10 gennaio 2020

I nodi della COP25: Tempi difficili per il Pianeta

di Alberto Cerri

 Scenari internazionali

 

Hard Times, tempi difficili, è il titolo del noto romanzo di critica sociale che Dickens scelse di ambientare nell’immaginaria Coketown[1]. Viene da domandarsi, con libero esercizio di fantasia, se un Dickens dei nostri tempi avrebbe scelto lo stesso titolo per un proprio scritto sulla “defining issue of our era”, la questione climatica. La città sarebbe potuta, ironia della sorte, rimanere la stessa.

 

La COP25[2] non è iniziata sotto i migliori auspici: inizialmente prevista a Santiago del Cile dal 2 al 13 dicembre 2019, è finita, a causa dei disordini interni al Paese sudamericano, per svolgersi a Madrid, pur sempre sotto la presidenza cilena. Né è terminata all’insegna di significativi risultati: nonostante il protrarsi della trattativa oltre il termine ufficiale, le contrastate consultazioni si sono concluse, come twittato dal Segretario generale delle Nazioni Unite, in termini deludenti.

 

Prima di scendere nel merito dei risultati, due considerazioni di carattere generale vanno premesse. In primo luogo, quanto emerso durante la venticinquesima Conferenza delle Parti denuncia il mal funzionamento del multilateralismo in materia di governance dei cambiamenti climatici (ne sia conferma la notifica di recesso dall’Accordo di Parigi presentata dagli Stati Uniti lo scorso 4 novembre); in secondo luogo, va constatato, non senza amarezza, come la fumata nera della COP25 si levi a dispetto delle prove fornite dalla comunità scientifica circa la sussistenza di un’emergenza climatica. Fra gli altri, basti considerare il recentissimo World Scientists’ Warning of a Climate Emergency (5 novembre 2019), pubblicato sulla rivista BioScience, che condensa – nella forma scritta di una dichiarazione – l’allarme di 11 mila ricercatori provenienti da 153 Paesi. La chiusura della politica alle evidenze della scienza è di per sé preoccupante; lo diventa ancor di più quando il momento d’azione non ammette rinvii. Il tempo di porgere l’orecchio poteva (doveva) essere ora, al più tardi nel 2020. Il ticchettio dell’orologio si fa sempre più assordante.

 

L’analisi complessiva della COP25 può essere ricostruita attorno a tre temi principali. Il primo, anche fulcro dell’approccio bottom-up dell’Accordo di Parigi, riguarda i contributi di riduzione determinati a livello nazionale (c.d. NDCs). Sul punto, va segnalato che le emissioni globali di gas serra hanno registrato un aumento del 4% rispetto al 2015; in più, tra il 2017 e il 2018, l’aumento di emissioni più consistente va associato all’India, alla Russia, agli Stati Uniti e alla Cina, che – insieme a Brasile, Arabia Saudita, Australia e Sud Africa – hanno posto i maggiori impedimenti al negoziato di Madrid. In effetti, questi quattro grandi emettitori (insieme più del 50% del livello di emissioni globali) non compaiono nella lista dei 73 Paesi che hanno dichiarato la propria volontà di incrementare l’“ambizione” dei propri NDCs[3] entro il 2020 né degli 11 Paesi che hanno iniziato a mobilitarsi sul piano interno per lo stesso fine. Al netto delle defezioni, questa “dichiarazione di intenti” va registrata come un (modesto) successo della Conferenza.

