30 luglio 2019

Tra conflitto e realismo: Machiavelli, Guicciardini e il pensiero italiano - Intervista a Pier Paolo Portinaro (seconda parte)

di Gio Maria Tessarolo

● Pensiero politico

 

Proponiamo qui la seconda parte dell'intervista a Pier Paolo Portinaro realizzata in occasione di un incontro sulla Theory organizzato lo scorso 3 giugno a Firenze dal «Centro sull’Umanesimo Contemporaneo». Il professor Portinaro ha recentemente contribuito al dibattito sul tema con la pubblicazione di Le mani su Machiavelli. Una critica dell’«Italian Theory» (Donzelli Editore: Roma, 2018, pp. XII-180), da cui le domande hanno preso le mosse.

 

Pier Paolo Portinaro insegna Filosofia politica all’Università di Torino. È socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino. Studioso di storia delle istituzioni, delle dottrine politiche e delle ideologie europee, è autore, tra gli altri, di: Il labirinto delle istituzioni nella storia europea (il Mulino, 2007); Introduzione a Bobbio (Laterza, 2008); I conti con il passato. Vendetta, amnistia, giustizia (Feltrinelli, 2011); L’imperativo di uccidere. Genocidio e democidio nella storia (Laterza, 2017), e ha in preparazione i volumi Le guerre civili e Il momento Guicciardini.

 

4) Non è un caso se il titolo del suo ultimo libro è dedicato a Machiavelli: in termini storiografici ma anche teorici, quali sono i punti di “contesa” che fanno del Segretario fiorentino una figura emblematica tanto della linea della Theory quanto di quella del realismo politico? Come giudicare, in particolare, la questione del conflitto, che tanto gli “ItaloTeoreti” quanto i realisti (pur in modo del tutto diverso) rivendicano da un lato come sua acquisizione fondamentale nella storia del pensiero politico e dall’altro come proposta per il pensiero politico contemporaneo?

 

Non c’è nulla di particolarmente sorprendente: Machiavelli è abitualmente individuato come il grande esponente del realismo politico. Io ho sempre insistito sul fatto che il paradigma del realismo politico è di origine greca, con Tucidide: è quel lessico che poi si ritrova tradotto in latino fino all’Umanesimo. Se assumiamo uno sguardo “discosto”, come direbbe Machiavelli e come amano ripetere oggi alcuni suoi interpreti, da Ginzburg a Landi, lì incontriamo una omogeneità che detta il canone del realismo politico moderno. Con le differenze del caso, perché naturalmente in Hobbes quel realismo acquista una dimensione normativista che invece fino a quel momento non si era data, e poi con il 700-800 quel realismo incomincia a fare anche i conti con le ideologie. Ad un certo punto poi incontriamo un autore che è realista al 70-80%, ma poi per il restante non lo è, e cioè Marx, che è un realista in quanto materialista storico nella sua lettura della storia fino al presente, nell’anatomia dell’economia politica della società borghese, però poi ad un certo punto postula una svolta nella storia con l’uscita dal regno della necessità e l’ingresso nel regno della libertà, e quel regno della libertà ha dei connotati che sono tipicamente romantici. Qui Marx è vicinissimo a Novalis da un lato o a Wagner dall’altro: il ritorno ad una condizione primigenia è evidente, anche se ovviamente gli autori del materialismo storico hanno sempre negato questa dimensione utopistica. In queste letture recenti da un lato c’è l’enfatizzazione, che non è peraltro nuova, dell’elemento conflittualistico anche in chiave di materialismo storico: il celebre passo del Tumulto dei Ciompi delle Istorie Fiorentine è impressionante. Ma cosa impressiona? Impressiona la cultura storica di Marx: basta leggere Platone e Aristotele per rendersi conto che anche Platone e Aristotele in fondo, con la strumentazione del loro tempo, analizzavano la storia come storia di lotta di classe. La lotta fra i demagoghi e le oligarchie nella Politica di Aristotele che cos’è se non questo? Da questo punto di vista nulla è particolarmente sorprendente, e va bene cogliere e sottolineare questi elementi di conflittualità machiavelliana. Quello che non convince è il fatto che poi si cerchi di tradurre questa lettura nel gergo di una narrazione post-operaistica della storia che è quella di Negri-Hardt: allora qui nel mio pamphlet scatta anche l’allergia nei confronti di queste mode intellettuali che inquinano anche un po’ la ricerca scientifica. Questo si registra a tutti i livelli: io guardo con molta indulgenza ai miei studenti che mi chiedono una tesi su Foucault o su Arendt o su Agamben. Va bene che gli studenti siano impressionati da un discorso pubblico in cui vedono queste presenze, meno che lo siano comitati editoriali di riviste e case editrici, dove una certa lettura standard di determinati temi passa, e qui bisogna anche essere un po’ politicamente scorretti: adesso se si tratta un tema femminista si ha presso l’editoria un’accoglienza maggiore che se si propone una questione che può apparire anche ideologicamente più lontana dal comune sentire. Ho cercato poi anche di far vedere come ci sia un incastro di autori che offrono la strumentazione ideale per quel tipo di rilettura di Machiavelli: se si combinano Foucault, Marx, Schmitt e Arendt ecco poi che Machiavelli viene un po’ ad immagine e somiglianza di quel costrutto interpretativo. Certamente quando facciamo ricerca operiamo sempre sulla base di costrutti, interroghiamo i testi a partire da questioni nostre, ma tutto deve essere sapientemente dosato perché altrimenti non avrebbe senso che ci soffermassimo a ragionare sulla epistemologia del nostro lavoro.

