11 maggio 2019

La rappresentanza nell'Ottocento liberale: un dialogo tra Tocqueville e John Stuart Mill

di Marco Zolli

● Pensiero politico

 

Proseguiamo l'indagine storico-filosofica sulla rappresentanza con questo secondo e ultimo capitolo, passando dalle origini del concetto in Hobbes e Rousseau ai suoi sviluppi nell'Ottocento liberale di Tocqueville e John Stuart Mill.

 

Nel 1835, all’interno del capolavoro di Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America , nel  cuore della prima Democrazia (la seconda parte dell’opera uscirà solo nel 1840), troviamo, con echi quasi rousseauiani, il problema del mandato imperativo. Nel descrivere il vasto fenomeno della democrazia, intesa nella duplice accezione politica e sociale del termine (politica come sovranità del popolo e sociale come caratterizzata dall’avanzare dell’eguaglianza delle condizioni fra gli uomini), Tocqueville non può fare a meno di notare i rischi in cui il nuovo sistema americano può incorrere. È così che nel settimo capitolo della seconda parte della prima Democrazia , Tocqueville presenta quello che per lui attualmente rappresenta il più grande pericolo della democrazia: la dittatura della maggioranza.

 

«Si diffonde sempre più negli Stati Uniti un costume che finirà per rendere inutili le garanzie del governo rappresentativo: avviene molto spesso che gli elettori, eleggendo un deputato, gli traccino un piano d’azione e gli impongano un certo numero di obblighi positivi da cui egli non può in alcun modo allontanarsi. Non considerando il tumulto, è come se la maggioranza deliberasse direttamente sulla piazza pubblica. […] l’impero morale della maggioranza si fonda in parte sull’idea che vi sia più saggezza e acume in molti uomini riuniti che in uno solo, nel numero piuttosto che nella qualità dei legislatori. È la teoria dell’uguaglianza applicata alle intelligenze. Questa dottrina attacca l’orgoglio dell’uomo nel suo ultimo rifugio, perciò la minoranza l’ammette solo a fatica e vi si abitua solo col tempo.» (Tocqueville, 1982: p. 254)

 

Ciò che spaventa Tocqueville è la possibilità che gli elettori, tramite il ricatto della rielezione, impongano ai loro deputati uno stretto piano d’azione, una serie di obblighi inevitabili, costringendoli così a passare da rappresentanti del popolo a semplici delegati, depositari, come il titolo del paragrafo chiarisce, di un semplice mandato imperativo. Così facendo, è come se la maggioranza deliberasse direttamente sulla piazza pubblica. Questa maggioranza però, considerata all’interno di un grande Stato come gli Stati Uniti e non di una piccola repubblica rousseauiana, pone problemi sconosciuti al vecchio modello democratico. Nel grande Stato, infatti, anche la minoranza è significativa, anch’essa possiede dei diritti che non possono essere messi in discussione. Per preservare la libertà all’interno del sistema, e non passare dall’eguaglianza nella libertà alla temibile uguaglianza nella schiavitù, non è pensabile, per Tocqueville, cedere all’impero morale della maggioranza, costringere l’intero sistema a sottostare alla volontà di una parte, seppur la parte maggiore, di esso. Quando il deputato rinuncia alla sua funzione rappresentativa, quando rinuncia ad esercitare la sua funzione di rappresentante di tutta la Nazione, allora l’imperio della maggioranza si impone sulla società e vengono meno le premesse della libertà.  

 

Tralasciando le contromisure individuate da Tocqueville al problema precedentemente sollevato, è Stuart Mill, nella sua prima recensione della Democrazia in America (recensione che segnerà l’inizio di una fitta corrispondenza e collaborazione tra i due pensatori, seppur attraversata da significative divergenze) a riportare l’attenzione sul ruolo della rappresentanza all’interno della democrazia. Secondo Mill, infatti, l’idea di una democrazia razionale non è che il popolo si debba governare semplicemente da solo, ma che quest’ultimo abbia il diritto/dovere di esigere per sé un buon governo. Riprendendo la formulazione di Tocqueville,

 

«L’uguaglianza applicata alle intelligenze non è il sistema migliore per assicurarsi una democrazia ben amministrata. Se, infatti, con democrazia si intendesse il solo governo della maggioranza numerica, sarebbe possibile che il potere si trovi nelle mani di un governo di classe che ha interesse di parte e impone scelte poco compatibili con la considerazione imparziale degli interessi generali.» (Mill, 1997: p. 98)

 

