31 gennaio 2020

Rousseau dal Contratto Sociale a Internet: un repubblicanesimo a 5 Stelle?

● Pensiero politico

 

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Nel 2016 la Casaleggio Associati ha pubblicato un piccolo libro dalla natura curiosa (Casaleggio, 2016): si tratta di una raccolta di aforismi del suo fondatore Gianroberto, scomparso pochi mesi prima. La prima parte del testo riporta una serie di citazioni di Casaleggio stesso organizzate in alcune sezioni, fra cui quella intitolata Una nuova idea di Politica: quest’ultima inizia con una frase che è stata spesso ripetuta dai principali esponenti del Movimento 5 Stelle, rendendola una sorta di slogan post- e anti-ideologico: «un'idea non è di destra né di sinistra. È un'idea, buona o cattiva». L’esito diretto di tale posizione è l’«obiettivo» annunciato pochi aforismi dopo: «la partecipazione diretta dei cittadini alla cosa pubblica, la democrazia diretta senza leader». E se si parte dall’assunto che – come recita una delle citazioni che compaiono in Così parlò Gianroberto, la sezione di apertura del volume – «i mezzi sono il fine», comprendere quale sia il mezzo che si identifica con il fine della democrazia diretta è di fondamentale importanza per dare un senso teorico alle posizioni e all’azione del partito[1] che Casaleggio ha fondato nel 2009 insieme a Grillo.

 

Il primo problema da porre è se e in che termini si possa parlare di qualcosa come un “senso teorico”. Uno degli aspetti che paiono in effetti paradossali a chi si occupa di teoria politica è il contrasto fra affermazioni – come quella richiamata all’inizio – sulla “neutralità ideologica” delle idee proposte e l’utilizzo di concetti tutt’altro che neutri dal punto di vista storico-teorico. Esempio lampante è proprio l’autodefinizione del luogo virtuale in cui il progetto vuole svilupparsi: «Rousseau è la piattaforma di democrazia diretta del MoVimento 5 Stelle». Il punto centrale della questione va cercato in questa connessione fra il nome di Rousseau e il concetto di democrazia diretta, identificati esplicitamente come sfondo teorico della proposta che, nata dal blog e dalle manifestazioni di Beppe Grillo, è arrivata ad essere il primo partito d’Italia: una ricognizione storico-filosofica delle sue premesse è dunque non solo possibile ma anche doverosa, al fine di poterle valutare con consapevolezza dal punto di vista teorico.

 

 

Per quanto Rousseau sia oggi ricordato fra i padri del concetto contemporaneo di democrazia, quest’ultimo è nato in realtà quasi un secolo dopo: è alle riflessioni di autori liberali come Tocqueville e Mill che si devono le teorie oggi alle base dei regimi rappresentativi che (almeno formalmente) caratterizzano la quasi totalità degli Stati esistenti. Al contrario, come è noto grazie ad una frase purtroppo spesso citata senza una adeguata contestualizzazione, per il filosofo di Ginevra la democrazia è «un governo così perfetto» che «non conviene agli uomini»: solo «se vi fosse un popolo di dei, esso si governerebbe democraticamente» (Rousseau, 1994: p. 94). Sarebbe facile a questo punto unire tale affermazione a quella (altrettanto celebre) del capitolo XV del Contratto Sociale per cui «la sovranità non può essere rappresentata» (Rousseau, 1994: p. 127) e fare del ginevrino il sostenitore di un’utopia di democrazia diretta sic et simpliciter. A questo proposito è innanzitutto importante chiarire che nella prima delle due frasi Rousseau non sta affatto parlando della democrazia come la si concepisce oggi: ad essere presupposta alla base di tale asserzione è la separazione cruciale fra potere legislativo e potere esecutivo, per comprendere la quale è necessario fare riferimento all’intento più generale del trattato. Il Contratto, infatti, vuole essere una difesa non del regime democratico, ma di quello repubblicano: la differenza, ormai quasi priva di significato per noi, è invece centrale nel pensiero rousseauiano, in cui è proprio questa categoria a costituire la cosa più vicina a quello che oggi chiamiamo democrazia (Silvestrini, 2010). Una repubblica è per Rousseau una qualunque comunità politica in cui governino leggi determinate dalla volontà generale (Rousseau, 1994: p. 54): il solo potere legislativo deve appartenere al popolo, mentre quello esecutivo va demandato ad un organo chiamato governo. Democrazia è il caso-limite in cui entrambe queste funzioni sono attribuite al popolo nel suo complesso: quello che le due frasi citate vogliono esprimere è perciò che, se il potere di fare le leggi deve essere in ogni caso attribuito senza intermediazione rappresentativa alla volontà generale del popolo, quello di applicarle sarà necessariamente solo di una sua parte.

