che occasionalmente poteva crearsi durante gli incontri della società. Friedman racconta che, durante una discussione sulle misure redistributive, in occasione della sua proposta circa un'imposta negativa sul reddito un esasperato Mises si precipitò fuori dalla stanza esclamando <<Siete tutti un branco di socialisti!>>. (Shearmur, 2019, p.164)

 

A questo punto si può avallare una proposta in grado di rendere giustizia alle intenzioni degli autori qui trattati, fatta eccezione per i non-interventisti radicali, ossia quella di intendere il neoliberalismo come un tentativo di realizzare quelle condizioni in cui il mercato opera le sue funzioni benefiche per la società. Questo tentativo viene perseguito attraverso lo stesso potere politico, contrariamente a quanto auspicabile dai liberali classici, ma nella pratica si configura in modi differenti e talvolta incompatibili per i diversi autori citati in precedenza. Bisogna tuttavia evitare l'errore di assimilare le proposte politiche dei suddetti autori a tentativi di condizionare la società al solo fine di realizzare un regime di libero mercato. Nelle concezioni, diverse, che Hayek, Friedman ed in particolare Röpke avevano della società, il mercato è solo una delle componenti di un sistema complesso, e si costituisce sempre come mezzo piuttosto che come fine (Masala, 2017, pp. 251-259). Con "neoliberalismo" non è quindi possibile denotare una teoria unica e coerente, né tantomeno un insieme di proposizioni circa il modo di intendere il mercato, la società o le scienze sociali comune a quegli autori che vengono erroneamente associati come fossero membri di una stessa scuola di pensiero. Sembra opportuno precisare che non si è discussa qui la bontà o meno delle teorie tratteggiate in precedenza. Tuttavia, il proposito di fare chiarezza non è meno importante, ma è il presupposto di una valutazione di merito, poiché introdurre nella discussione termini poco chiari ne pregiudica l’utilità e gli scopi. Se è vero che quello presente è un momento che richiede il produrre soluzioni attraverso il dialogo, inoltre con urgenza, allora fare largo uso di concetti poco chiari è un lusso troppo costoso.

 
Immagine: Friedrich August von Hayek. Credits: Flickr.com. Immagine di dominio pubblico.

 

Bibliografia

- Friedman, M. (1953), Essays in Positive Economics, Chicago University Press: Chicago.

- Guala, F. (2006), Filosofia dell’Economia, Il Mulino: Bologna.

- Hayek, F.A. (1960), The Constitution of Liberty, University of Chicago Press: Chicago.

- Hayek, F.A. (1937). “Economics and Knowledge”, in Hayek, F.A. (1949), Individualism and economic order, London: Routledge & Kegan Paul., pp.33-56.

- Keynes, J.M. (1991), La fine del laissez-faire ed altri scritti economico-politici, Bollati e Boringhieri: Torino.

- Masala, A.(2017), Stato, società e libertà. Dal liberalismo al neoliberalismo, Rubbettino: Catanzaro.

- Mises, L. (1957), Theory and History, Ludwig von Mises Institute.

- Shearmur, J. (2019), “Un ‘Collettivo Intellettuale?’ Diversità e Conflitti nella Prima Mont Pelerin Society”, in Rivista di Politica, 01/2019, pp. 151-168.

 

 

 

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