Per comprendere meglio il discorso che qui Mill e specularmente lo stesso Tocqueville stanno portando avanti, è opportuno ricorrere ad un esempio comune ad entrambi: «Nel caso di una maggioranza di bianchi ed una minoranza di neri, o viceversa, è davvero credibile che la maggioranza si comporti con senso di giustizia verso la minoranza?» (Mill, 1997: p. 98). In una nota al settimo capitolo, infatti, Tocqueville presenta un caso presente alla sua attenzione durante la sua permanenza negli Stati Uniti. Trovandosi a domandare ad un abitante della Pennsylvania il perché, pur avendone formalmente pieno diritto, la popolazione di colore non si rechi a votare, Tocqueville ottiene questa risposta:  

 

«“Questa non è colpa della legge” mi disse l’americano “i negri hanno è vero il diritto di presentarsi alle elezioni, ma si astengono volontariamente”. “Ecco della modestia da parte loro”. “Ah! Non è per questo, essi temono di essere maltrattati. Da noi avviene talvolta che la legge manchi di forza, quando la maggioranza non l’appoggia affatto. Ora, la maggioranza ha dei grandi pregiudizi contro i negri e i magistrati, dal canto loro, non hanno la forza di garantire a questi i diritti loro legalmente conferiti”. “E che! La maggioranza che ha il diritto di fare la legge vuole anche quello di disobbedire alla legge?» (Tocqueville, 1982: p. 258)

 

Privati dell’appoggio della maggioranza, una grossa parte della popolazione, colpevole semplicemente di non essere la parte più grande, si trova ingiustamente esclusa dall’esercizio di un suo diritto legittimo. La prepotenza della maggioranza sovrasta la stessa autorità della Costituzione (centrale all’interno del pensiero di Tocqueville in quanto legge delle leggi, struttura di riferimento a cui l’intera attività normativa deve adeguarsi per non trasformare l’esercizio della sovranità in mera anarchia o dittatura), [1] limita l’applicazione delle leggi e distrugge la libertà di un grosso gruppo di individui. La stessa cosa, ritornando a Mill, vale con una minoranza di cattolici e una di protestanti, oppure con una di inglesi e una di irlandesi (Mill, 1997: pp. 98-99), riprendendo in entrambi i casi esempi significativi ed evidenti all’altezza storica dei due scrittori.  

 

L’interesse del popolo, quindi, all’interno del grande Stato, non è di scegliere per loro puri esecutori della loro volontà, ma di nominare loro rappresentanti le persone più capaci ed istruite che si possano trovare, e avendo fatto ciò consentir loro di esercitare liberamente la conoscenza e capacità per il bene del popolo (Mill, 1977: p. 125). Questo non significa ovviamente che le opinioni degli elettori debbano essere accantonate, esse devono infatti informare l’attività del rappresentante, ma queste opinioni devono riguardare i fondamenti della politica (Mill, 1997: p. 176), non ogni specifica attività della legislazione e del governo. Su queste deve essere la persona d’ingegno o quantomeno la persona preparata, il rappresentante appunto, ad esercitare la sua attività. Al rappresentante, dunque, per essere eletto, all’interno di una democrazia razionale, non spetta mostrarsi come disponibile ad una mera esecuzione del compito datogli ma provare, di fronte agli elettori, la sua attitudine e competenza a ricoprire l’incarico in questione.

 

Democrazia e rappresentanza: tra piccole e grandi dimensioni

Quanto detto finora non deve però essere considerato, quantomeno da parte di Tocqueville, come una contestazione tout court della democrazia diretta, ma la semplice contestazione dell’impossibilità della sua applicazione e del corretto funzionamento all’interno di uno Stato dalle non più ristrette dimensioni. Anche all’interno della Democrazia in America , infatti, il luogo per eccellenza di espressione del principio della sovranità popolare non è lo Stato o il Governo Federale ma il comune. Il comune rimane, all’interno del pensiero di Tocqueville, fedele più che mai in questo caso al principio federale, il luogo di immediata espressione della sovranità, sotto la forma appunto di democrazia diretta. È, infatti, impossibile leggere la parte ad esso dedicata all’interno della prima Democrazia senza percepire in questi echi rousseauiani:

 

«Nel comune, come in tutti gli altri organi, il popolo è la fonte dei poteri sociali, ma in nessun altro luogo esso esercita la sua funzione in modo così diretto. Il popolo in America è un padrone a cui occorre obbedire fino ai limiti del possibile. […] la libertà comunale nasce dunque negli Stati Uniti dal dogma stesso della sovranità del popolo; tutte le repubbliche americane hanno più o meno riconosciuto questa indipendenza; ma presso i popoli della Nuova Inghilterra, le circostanze ne hanno particolarmente favorito lo sviluppo. In questa parte dell’Unione la vita politica è nata nel seno dei comuni; si può quasi dire che originariamente ognuno di essi era una piccola nazione indipendente.» (Tocqueville, 1982: p. 71)

 

