27 luglio 2019

Europa, populismo, "Italian Theory" - Intervista a Pier Paolo Portinaro (prima parte)

di Gio Maria Tessarolo

● Pensiero politico

 

Quello sulla cosiddetta Theory è uno dei dibattiti più vivaci del pensiero politico contemporaneo, che negli ultimi anni ha visto in Italia la pubblicazione di numerosi contributi e l’organizzazione di importanti giornate di studio. L’oggetto di contesa è difficilmente definibile, ma lo si può sommariamente descrivere come un insieme di produzioni culturali che (nel mondo accademico ed extra-accademico) ambiscono a fornire analisi tanto della realtà sociale e politica contemporanea quanto della storia del pensiero occidentale utilizzando la strumentazione teorica ed ermeneutica fornita da una serie di autori, da Foucault a Negri ad Agamben, giudicati utili per costruire narrazioni o interpretazioni “alternative”. Se ne è recentemente discusso all’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento in un incontro organizzato lo scorso 3 giugno dal «Centro sull’Umanesimo Contemporaneo», cui hanno preso parte Barbara Carnevali, Fabio Dei, Dario Gentili e Pier Paolo Portinaro: proponiamo la prima parte di un’intervista realizzata in tale occasione a Pier Paolo Portinaro, che ha recentemente contribuito al dibattito con Le mani su Machiavelli. Una critica dell’«Italian Theory» (Donzelli Editore: Roma, 2018, pp. XII-180). Tale pamphlet si propone di approfondire il versante specificamente italiano della questione attraverso un confronto serrato tanto con le fonti (da Machiavelli a Vico a Gramsci) quanto con i protagonisti contemporanei (Negri, Tronti, Esposito, Agamben) di un filone di pensiero che ha a suo giudizio ricadute importanti non solo sulla vita accademica e sul dibattito teorico, ma anche sulla situazione politica del nostro Paese.

 

Pier Paolo Portinaro insegna Filosofia politica all’Università di Torino. È socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino. Studioso di storia delle istituzioni, delle dottrine politiche e delle ideologie europee, è autore, tra gli altri, di: Il labirinto delle istituzioni nella storia europea (il Mulino, 2007); Introduzione a Bobbio (Laterza, 2008); I conti con il passato. Vendetta, amnistia, giustizia (Feltrinelli, 2011); L’imperativo di uccidere. Genocidio e democidio nella storia (Laterza, 2017), e ha in preparazione i volumi Le guerre civili e Il momento Guicciardini.

 

1) Una delle tesi più provocatorie del suo ultimo libro è che ci sia una connessione fra un certo tipo di riflessione filosofico-politica e quella che definisce «deriva populistica»: in che modo si può stabilire tale nesso?

 

