3 maggio 2019

Le radici moderne della rappresentanza

di Marco Zolli

● Pensiero politico

 

Buona parte della pubblica opinione oscilla ormai verso una sfiducia radicale nei confronti dei meccanismi rappresentativi che hanno fino ad oggi condotto le democrazie occidentali. Ad essere messa sotto attacco non è solo la figura del rappresentante, ritenuto, nel possesso della sua autonomia decisionale, un inevitabile “traditore” o “mistificatore” della volontà popolare, ma il ruolo stesso dei parlamenti, nella loro funzione di mediatori delle varie istanze presenti all’interno di una società democratica. La controproposta, l’incremento della democrazia diretta, rimane ancora però un qualcosa di decisamente vago, indecisa se focalizzarsi verso un intervento diretto della cittadinanza all’interno della legislazione o in una modifica del mandato di rappresentanza in un semplice mandato di delega. Per meglio comprendere l’attuale situazione e le sue possibili soluzioni, può risultare interessante uno sguardo alla tradizione filosofica moderna in cui i concetti di rappresentanza e democrazia diretta si sono per l’appunto venuti a formare.

 

Quando il 3 settembre del 1791, l’Assemblea Costituente francese approvò la prima Costituzione nazionale dopo il terremoto del 1789, era con grande fatica e dopo numerose discussioni che si era concordata, fra i vari articoli della carta, la forma di uno in particolare: «I rappresentanti eletti nei dipartimenti non saranno rappresentanti di un dipartimento in particolare ma della nazione intera, e non potrà essere conferito loro alcun mandato» (Costituzione Francese del 1791, art. 7, sez. III, capo I, titolo III).  Tale articolo segnava, di fatto, la sconfitta, in seno alla Costituente, della fazione più rousseauiana del gruppo e, specularmente, l’affermazione contrapposta del principio della rappresentanza politica, a discapito del mandato imperativo, cui l’articolo stesso fa riferimento. Per comprendere però il perché della disputa e la sua problematicità, è necessario rivolgersi a quello che, accanto agli scritti del ben più incendiario abate di Mably, era probabilmente il principale testo di riferimento dei nuovi rivoluzionari, Il Contratto sociale di Rousseau, e al luogo (libro III, cap. XV) in cui il problema della rappresentanza politica veniva per la prima volta considerato all’interno di una prospettiva repubblicana.  

 

«La sovranità non può venir rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata, essa consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa o è un’altra; una via di mezzo non esiste. I deputati del popolo non sono dunque e non possono essere i suoi rappresentanti, sono solo i suoi commissari: non possono concludere niente in modo definitivo. Qualunque legge che non sia stata ratificata dal popolo in persona è nulla; non è una legge. L’idea della rappresentanza è moderna: ci viene dal governo feudale, iniquo e assurdo governo in cui la specie umana è degradata e il nome di uomo disonorato.» (Rousseau, 1997: pp. 137-141)

 

Come si legge chiaramente, Rousseau è inequivocabile nel rifiutare il meccanismo rappresentativo, adducendo a principale sostegno dell’argomentazione la naturale incompatibilità di quest’ultimo con il problematico concetto di volontà generale. Prima di chiarire velocemente la natura di questo fondamentale pilastro del pensiero di Rousseau e del suo ruolo nell’inficiare il meccanismo rappresentativo è opportuno però soffermarsi su un ulteriore punto del passo sopra citato: l’idea di rappresentanza, in quanto tale, è moderna. Se nel farla risalire al governo feudale Rousseau è forse un po’ troppo precoce, la frase ha un indiscutibile fondo di verità. Il concetto di rappresentanza politica, infatti, è indubbiamente moderno ed affonda le sue radici nel pensiero di Thomas Hobbes.  

 

Affermando il principio della naturale uguaglianza degli uomini e la natura contrattuale del corpo politico, Hobbes, infatti, metteva in crisi i pilastri portanti della filosofia politica classica e apriva, al contempo, nuove problematicità. Privando, infatti, il corpo politico di una sua esistenza naturale, e considerandolo, invece, come conseguenza contrattuale dell’accordo di una moltitudine di uomini uguali, rendeva necessaria l’istituzione di un meccanismo attraverso cui questi molti potessero, in sostanza, dirsi uno, ed esprimere così le prerogative classiche del potere politico: una volontà orientata ad un fine, dotata della forza necessaria a conseguirlo. Lo Stato, in altri termini, per poter essere Stato doveva farsi persona, e, visto che tale persona non era più data per natura, diventava indispensabile il ricorso al meccanismo rappresentativo:

