29 maggio 2020

UE-Africa: la cooperazione nell’era del COVID-19

● Scenari internazionali

 

Segnato in rosso nel calendario della politica estera europea ed africana, il 2020 era atteso come un momento di cruciale importanza per le relazioni tra i due continenti. Tra gli appuntamenti più rilevanti previsti per quest’anno spiccano, infatti, il 6° Summit tra l’Unione Europea e l’Unione Africana nonché la conclusione dei negoziati per il nuovo accordo tra l’UE e il gruppo dei paesi ACP[1], due pietre miliari per la costruzione di una partnership intercontinentale solida, funzionale e mutualmente proficua. Seguendo le orme della Commissione Junker, la presidenza von der Leyen ha palesato un rinnovato interesse verso l’interlocutore africano, considerando il rinsaldamento dei rapporti tra Europa e Africa come una priorità dell’Azione Esterna dell’Unione.

 

Oggi, però, i piani per concretizzare una cooperazione effettiva tra i due continenti sembrano essere messi a dura prova dall’emergenza coronavirus. L’arrivo del COVID-19 ha messo in ginocchio il vecchio continente, indebolito politicamente ed economicamente dall’aumento dei contagi e dal lockdown attuato per contenerli. Mentre l’Europa soffre il dramma della pandemia, l’Africa sembra ancora accusare il colpo in maniera limitata. Se, tuttavia, l’avanzata del virus aggravasse la situazione africana, il continente non riuscirebbe a gestire una crisi sanitaria, sociale e finanziaria di tali dimensioni senza l’appoggio del proprio principale partner economico e politico.

 

In un momento in cui lo scenario internazionale è governato dall’incertezza e anche i grandi attori globali necessitano di un aiuto, qual è, dunque, lo stato di salute delle relazioni tra Europa e Africa?

 

Prima della tempesta: la strategia di cooperazione intercontinentale pre-coronavirus

 

Fin dal suo insediamento, la presidente Ursula von der Layen ha dichiarato di voler rafforzare la vocazione geopolitica della Commissione Europea, consolidando il ruolo di promotore del multilateralismo e di politiche sostenibili ricoperto dall’Unione nel panorama internazionale. In questa nuova prospettiva, il dossier africano rappresenta indubbiamente uno dei punti nodali della PESC[2].

 

Dopo un passato di dipendenza coloniale e di contrasti post-coloniali, i rapporti tra i paesi europei e gli stati africani si sono a lungo fondati su dinamiche di aiuto unilaterale. Le convenzioni siglate a Lomé e a Cotonou hanno insignito prima la CE e poi l’UE del ruolo di benefattore, mentre hanno relegato la controparte africana alla posizione di mero beneficiario, includendolo in un insieme di realtà in via di sviluppo più ampio ed eterogeneo come il gruppo ACP. I principali strumenti economici concepiti in questo quadro sono gli Accordi di Partenariato Economico, ideati per facilitare l’integrazione dei paesi ACP nell’economia mondiale grazie ad un regime di scambi non preferenziale – spesso più vantaggioso per il partner europeo.

 

Pur continuando ad interfacciarsi con il gruppo ACP, nel 2007 l’UE ha ideato la Joint Africa-EU Strategy (JAES), instaurando un dialogo parallelo con uno dei grandi interlocutori esclusi dall’Accordo di Cotonou: l’Unione Africana. Obiettivo di questo framework è la creazione di una partnership of equals capace di rendere i rapporti tra le due organizzazioni regionali più esclusivi e promuovere in egual modo i loro rispettivi interessi. Nonostante l’adozione – perlomeno formale – di un approccio paritario, la svolta concettuale non è bastata per mantenere tutti i buoni propositi. L’ambito che ha tratto maggiori benefici da questa strategia è il dialogo istituzionale tra le due Unioni, che ad oggi conta 5 Summit euro-africani su temi legati all’economia, alla sicurezza e al mercato del lavoro. Lo stesso successo non è stato registrato in altri settori interessati, dove, nonostante le nuove premesse, la voce europea ha sovrastato quella africana. L’allora mancato ottenimento di una vera e propria sinergia intercontinentale si lega sia alla convivenza – spesso conflittuale – tra la JAES e le dinamiche sancite a Cotonou, sia alle numerose fratture interne all’Unione Africana, priva della legittimazione di cui gode la sua gemella europea.