Questa è una domanda che mi è già stata rivolta più volte: evidentemente è una cosa che non risulta così intuitiva, e indubbiamente il mio libro non fornisce la necessaria documentazione. Il nesso riguarda per un verso la costituzione di una narrazione, che da un lato ha a che fare con la storia italiana a lunga campata ma in modo ancora più stringente con una vicenda degli ultimi decenni a partire dall’operaismo degli anni Sessanta, dall’altro riguarda la postura dell’antagonismo sociale che si costituisce con l’operaismo, che in fondo è una forma di attualismo gentiliano proiettato sulla prassi. Ebbene, se partiamo da questa “postura” è chiaro che quella stagione si dispone nei confronti di un soggetto collettivo che si chiama Capitale: la critica dell’economia politica marxiana ha prodotto una strumentazione importante che ha tenuto campo per oltre un secolo per svolgere questa funzione. Se ora noi sostituiamo a quel soggetto collettivo Capitale qualcosa che possiamo definire semplicemente “casta” o “istituzioni europee”, “euroburocrazia”, “eurotecnocrazia” vediamo che quel dispositivo funziona nella stessa misura. Ora, come si fa a dimostrare questa connessione? Lo si può fare fondamentalmente in due modi: uno è quello di ricostruire dei tracciati biografici di figure che o sono addirittura protagonisti come politici di questa deriva populistica o, per lo più, sono quegli intellettuali che attraverso giornali, trasmissioni televisive, la gestione dei blog forniscono il materiale di narrazione e di interpretazione del mondo che viene fatto proprio dagli imprenditori della paura populistica, semplificato e adattato alle loro esigenze. Questo è un lavoro oneroso perché significa mettersi a seguire le traiettorie di determinati libri, che certamente dai populisti non sono mai stati letti e meditati (probabilmente sono ignorati nella loro stessa esistenza), ma che, da quando sono apparsi, sono stati recensiti, ripresi, semplificati, banalizzati e comunque veicolati, creando quel polverio ideologico che è poi l’elemento su cui i populismi operano perché non hanno una propria ideologia. Già il fatto così dichiarato “né di destra né di sinistra” la dice lunga sul fatto che non siano in grado di elaborare un discorso ideologico coerente e nemmeno vogliano riprendere tali e quali i discorsi ideologici preesistenti e consolidati. E tuttavia quello sfasciume fa loro gioco: delle idee elementari e delle prese di posizione valutative necessariamente le hanno. Poi lo si vede anche procedendo a ritroso a partire da determinate posizioni e interrogandosi in via anche solo congetturale su quali possano essere i percorsi che hanno portato fin lì: il lavoro può essere induttivo e deduttivo al tempo stesso. Mi sembra difficile però non vedere questa correlazione, e soprattutto mi sembra imprudente sottovalutarla, all’indomani delle rivoluzioni tecnologiche che hanno reso possibile la reduplicazione di pre-giudizi, di luoghi comuni, di doxai su scala che la precedente cultura elitaria dei libri, dei giornali effettivamente letti non rendeva possibile.

 

2) L’ultimo capitolo di Le mani su Machiavelli si intitola (richiamandosi ad un recente libro di Roberto Esposito) “una filosofia per l’Europa?”: all’indomani di elezioni europee che (almeno a livello nazionale) sembrano confermare la «deriva populistica», qual è a suo giudizio il rapporto di questo universo culturale con il progetto europeo, che mai come ora è chiamato a sfide decisive?

 

In quel capitolo in fondo suggerisco che questa “filosofia dell’Europa” non ci sia: non c’è per una ragione abbastanza ovvia. L’Unione Europea è nata come un progetto a lunga gittata di formazione di uno Stato federale, quindi di uno Stato. Quanto ci abbiano creduto gli stessi primi ideatori del progetto è adesso una questione che possiamo lasciare da parte, ma certamente, al di là della visione, dell’elemento di utopia che c’era in questo progetto originariamente, fin dall’inizio è stato presente un forte pragmatismo e anche un certo scetticismo sul fatto che una nazione che era stata sconvolta negli ultimi trenta-quarant’anni da due micidiali guerre mondiali e aveva una tradizione di nazionalismi incancreniti potesse superare senza grandi resistenze questi attriti. Però certamente il progetto di uno Stato federale, che quindi conservava la forma-Stato, passava attraverso una negoziazione via trattati tra una molteplicità - di nuovo - di soggetti statali, indeboliti in quella fase in quanto Stati nazionali ma rafforzati come Stati sociali. Quindi siamo all’interno di un modello di statualità. Gli Stati moderni sono nati avendo alla base naturalmente delle violenze, con processi di appropriazione violenta del potere. Non a torto qualcuno, analizzando anche il processo di formazione dell’Unione Europea, ha chiamato in causa quella figura della dittatura commissaria teorizzata da Schmitt ma già da Hintze: questi autori analizzano la nascita dello Stato moderno attraverso la funzione che i commissari e l’imposizione di ordini che questi portano avanti produce. Ebbene, qualcosa di simile è avvenuto anche nel corso dell’edificazione delle istituzioni europee: possiamo metaforicamente utilizzare questa categoria di dittatura commissaria, seppur sdrammatizzata perché siamo ormai all’interno di un contesto di cultura giuridico-costituzionale. Allora è chiaro che ad una cultura dell’antagonismo sociale, che è cultura anti-classista ma anche anti-statalista, l’intero percorso, oltre che la finalità Stato federale non può assolutamente piacere. Quindi o si delineano delle posizioni più radicali in cui si accetta un guscio europeo però proponendone una intera trasformazione dall’interno (ed è la proposta che con Varoufakis Negri ha avanzato già qualche anno fa) oppure, per coloro che sono su posizioni più moderate perché hanno fatto proprio il quadro ideologico della democrazia costituzionale, il progetto europeo viene ad essere qualcosa di profondamente imbarazzante, con il quale non ci si vuole confrontare perché in fondo è la permanenza di una statualità tecnocratica che si rifiuta, anche se ci si rende conto che quella cornice è pur sempre una cornice che è correlata alle strutture della democrazia costituzionale.