 

5) Come giudicare allora, più in generale, il rapporto fra Italia e realismo politico, su cui Le mani su Machiavelli richiama con insistenza l’attenzione: si può forse parlare di una “specificità italiana” (da Machiavelli al Novecento) in questo senso?

 

Il realismo politico è un orientamento di pensiero che, per dirla “machiavellianamente”, è sempre post res perditas: si alimenta di una frustrazione rispetto ad una situazione reale che è di problematicità, di conflitto estremo, di ritardo nello sviluppo, nel conseguimento di determinati risultati. Quindi possiamo certamente dire che quella simultaneità di avanzamento culturale e di ritardo politico che connota la storia italiana dagli anni di Dante in avanti è un favorevole vivaio per un orientamento di questo genere. Poi autori che lo hanno manifestamente portato avanti, teorizzato, definito, strutturato come Machiavelli e Guicciardini pesano su quello che viene dopo - più Machiavelli che Guicciardini, anche perché Guicciardini è in parte una scoperta del XIX secolo. Succede poi questa cosa curiosa che alla fine dell’800 nasca in Italia la dottrina delle élites: l’idea alla base è abbastanza semplicistica. Alcuni hanno sostenuto che il governo delle minoranze era dato per scontato già in Aristotele o Machiavelli, però è significativo che a teorizzare il ruolo delle oligarchie si cominci negli Stati Uniti negli anni in cui Tocqueville fa il suo viaggio, soprattutto con un autore del Sud, Calhoun (Salvadori ci ha scritto su anni fa un bel libro). Come mai? Perché si incomincia a problematizzare una cosa ovvia quando nasce la democrazia, che sfida l’idea che a governare siano pochi. Quindi l’elitismo nemmeno da questo punto di vista si può dire che sia una scoperta italiana, nemmeno su questo possiamo gonfiarci così il petto e dire che ci sia un primato. Però è significativo che poi questa dottrina venga presentata e con pretese di originalità sia da Mosca che da Pareto, cioè da autori italiani fra la fine dell’800 e l’inizio del 900. Ma perché? Di nuovo perché lì stiamo scontando un ritardo: l’unificazione è avvenuta da poco, questo Stato nazionale non riesce a governare una società estremamente eterogenea e soprattutto c’è la sindrome della corruzione, il grande tema di quegli anni. Questa dottrina delle élites è figlia di questa specificità negativa della storia italiana. Qui certo che possiamo trovare un tratto peculiare, una coloritura nazionale al realismo, che emerge con De Sanctis che scrive l’articolo sull’uomo di Guicciardini e che arriva a Gramsci, alla diagnosi della peculiarità italiana nei Quaderni del carcere e poi - quello che io chiamo il “momento salveminiano” - ai teorici della democrazia, tanto Salvemini quanto autori come Bobbio o Sartori, che effettivamente nel panorama delle teorie della democrazia costituzionale della seconda metà del Novecento sono un po’ anomali, perché hanno una cifra scettica, una accentuazione dell’elemento realistico. Lo si vede bene in tutti i loro scritti: c’è sempre la sensazione di star costruendo un modello normativo di grande valore ma su delle basi fragili. Certamente questa cifra c’è, però è in negativo, non è un primato teoretico.