 

Prima di passare al secondo tema, occorre però avanzare due considerazioni. Nonostante vi sia, negli Stati Uniti, un dichiarato negazionismo da parte dell’amministrazione Trump nei confronti del cambiamento climatico, la presidente della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, è intervenuta a Madrid dichiarando che “not only were we saying that we as Democrats in the Congress are still in. America is saying we are still in”. Quanto affermato dalla Pelosi testimonia come alcuni Stati americani, discostandosi dalla linea federale, continuino a impegnarsi per la realizzazione degli obiettivi dell’Accordo di Parigi. A conferma di ciò, la US Climate Alliance ha dichiarato il 9 dicembre 2019 che i 25 Stati partecipanti sono “within reach of their commitment to the Paris Agreement”. Lo stesso non si può dire, invece, della Cina, che ha tenuto in materia una linea contraddittoria. Se da un lato, infatti, il governo cinese si è fatto promotore di una svolta ambientalista (si pensi allo US-China joint announcement on climate change e ai grandi investimenti in clean energy), dall’altro lato lo stesso governo ha finanziato progetti per impianti a carbone in più di 20 paesi, in gran parte emergenti, dall’Asia all’Africa[4]. Di tutto ciò si deve tenere conto per poter comprendere successi e fallimenti della COP25.

 

Il secondo tema, sui cui scogli la COP25 si è infranta, riguarda il c.d. carbon market, di cui all’art. 6 dell’Accordo di Parigi. Con buona semplificazione, la disposizione prevede un meccanismo di compravendita di quote di emissioni tra chi produce troppa anidride carbonica e chi riesce a contenerla. È ovvio che un tale meccanismo abbisogni di un tessuto di regole precise, rispetto alle quali il Brasile, insieme all’Australia e all’Arabia Saudita, si è apertamente opposto. A ben guardare, è forse preferibile un’intesa mancata rispetto ad un mercato del carbonio mal regolato e mal funzionante, che renderebbe fittizio lo sforzo di riduzione e più fragile l’Accordo di Parigi. Ai posteri l’onere di ritentare e tradurre l’art. 6 dalle parole ai fatti.

 

Last but not least, un insuccesso della COP25 va riscontrato anche in riferimento al c.d. “meccanismo di Varsavia” (c.d. loss and damage). Il WMO Statement on the State of the Global Climate 2018 ha messo in evidenza uno scenario impietoso: tra le altre, esso ha inserito il 2018 al quarto posto nella classifica degli anni più caldi, ha segnalato l’aumento delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera nonché l’innalzamento del livello del mare di 2-3mm rispetto all’anno precedente. Rebus sic stantibus, è ovvio concludere che non tutti gli Stati soffrono delle conseguenze climatiche allo stesso modo; maggiormente esposte al rischio risultano infatti le isole così come gli Stati africani, che saranno con tutta probabilità soggetti a (sempre più) severe ondate di siccità. Pur di fronte alla drammaticità di questo quadro, la richiesta dei Paesi più vulnerabili (50 miliardi di dollari l’anno entro il 2022) si è scontrata con la ferma opposizione dei Paesi industrializzati, in particolare degli Stati Uniti i quali declinano ogni responsabilità in tema di catastrofi ambientali.

 

Quanto sopra esposto conduce ad una mesta conclusione: ciò che non è stato concluso a Madrid, è rinviato a Glasgow. Alla ventiseiesima Conferenza delle Parti del prossimo novembre l’arduo compito di salvare l’Accordo di Parigi. All’Unione europea, forte del proprio obiettivo di zero emissioni entro il 2050, la responsabilità primarie di assumere un ruolo guida. Ma prima di Glasgow, Lipsia. Nella cittadina tedesca si terrà, il prossimo settembre, il vertice UE-Cina: un momento fondamentale per indurre il governo cinese a rivedere l’ambizione del proprio NDC. Il tempo sta finendo, il lavoro è molto. Non resta che dire, con leggera ironia: macchine avanti tutta!

 

[1] Dall’inglese: città del carbone

[2] 25esima Conferenza delle Parti dell'UNFCCC

[3] Nationally Determined Contributions, obbiettivi climatici nazionali volontari

[4] Per un approfondimento interessante, si v. la recente pubblicazione: http://ieefa.org/wp-content/uploads/2019/01/China-at-a-Crossroads_January-2019.pdf

 

Immagine: Official group photo of the 2019 United Nations Climate Change Conference (2 dicembre 2019). Crediti: Casa Rosada (Argentina Presidency of the Nation)/Wikipedia Commons, Creative Commons Attribution 2.5 Argentina. 

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