23 maggio 2019

Quale Europa a Ventotene?

di Marco Zolli

● Pensiero politico

 

Quale può essere oggi il senso di rileggere il Manifesto di Ventotene? In quale misura un documento scritto sulla carta di pacchetti di sigaretta da Spinelli, Rossi, a cui si aggiungerà il contributo di Colorni, durante il loro confino nella piccola isola tirrenica può oggi essere utile alla comprensione di un mondo che è radicalmente altro da quello di allora? Fra i luoghi comuni dell’europeismo di ogni paese, pur declinato nelle sue variegate sfumature, un ruolo di primo piano giocano, infatti, i cosiddetti “padri fondatori”, il ritorno al loro progetto, alle loro idee. Ma quale effettivamente queste fossero e quale modello d’Europa questi avessero effettivamente in mente è una domanda a cui può essere curioso rispondere. Il Manifesto di Ventotene è sicuramente uno degli imprescindibili punti di riferimento. Il lettore di ogni orientamento politico, dalla prospettiva più critica alla più favorevole prospettiva sull’Unione Europea non può che rimanere colpito dallo spirito di profezia o, si decida, dalla spaventosa lucidità politica, che anima la prosa del testo.

 

Ventotene è un testo che nato durante la guerra pensa, ignorandola nella potenza della sua presenza, ma non di certo nelle sue cause e nelle sue malattie, immediatamente al dopo. Spinelli e Rossi non pensavano in un paradigma del “ritorno”; lo status quo ante bellum non era l’ideale regolativo a cui ispirarsi. Nelle pagine del manifesto la guerra è iscritta nel sangue dell’idea di Nazione: «Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati Nazionali sovrani». L’anelito alla pace che anima lo scritto può forse apparire oggi banale, ma rimane geniale nel pensare l’alternativa a quel tentativo che, pur nella sua atrocità, lo stesso nazismo, secondo le parole di Einaudi, stava cercando di compiere: «La guerra presente è la condanna dell’unità europea imposta colla forza di un impero ambizioso; ma è anche lo sforzo cruento per elaborare una forma politica di ordine superiore». Al paradigma nazista andava sostituito, sempre secondo le parole di chi sarebbe poi diventato Presidente della Repubblica, una forma politica «frutto degli sforzi convinti che soltanto le cose impossibili riescono ed hanno fortuna; ma devono essere sforzi indirizzati non ad affermare maschere false di verità, ma ideali concreti, saldi, storicamente possibili» (Einaudi, 1986: pp. 25-27). Come sarà lo stesso Spinelli a chiarire negli anni successivi, la pace di Ventotene nulla ha e aveva a che fare con il pacifismo moraleggiante e internazionalista che spesso oggi gli si rimprovera. Il federalismo di Ventotene rifiutava, infatti, il «fumoso, contorto, poco coerente federalismo ideologico di tipo proudhoniano o mazziniano», ma si ispirava piuttosto al «pensiero politico, preciso e antidottrinario, dei federalisti inglesi» (Spinelli, 1968: p. 135).

 

La prospettiva in cui il Manifesto ragionava non era infatti quella della “tregua”, della pace come contrario della guerra, ma piuttosto della pace come istituzione giuridica positiva. Scopo della nuova politica sarebbe stato, riprendendo la celebre espressione di un altro dei testi fondamentali dei “padri dell’Europa”, quello di «rendere materialmente impossibile una nuova guerra in Europa» (Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950). Il mantenimento della pace andava pertanto pensato come conseguenza dell’alienazione, da parte degli stati nazionali (che il Manifesto provocatoriamente indicava con un “s” minuscola) delle strutture di potere capaci di renderla materialmente possibile. Spinelli ragionava, infatti, secondo il modello che gli veniva offerto dall’esempio storico americano, pur perfettamente consapevole della radicale alterità di condizioni dello scenario europeo. L’Europa doveva essere riorganizzata a livello federale, rigettando fortemente un qualsiasi impianto internazionalista (fino ad allora prevalso) e intergovernativo (che prevale invece oggi). Non solo la guerra andava impedita nell’impossibilità del suo accadimento, attraverso la creazione di un esercito europeo; questo non sarebbe stato equo, avrebbe semplicemente mascherato la dominazione di uno stato sotto il manto della legge e della giustizia. La guerra andava radicalmente impedita nell’interesse che poteva muoverla. Partendo dalla brillante premessa che la guerra non fosse eccezione, ma regolarità e continuazione della pratica politica nazionale, il Manifesto si apriva all’ambito economico, sociale, parlava di istruzione, di gioventù, di liberazione, di libertà.