 

Per comprendere a fondo questo schema generale, tuttavia, è necessario integrarne alcuni aspetti, precisando almeno tre punti cruciali. Il primo ha a che fare con il concetto di legge, definito molto rigorosamente nel secondo libro come una deliberazione generale che proviene da tutti e si applica allo stesso modo a tutti, senza alcun riferimento a categorie o individui: «non può esserci volontà generale su un oggetto particolare» (Rousseau, 1994: p. 53). Questo significa che ad essere tali in senso proprio saranno solo quelle che noi definiremmo le leggi fondamentali, quelle che definiscono l’architettura della vita di una comunità, non i singoli provvedimenti relativi a questioni specifiche: tutti gli “oggetti particolari” dovranno essere trattati dal governo appositamente incaricato. Si ha dunque un primo significativo restringimento dell’ambito di decisione dell’assemblea popolare, che cozza in modo vistoso con il modo in cui, al contrario, il Movimento ha usato la piattaforma in modo cruciale proprio per prendere decisioni su “oggetti particolari” come per esempio l’incriminazione di Salvini.

 

In secondo luogo, ad essere precisata deve essere anche la natura della volontà generale all’origine di tali decisioni. L’apparato normativo che Rousseau propone, infatti, non consiste solo in un’architettura costituzionale, ma ha a che fare in modo imprescindibile con aspetti culturali, economici e morali: i cittadini della repubblica rousseauiana possiedono la facoltà di radunarsi in assemblea ed esprimere la volontà generale perché sono membri di una società chiusa, isolata e animata da un patriottismo e da una coesione assoluti. Solo in un contesto del genere, infatti, è per Rousseau possibile realizzare quella trasparenza morale e intellettuale che porterebbe ad un’approssimazione sempre maggiore fra «volontà di tutti», ossia la risoluzione concretamente raggiunta attraverso il processo di voto, e volontà generale, ossia ciò che è oggettivamente il bene comune (Rousseau, 1994: p. 139).

 

Bisogna infine sottolineare che di quanto questi requisiti fossero stringenti al limite dell’irrealizzabilità Rousseau stesso era perfettamente consapevole. Questo da un lato lo porta a cercare compromessi con le limitazioni imposte delle situazioni concrete: quando per esempio nel 1771 si trova a redigere un progetto costituzionale per la Polonia prevede l’esistenza di “nunzi” che fungano da delegati e permettano di ovviare ai limiti tecnici posti dalla popolazione e dall’estensione territoriale (Rousseau, 1970: p. 1153). D’altra parte, tuttavia, egli non è disposto a rinunciare ai presupposti che, in modo del tutto coerente con il Contratto, anche le Considerazioni sul governo di Polonia pongono in apertura dell’opera: «chiunque intenda dare istituzioni a un popolo, deve saper dominare le opinioni, e attraverso di loro governare le passioni degli uomini» (Rousseau, 1970: p. 1138). Ancora una volta, l’omogeneità culturale assoluta, unita ad un contenimento severissimo dei contatti con l’estero, del commercio e in generale della sfera economica della vita, costituiscono i requisiti fondamentali. Il modello politico Rousseau rimane sempre l’immobilismo spartano: solo in una comunità sottratta al divenire attraverso un meccanismo di limitazione dei bisogni e delle aspettative è possibile realizzare la natura umana e quella forma di virtù assoluta senza la quale nemmeno le migliori istituzioni possono nulla. La grande lezione rousseauiana è che se ci si pone uno scopo ambizioso ed esigente come quello di garantire una piena realizzazione dell’essere umano – così come lui la intende – i mezzi per raggiungere tale fine saranno inevitabilmente altrettanto ambiziosi ed esigenti.