 

6) È impossibile non notare che fra i volumi annunciati come “in preparazione” alla fine del libro c’è un titolo particolarmente notevole, Il momento Guicciardini: il grande amico di Machiavelli fa in effetti spesso la sua comparsa lungo il testo, per quanto mai in modo del tutto tematizzato. Ci può anticipare qualcosa sul modo in cui questo progetto si lega ai temi di cui abbiamo parlato?

 

Si tratta di interrogarsi su alcune notazioni del lavoro guicciardiniano, che naturalmente è teoricamente di minor profilo rispetto a Machiavelli, anche se molti dei suoi giudizi su determinati passaggi della storia o anche le considerazioni antropologiche a volte risultano più pertinenti - io tendo a pensare che la lettura della storia di Roma che Guicciardini dà rispetto a quella machiavelliana sia depurata da quell’elemento di idealizzazione della fase classica della repubblica che in Machiavelli indubbiamente c’è. Se noi pensiamo alla riflessione sulla democrazia che si è svolta negli ultimi decenni, quando questa riflessione è andata oltre la semplice teorizzazione della scienza politica, e la mettiamo in tensione con i classici del pensiero, allora ci accorgiamo che siamo passati da una stagione nella quale la democrazia viene ripensata a partire dai classici del contrattualismo ad una fase ulteriore in cui si registra la debolezza di quel paradigma contrattualistico che sfocia in un liberalismo che si denuncia come atomistico, incapace di produrre spirito repubblicano, coesione, identità collettiva, e si passa quindi a costruire la narrazione neo-repubblicana. La democrazia va quindi pensata non più a partire da Hobbes ma a partire da Machiavelli. Poi qui abbiamo incontrato la stagione più recente che è quella di un Machiavelli conflittualista, estremo, della postura radicale, della moltitudine. Forse stiamo scivolando verso una stagione ulteriore in cui andiamo a ripensare la democrazia in termini scettici, riflessivi, con molte perplessità sulla sua tenuta, a partire da quello che Guicciardini ci dice a partire dal Dialogo sul reggimento di Firenze, dove ci sono un paio di passi in cui critica l’uso e l’abuso del termine libertà, che anticipa sorprendentemente quello che dice Montesquieu in un famoso capitolo dello Spirito delle Leggi: questo concetto di libertà vuol dire qualsiasi cosa. Dopo aver decostruito il concetto di libertà passa a quello di eguaglianza e fa un’operazione analoga che è significativa. Dice infatti che si persegue l’eguaglianza, ma a partire dal basso soltanto finché si raggiunge un certo livello, perché a partire da quel livello si possono poi rivendicare poteri (noi diremmo diritti). La nostra esperienza della democrazia ci ha proprio insegnato che abbiamo cominciato a rivendicare diritti soltanto nel momento in cui siamo usciti da una situazione di disuguaglianza estrema. Lì c’è un paradigma scettico di analisi della democrazia che emerge, e questo è il punto di arrivo di una riflessione. L’altro elemento è l’uomo guicciardiniano, la coloritura più monotona della pagina di Guicciardini rispetto a un Machiavelli che gioca di più sulle tensioni: si tratta di vederne un po’ la presenza nella storia della cultura italiana, insistendo sulla stagione dell’unificazione, perché è lì che Guicciardini entra in circolo. Mi limiterò a dare alcune indicazioni: registrare come questa presenza di Guicciardini, dall’edizione degli anni 50 dell’800, circoli nei dibattiti politici, nelle prese di posizione, questo mi sembra una cosa utile.

 


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