 

«Una moltitudine diviene una sola persona, quando gli uomini vengono rappresentati da un solo uomo o da una sola persona e ciò avviene col consenso di ogni singolo appartenente alla moltitudine. Infatti è l’unità di colui che rappresenta, non quella di chi è rappresentato, che rende una la persona, ed è colui che rappresenta che dà corpo alla persona e ad una persona soltanto.  Né l’unità in una moltitudine si può intendere in altro modo.» (Hobbes, 1989: p. 131)

 

Se è, dunque, solo attraverso la rappresentanza che una moltitudine può dirsi una, e come tale unità definirsi popolo, da ciò Hobbes derivava necessariamente che la figura del rappresentante fosse, nella sua presenza, condizione necessaria di questa unità e che fosse, quindi, possibile affermare, quantomeno all’interno dello Stato monarchico, che, «benché sembri un paradosso, i sudditi sono la moltitudine e il popolo è il re».

 

Rousseau, partendo da una concezione della libertà (intesa qui non nella sua accezione politica, ma nei termini che la libertà stessa gioca nella definizione della natura umana) profondamente diversa da quella hobbesiana (meramente negativa per il secondo, positiva e spirituale per il primo), si trovava, dunque, impossibilitato a poter accettare un meccanismo di obbligazione eteronomo quale quello di Hobbes, fondato su un’alienazione totale della sovranità dell’individuo ad un potere terzo esterno al contratto, tramite il ricorso al meccanismo rappresentativo. Per Rousseau, a differenza di Hobbes, privarsi della libertà nel definire la natura umana, equivaleva ad una rinuncia alla stessa umanità:

 

«Rinunziare alla libertà vuol dire rinunziare alla propria qualità di uomo, ai diritti dell’umanità, persino ai propri doveri. Non c’è compenso possibile per chi rinunzia a tutto. Una tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’uomo: togliere ogni libertà alla sua volontà significa togliere ogni moralità alle sue azioni. Infine, una convenzione che stabilisce, da un lato, un’autorità assoluta e, dall’altro, un’obbedienza illimitata risulta vana e contraddittoria.»  (Rousseau, 1997: p. 13)

 

Preservare la libertà significava quindi ricorrere ad una forma autonoma di obbligazione, una forma che proteggesse e difendesse con tutta la forza comune la persona e i beni di ciascun associato, mediante la quale ognuno unendosi a tutti non obbedisse tuttavia che a sé stesso e restasse libero come prima. Questo era il problema fondamentale a cui il contratto sociale doveva dare soluzione, una soluzione che Rousseau trova nella volontà generale, ovvero la volontà espressa da un corpo politico nato «dall’alienazione totale di ciascun associato con tutti i suoi diritti a tutta la comunità», in cui «ciascuno dandosi a tutti non si dà a nessuno» (Rousseau, 1997: p. 23), mantenendo così intatta la propria libertà. Questo tipo di associazione non poteva tollerare, nella sua funzione legislativa, nessun meccanismo rappresentativo.

 

Non è a questo proposito indifferente notare come i modelli democratici di Rousseau, siano, pur nella loro idealizzazione, le città di Sparta, Roma e Ginevra. Spazi politici di ridotte dimensioni in cui un’assemblea diretta di tutti i cittadini rendeva superfluo, o comunque facilmente evitabile, il ricorso alla rappresentanza. È solo in uno spazio politico di grandi dimensioni, in uno Stato come la Polonia ad esempio, per cui Rousseau si trova impegnato a scrivere un tentativo di Costituzione, che si inserisce, all’interno del procedimento deliberativo una figura mediana tra il popolo e l’assemblea legislativa, quella del delegato. Con delegato Rousseau non intende affatto un rappresentante, ma un semplice messaggero che, raccolto il parere di un’assemblea popolare locale, riceve il compito, o mandato imperativo, di trasportare questa decisione all’assemblea nazionale, riunione dei vari delegati locali, dando vita ad un sistema incredibilmente macchinoso e dalle difficoltà evidenti (Rousseau, 1970: pp. 1152-1153), ma a cui, pur di non incappare nel giogo della rappresentanza, era impossibile rinunciare.

 

Immagine: Karl Anton Hickel, The House of Commons 1793-94. Crediti:National Portrait Gallery. Immagine di pubblico dominio.

 

Bibliografia

Hobbes, T. (1989), Leviatano , Laterza: Roma.

Rousseau, J.-J. (1997), Il contratto sociale , Laterza: Roma.

Rousseau, J.-J. (1970), Scritti politici , Utet: Torino.


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