 

Da questo punto di vista, leggendo oggi il Manifesto di Ventotene, è impossibile negare l’anelito socialista che lo muove, il profondo desiderio di liberazione e riscatto sociale che anima le sue pagine, ma ancora una volta si resta stupiti della radicalità di questo socialismo: «Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine cui van ricondotti tutti i problemi politici si converte in uno strumento di isolamento del proletariato». Le soluzioni ai problemi economici e alle loro conseguenze sociali dovevano essere individuate nel «processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocratismo nazionale». la consapevolezza del Manifesto che lo scontro economico fosse forma di scontro politico lo portava pertanto a parlare, ancora una volta, in termini di strutture europee. La miopia delle classi operaie, e al contempo di quelle borghesi ed industriali, di poter trovare soluzione o conciliazione ai propri interessi non era più da ricercarsi sul piano nazionale, tenendo sempre più in conto della continua co-implicazione delle economie europee, ma su un ulteriore livello di organizzazione. In un mondo che già allora si andava aprendo era inoltre pur necessario «riconoscere che la Federazione Europea è l’unica concepibile garanzia che i rapporti con i popoli asiatici e americani si possano svolgere su una base di pacifica cooperazione». La prospettiva politica era di totale lucidità.

 

Sarebbe a questo punto errato tentare di leggere nel Manifesto una giustificazione dell’Unione Europea d’oggi, in larga parte responsabile, complice delle miopie nazionali, della sua stessa crisi. Chiaro a qualunque lettore del Manifesto è che l’Unione di oggi non può neanche lontanamente essere paragonata all’Unione prospettata a Ventotene. Ciò che appare però evidente è la stringente necessità della direzione indicata fra le sue pagine. Nel Manifesto si situava la stessa consapevolezza della radicalizzazione che proprio in quest’ottica la lotta politica avrebbe assunto:

 

«La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale — e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità — e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale».

 

Nato nell’immediato contesto della guerra il Manifesto portava quindi in sé una prospettiva di grande lucidità. Scriveva Spinelli, al termine del testo, che «la via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa e lo sarà!» È oggi innegabile, da questo punto di vista, l’ottimismo di fondo che ne animava il pensiero. Nella sua ultima parte il Manifesto lanciava però la necessità di una lotta politica transnazionale, sperava nella nascita di un movimento capace di pensare in un’ottica nuova, per l’appunto europea. Letto oggi, nell’Europa dei Trattati, degli accordi bi o multilaterali, il federalismo che muoveva i “padri fondatori” è stato in fondo in larga parte dimenticato. Gli stati nazionali non hanno avuto la volontà di superare sé stessi, hanno inteso l’Europa come un semplice meccanismo di soddisfazione dei propri interessi e non come una possibilità di soddisfarli nell’ottica di una rinnovata forma europea. Non era tuttavia dagli Stati che Ventotene sperava di veder arrivare un cambiamento, ma dai cittadini, da quei popoli che non dovevano avere altro interesse che una pace comune in una casa Europea. È oggi chiaro come non mai come anche quel paradigma, o meglio, quella speranza, è oggi entrata in crisi.

 

Immagine: Bandiere di fronte alla sede della Commissione Europea a Bruxelles. Crediti: Sébastien Bertrand. Creative Commons: Attribution 2.0 Generic.

 

Bibliografia

Albertini, M. (1973), Le radici storiche e culturali del federalismo europeo, in Albertini M. et alii, Storia del federalismo europeo, ERI

Albertini, M. (1994), Un eroe della ragione politica, in Albertini M., Tutti gli scritti, IX, Il Mulino: Bologna, pp. 925-927

Colombo, A. (2007), "Il pensiero politico del Manifesto. Originalità e fonti d’ispirazione", Eurostudium, ottobre-dicembre, pp. 19-35

Einaudi, L. (1986), La guerra e l’unità europea, Il Mulino: Bologna

Graglia, P. (2008), "Spinelli uomo politico", Eurostudium, gennaio-marzo, pp. 73-86

Spinelli, A. et alii (2017), Il Manifesto di Ventotene, Oscar Mondadori

Spinelli, A. (1968), Il lungo monologo, Edizioni dell’Ateneo

 

 

 

 


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