 

 

Quello che questo percorso all’interno del pensiero del filosofo di Ginevra ha voluto mettere in luce non sono perciò tanto le differenze fra le sue idee e il funzionamento della piattaforma che porta il suo nome: al di là dei dettagli storici o filosofici, che è giusto rimangano confinati ai dibattiti accademici, le grandi figure della storia del pensiero sono anche emblemi di posizioni e tradizioni, ed è del tutto legittimo che in quanto tali vengano utilizzate in modi anche per molti versi lontani dai contenuti esatti dei loro testi e delle loro dottrine. Per di più, non si può negare che da un certo punto di vista la piattaforma Rousseau sia in effetti un superamento tramite mezzi tecnici di molti limiti con cui per secoli la filosofia ha dovuto fare i conti: come giustamente sostiene Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto e Presidente dell’Associazione Rousseau, i diritti si evolvono con l’evolversi delle possibilità che la tecnologia offre, e sottovalutare il ruolo che la Rete può e deve avere nella politica contemporanea si è rivelato per molti un errore fatale. Se – come già nel 2008 un celebre video della Casaleggio Associati semi-seriamente profetizzava – essa sia la frontiera intorno a cui si organizzerà la storia del nostro secolo è ancora da vedere, certamente limitarsi a criticare i difetti tecnici o la scarsa rappresentatività della piattaforma significa non coglierne lo spirito di fondo.

 

Al contrario, quello che è forse il suo aspetto politicamente più significativo è stato fin troppo spesso passato sotto silenzio: si tratta dell’idea che la democrazia diretta sia qualcosa di indubitabilmente auspicabile, una sorta di obiettivo che tutti condividono e che finora era stato impedito dalla semplice mancanza di mezzi tecnici adeguati, relegando così la democrazia rappresentativa liberale a semplice surrogato imperfetto di una versione migliore, ossia quella ispirata a Jean-Jacques Rousseau. Come si è tentato di mettere in luce, tuttavia, il pensiero del ginevrino può essere utilizzato non solo per delimitare fortemente l’ambito della democrazia diretta, ma anche per metterne in luce i requisiti e i limiti. Il mondo in cui ci troviamo a vivere è infatti non solo incredibilmente diverso da quello settecentesco in cui le idee del Contratto Sociale sono state elaborate, ma soprattutto incompatibile con i criteri non politici – culturali, sociali, economici – che esso poneva a fondamento della sua proposta: quel tipo di repubblicanesimo non era un modo di conciliare fra loro idee e visioni del mondo diverse, né di trovare un punto d’incontro e convivenza fra posizioni valoriali, aspirazioni economiche e dinamiche sociali in contesti multiculturali ormai stabilmente interconnessi all’interno di una dimensione inter- o addirittura sovranazionale. Più brevemente: non era tutto ciò che da molti decenni ormai si dà per scontato che istituzioni e società debbano fornire al mondo contemporaneo.

 

Nel valutare una posizione politica che metta al centro una qualsiasi forma di “volontà generale” o popolare è sempre necessario, perciò, ricordare che la democrazia liberale non è affatto nata come versione imperfetta della democrazia diretta, ma come sua alternativa volutamente diversa, basata su meccanismi e obiettivi differenti: se anch’essa oggi soffre di una crisi che ne impone un profondo ripensamento, è importante non dimenticare le acquisizioni che essa ha reso possibili, così come i rischi che possono nascondersi nella transizione ad un mondo e ad una politica diversi.

 

[1] Si utilizza il termine “partito” invece che “movimento” per rispettare l’accezione strettamente politologica delle due espressioni.

 

Immagine: Italia 5 Stelle. Crediti: Revol Web. Immagine pubblica caricata su Flickr. Licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic.

 

Bibliografia

Casaleggio, G. (2016), Aforismi, Chiarelettere.

Rousseau, J.-J. (1970), Scritti politici, Utet: Torino.

Rousseau, J.-J. (1994), Il contratto sociale, Einaudi: Torino.

Silvestrini, G. (2010), Diritto naturale e volontà generale. Il contrattualismo repubblicano di Jean-Jacques Rousseau, Claudiana: Torino.

 


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