 

3) Che alternativa può allora proporre il realismo politico a queste problematiche, tanto dal punto di vista teorico quanto da quello politico?

 

Intanto bisogna dire che questo pamphlet è un affondo in una direzione a cui altro dovrebbe seguire, perché questo mi pareva più urgente (ho deciso di scriverlo all’indomani delle elezioni del marzo dell’anno scorso). C’è però un altro versante con cui si tratta di fare i conti, che è specularmente opposto a questo: sono quelle concezioni che Sartori chiamava “perfezionistiche” della democrazia o quelle versioni ipernormativistiche della democrazia costituzionale che in qualche modo hanno anche favorito queste involuzioni populistiche, ingenerando una serie di ostacoli di tipo giuridico che hanno finito per rendere difficile l’avanzamento del progetto europeo in un contesto di competizione geopolitica e geoeconomica molto pesante. I colpi della globalizzazione sono quelli che più di tutti hanno messo in difficoltà l’assetto delle democrazie costituzionali. Anche questo discorso critico andrebbe fatto, e naturalmente l’esito di questo ragionamento sarebbe profondamente scettico e non incoraggiante - ma il realismo politico non è una propensione consolatoria - nel senso che, cresciuta in una maniera un po’ unidirezionale la democrazia costituzionale e venutasi a creare un’atmosfera globale molto più ostile con contaminazioni tra regimi autoritari e regimi democratici, è ridotto lo spazio anche per quell’opzione riformistica che è quella verso la quale sono più orientato ed in nome della quale svolgo la polemica contro un rivoluzionarismo astratto, ideologico, dogmatico, che non tiene conto del fatto che la stagione storica delle rivoluzioni è conclusa. Rivoluzione è un concetto moderno di trasformazioni rapide e violente, ma che pertengono a tutta la storia universale e che in altre condizioni e in altre epoche si chiamavano semplicemente guerre civili. Già Max Weber all’inizio del Novecento diceva che l’età delle rivoluzioni è finita. In questa situazione gli spazi sono quelli di politiche attente a preservare le acquisizioni che la democrazia costituzionale ha saputo realizzare, senza lasciarsi sedurre da alternative puramente fittizie, avendo consapevolezza che in questa fase probabilmente proprio quello che è individuato come patologia specifica delle istituzioni europee, cioè la mancanza di democrazia e l’eccesso di tecnocrazia/espertocrazia, può essere invece il passaggio obbligato per tutelare le acquisizioni che si sono ottenute nella fase precedente e per affrontare le difficilissime sfide verso le quali andiamo incontro. Il mio libro è un pamphlet perché individua un bersaglio ed è convinto delle ragioni per le quali quel bersaglio debba essere contestato, ma non promette nulla di sconvolgente come alternativa. Il punto è proprio questo: acquisire la consapevolezza che i margini di azioni sono relativamente ristretti. Chiaramente la politica è sempre sperimentazione e ha sempre una componente di azzardo, ed è chiaro che sarà così anche nei prossimi decenni: attenzione però che situazioni di azzardo estreme in condizioni molto difficili producono storicamente degli esiti tragici. Su questo la storia ci ha indottrinato abbastanza: la storia non si ripete mai identica, però non si deve fare eccessivo affidamento sulle potenzialità d'innovazione quando questa significhi generazione di un mondo "totalmente altro", nel senso delle rappresentazioni utopistiche.

 

 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0