 

A dieci anni dalla creazione della JAES, la Commissione Europea ha, però, deciso di dare un nuovo impeto alla cooperazione con l’UA. Dopo l’avvio dell’Alleanza afro-europea per gli investimenti sostenibili e l’occupazione proposta da Junker durante il suo ultimo SOTEU nel settembre 2018, anche la Commissione von der Leyen ha mosso i primi passi in materia di cooperazione intercontinentale. Il 9 marzo è stato pubblicato un comunicato congiunto tra Parlamento e Commissione dal titolo “Verso una Strategia comprensiva con l’Africa”. Fondato sui principi del multilateralismo, il nuovo progetto prevede l’approfondimento della partnership UE-UA in campo energetico, in materia digitale, nel mercato del lavoro, nel settore commerciale e nella gestione delle migrazioni e dei conflitti. Con esiti riscontrabili nel lungo periodo, la strategia necessiterà di tempo per dimostrare la sua efficacia rispetto ai tentativi precedenti. Tuttavia, tra gli ambiti interessati, gli scambi commerciali sembrano fornire un terreno fertile per vedere in tempi non troppo lontani i primi frutti di quanto seminato. L’Unione Europea ha, infatti, sostenuto e continua a sostenere l’AfCFTA[3], area di libero scambio africana attiva dal 2019. L’UE si propone, infatti, di promuovere nel breve termine l’integrazione economica regionale e continentale in Africa, mirando alla futura creazione di un’area di libero scambio euro-africana comprensiva, sostenibile ed efficiente.

 

Il COVID-19 in Africa e la risposta dell’UE: partnership attiva o marcatura del territorio?

 

I piani europei non avevano, però, fatto i conti con l’apparizione di un nuovo fattore imprescindibile per la cooperazione internazionale: il coronavirus. Di fronte alla crescita esponenziale dei contagi in Europa di inizio marzo, la prima reazione dei paesi africani è stata la chiusura pressocché unanime delle frontiere. A distanza di un mese dall’inizio della crisi nel vecchio continente, è diventato chiaro, però, che il blocco dei trasporti da e verso l’Europa non sarebbe bastato per frenare l’avanzata del virus. L’aumento dei casi in Africa rischia di esacerbare i problemi sanitari, umanitari, economici, politici e sociali di cui soffre il continente, trasformando il timore di una crisi senza precedenti in una sconfortante previsione del futuro.

 

Nonostante la mancanza di strumenti capaci di tracciare il contagio in modo affidabile, al momento la diffusione del COVID-19 in Africa appare più contenuta rispetto ad altre parti del globo, compresa l’Europa. Le statistiche, tuttavia, non rassicurano i leader locali, preoccupati di essere dimenticati dalla comunità internazionale in un momento di tale criticità. “Solo una vittoria globale può far cessare la pandemia” ha affermato il primo ministro Etiope Ahmed su Financial Times, chiedendo ai partner stranieri di non divergere i fondi già stanziati nel settore della cooperazione allo sviluppo per far fronte ad esigenze domestiche. Tra le altre richieste del premier figurano lo stanziamento da parte del G20 di un fondo di emergenza per l’Africa pari a 150 miliardi di dollari, nonché la riduzione dei debiti degli stati africani più poveri.

 

Seppur impegnata con la gestione domestica della pandemia, la nuova Commissione Europea ha colto l’occasione per manifestare la propria inclinazione geopolitica, dando avvio al pacchetto di aiuti Team Europe. Il 7 aprile la presidente von der Leyen ha annunciato lo stanziamento di oltre €15 miliardi per supportare i propri partner stranieri nella lotta contro il coronavirus, accennando ad ulteriori finanziamenti da parte degli stati membri. Principale destinatario dell’aiuto europeo è l’Africa, che beneficerà non solo dei €4.67 miliardi tratti sia dal nuovo pacchetto che dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Sostenibile[4], ma anche dei €291 milioni destinati al gruppo ACP.

 

L’emergenza COVID-19 potrebbe rappresentare il banco di prova per il nuovo impeto che la Commissione von der Leyen ha promesso di dare alla partnership intercontinentale, fornendo all’Africa un supporto effettivo e promuovendo soluzioni multilaterali a problemi globali. Al contempo, tuttavia, l’aiuto offerto dall’UE rischia di essere un pretesto per consolidare la propria influenza sul continente partner e contenere il ruolo delle potenze emergenti nel dossier africano. La minaccia della pandemia e dei suoi effetti collaterali sembra aver ravvivato la “corsa all’Africa” già in atto da tempo: anche Cina e Turchia hanno predisposto piani di sostegno economico a favore dei paesi africani che, se paragonati al pacchetto UE, risultano, però, limitati sia per denaro investito che per porzione di territorio coinvolta. Anche se oggi poco nitida, la natura delle mosse europee in Africa sarà di certo più chiara nei prossimi mesi, quando, oltre al mero stanziamento di fondi, serviranno aiuti più mirati per ripartire dopo la crisi.

 

[1] Il gruppo dei paesi ACP è un’organizzazione internazionale formata da stati in via di sviluppo situati in Africa, nei Caraibi e nel Pacifico.

[2] PESC è l’acronimo di “Politica Estera e di Sicurezza Comune”.

[3] Acronimo dall’inglese African Continental Free Trade Area.

[4] Conosciuto anche con l’acronimo EFSD (dall’inglese European Fund for Sutainable Development).

 

Crediti immagine: PxHere, Creative Commons CC0 1.0 Universal

 


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