All’interno del comune tutti i cittadini partecipano al potere legislativo tramite assemblee dirette, eleggono i magistrati ( select-man depositari del potere esecutivo) fra i propri concittadini e partecipano, tramite il meccanismo del giurì al potere giudiziario. Nel comune la sovranità si rivela in tutta la sua unità, libertà e autonomia. Inoltre, sempre il comune è il luogo di formazione politica per eccellenza. Tramite la partecipazione alla vita comunale, infatti, il cittadino riscopre, nell’amore per la sua libertà, l’amore per quelle istituzioni in cui egli stesso partecipa e che gliela rendono possibile e costruisce quell’attitudine politica necessaria a resistere alle tendenze centralizzatrici e deleganti della democrazia contemporanea. L’esercizio della sovranità diretta all’interno della realtà comunale è la scuola politica del cittadino americano.  

 

È inoltre dal comune che la sovranità risale, tramite forme di successiva alienazione, a forme di organizzazione superiori. Tocqueville è molto chiaro nel mostrare come negli Stati Uniti lo Stato nazionale, e successivamente quello federale, non siano nati da altro che da una progressiva rinuncia da parte dei comuni a quei poteri che, con l’avanzare del tempo, diventavano inapplicabili a livello locale. Quella che all’interno del sistema federale si va lentamente costruendo è, quindi, una sovranità multilivello, un’esperienza capace di coniugare e unire più livelli di esercizio della sovranità: diretta nel comune, rappresentata nello Stato Nazionale e ancor più su nello Stato federale. Se l’ideale di fondo resta dunque quello rousseauiano, a questo nella Democrazia in America , si aggiunge la consapevolezza che per non svuotare la sovranità stessa di significato (come può, infatti, un piccolo comune o una piccola repubblica resistere militarmente ad un grande Stato o anche solo, superato il mito dell’autosufficienza, competere commercialmente senza essere schiacciata?) è necessario rapportarlo a forme ulteriori di organizzazione, rappresentative per l’appunto. Se l’obiettivo di fondo resta sempre quello di mantenere la sovranità il più vicino possibile ai cittadini, al popolo, alienarla nella misura in cui a livello locale risulta svuotata è però necessario per preservarla nella dimensione in cui invece è esercitabile.

 

La grande scoperta della Democrazia in America è, quindi, come Tocqueville ripeterà ancora negli appunti della sua Rivoluzione (Tocqueville, 2018: p. 1056), mai portata a termine a causa della morte, che le libertà locali possono sussistere solo all’interno della libertà nazionale, la democrazia diretta solo all’interno della democrazia rappresentativa.  Senza entrare specificamente in un’ottica contemporanea, il modello offerto da Tocqueville, derivato in parte dalla riflessione degli autori del Federalist, risulta in questo contesto particolarmente convincente. Se da una parte riconosce il ruolo fondamentale della democrazia diretta, in quanto immediata espressione di quella sovranità che non può appartenere ad altri se non al popolo, dall’altra coniuga con questa le istanze pratiche tipiche della situazione moderna e, in fondo, anche contemporanea. Il meccanismo federale che Tocqueville avanza si presenta, infatti, come un modello capace di preservare la libertà e l’esercizio diretto, seppur a livelli differenti, della sovranità, in una società di sempre più grandi dimensioni, in un mondo aperto e vasto in cui il cittadino, al di fuori di un meccanismo di sussidiarietà del potere come quello individuato (seppur ribaltato e coerente con la prospettiva federale), sembra sempre più scomparire.

 
Immagine: Howard Chandler Christy, Scene at the Signing of the Constitution. Crediti: United States Capitol. Immagine di pubblico dominio.

 

Bibliografia

Duso, G. (2003), La rappresentanza politica. Genesi e crisi del concetto , FrancoAngeli: Milano.

Mill, J. S. (1977), The collected Works of John Stuart Mill, Volume XVIII – Essays on Politics and Society , Toronto University Press: Toronto.

Mill, J. S. (1997), Considerazioni sul governo rappresentativo , Editori Riuniti: Roma.

Oskian, G. (2014), Tocqueville e le basi giuridiche della democrazia , Il Mulino: Bologna.

Tocqueville, A. (1982), Sulla democrazia in America , Bur Rizzoli: Milano.

Tocqueville, A. (2018), La rivoluzione democratica in Francia , Utet: Milano.

 

[1] La riflessione sulla Costituzione e la sua funzione all’interno della società democratica riveste un ruolo fondamentale all’interno del pensiero di Tocqueville. Per un breve riscontro testuale sulla fondamentale importanza che Tocqueville assegna alle forme in democrazia si segnala il settimo capitolo della IV parte della seconda Democrazia (Tocqueville, 1982: p. 740), dove si afferma che per le forme il legislatore democratico deve avere niente di meno che un culto illuminato e riflessivo.

 

 

 

 

 

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