26 marzo 2020

Coronavirus: l’Europa a un bivio

 Scenari internazionali

 

Da quando l’OMS ha dichiarato che il continente europeo è il centro della pandemia da COVID-19, parlare di fine dell’Unione Europea non è più un tabù. Si fa largo l’idea che se l’UE non fosse in grado di rispondere in maniera coesa ed efficace alla crisi, questo potrebbe decretare la fine dell’Unione per come la conosciamo. Bisogna però ammettere che previsioni simili, o ancor più fatalistiche, erano già emerse con la crisi economico-finanziaria del 2008 e 2011 e la crisi migratoria del 2015. Nel primo caso, le economie europee sarebbero dovute implodere a fronte di un mix di attacchi speculativi e austerità; nel secondo le così dette “four freedomssi sarebbero dovute sgretolare sotto il peso dei flussi migratori alle frontiere. Se in questi due casi l’UE ha da un lato dimostrato una resilienza insperata, dall’altro il processo di integrazione europea in senso federativo sembra essere entrato in una spirale recessiva più che aver fatto ulteriori passi avanti.

 

E dunque: la pandemia da COVID-19 potrebbe rappresentare un punto di svolta, o è destinata ad affossare definitivamente un progetto già compromesso? Fino ad ora sembra prevalere la narrativa di un’Unione Europea incapace di gestire sfide globali di questa portata. Un’Unione anello debole di un Occidente in decadenza, una visione questa alimentata sia da una chiara sovrapposizione delle due crisi precedenti con quella attuale, sia dal confronto con una Cina che quotidianamente manda segnali di apparente successo.

 

La teoria funzionalista di Jean Monnet, pensiero cardine nello studio dell’integrazione europea, prevedeva che lo sviluppo di un’Unione sempre più integrata, una ever closer Union, potesse partire dal coordinamento di alcune politiche ben delimitate. Le inevitabili crisi, causate in parte dalla ancora ‘incompleta’ integrazione, si sarebbero poi dovute risolvere attraverso un rafforzato coordinamento tra Stati membri nelle politiche necessarie a fronteggiare la crisi. Al dimostrarsi dei vantaggi, tale coordinamento si sarebbe poi ripetuto e infine inserito negli schemi istituzionali dell’Unione, producendo così un potenziamento della stessa. Tuttavia, la cattiva gestione da parte dell’UE della crisi finanziaria e della crisi migratoria sembra aver provocato una marcia indietro del progetto d’integrazione, che troverebbe conferma nello strappo della Brexit e nel crescere incessante delle istanze nazional-populiste in tutta Europa.

 

Per procedere nell’analisi è innanzitutto necessario chiedersi: che cosa ha in comune la pandemia del Coronavirus con le altre due crisi? Durante la crisi del 2008-2011, la BCE di Mario Draghi, istituzione sovranazionale, ha risposto con il whatever it takes della politica monetaria. La politica fiscale invece era vittima di uno stallo istituzionale sulle regole di stabilità finanziaria tra Stati membri incapaci di superare le divergenze intergovernative. Allo stesso modo, la risoluzione della crisi migratoria necessitava di una risposta comune da parte delle politiche migratorie e di sicurezza degli Stati europei. Anche in questo caso, i Trattati prevedono che queste politiche siano gestite in sede di Consiglio – istituzione intergovernativa dove solo gli Stati membri hanno voce in capitolo – dove i singoli interessi nazionali hanno prevalso a discapito di una risposta chiara che sembra tutt’ora mancare.

 

Il copione sembra ripetersi con la risposta europea al Coronavirus. Le politiche sanitarie sono naturalmente affidate agli Stati membri, mentre l’art. 168 del Trattato di Lisbona assegna alla Commissione una competenza di mero sostegno. Al netto di una comunicazione dannosa e di tempistiche inadeguate, l’Unione Europea, intesa nelle sue istituzioni comunitarie, sta intraprendendo i primi passi necessari per evitare il peggio, con la BCE che annuncia 750 miliardi di acquisti di debito pubblico e con l’appoggio della Presidente Ursula Von der Leyen alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita. Guardando invece ai pezzi che compongono l’Unione, la risposta iniziale degli Stati membri è stata prevalentemente quella di requisire o comunque restringere le esportazioni di forniture mediche e bloccare le frontiere, in violazione – o meglio, ‘sospensione’ – dei Trattati. Il contrasto tra istituzioni UE e stati UE non potrebbe essere più netto.

 

A peggiorare la situazione attuale vi sono poi almeno due fattori da sottolineare. Il primo è una chiara sovrapposizione della pandemia con le passate fratture non risolte. Al netto delle roboanti proposte connesse allo European Green Deal, le istituzioni europee sono state infatti travolte dal Coronavirus proprio nel mezzo di un aspro stallo istituzionale su tre temi interconnessi alle due crisi precedenti: l’accordo sul Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e la gestione di decine, e potenzialmente centinaia, di migliaia di profughi rilasciati da Erdogan al confine con la Grecia. Invece di far tesoro delle esperienze passate nel tentativo di migliorare il progetto europeo, nessuno di questi dossier sembrava nemmeno vicino a una soluzione, alimentando quindi un naturale scetticismo sulla risposta europea alla pandemia.

 

Il secondo riguarda la Cina. Stati Uniti ed Europa, le due macro-aree più ricche e con i sistemi sanitari migliori al mondo, sembrano arrancare. Mentre l’Europa è il centro dell’epidemia con i due terzi dei nuovi casi giornalieri al mondo, in Cina non si contano nuovi contagiati e Xi Jinping si vanta di aver superato l’emergenza. Sembra che l’UE, partendo da condizioni oggettivamente migliori, abbia bisogno del tanto criticato centralismo cinese e del suo controllo capillare sulla popolazione, fatto che rischia di minare la credibilità organizzativa delle istituzioni democratiche dell’Unione e dei suoi Stati membri. Su questo punto bisogna però fare delle precisazioni. Primo, la Cina rimane un regime dove le informazioni sono controllate e centellinate, dunque non è possibile avere certezza degli sviluppi del virus in Cina, né informazioni complete sulle misure di contenimento adottate dal regime. Secondo, al netto della conclamata solidarietà cinese, rimane il fatto che il governo ha nascosto la fuoriuscita del virus mentendo sulla sua entità – fatto che ha contribuito notevolmente alla diffusione iniziale del contagio – scelta difficilmente percorribile o accettabile in un regime democratico. Terzo, anche nel momento in cui la Cina dovesse debellare completamente il virus, la sua economia sarebbe forse la più colpita da una prolungata interruzione delle catene di valore globali. La sorprendente crescita economica cinese di questi anni è il frutto della sua interconnessione con i mercati globali ora a rischio. Se la Cina vuole continuare ad essere la Cina di questi ultimi decenni è naturale che lavori affinché i meccanismi della globalizzazione si rimettano in moto, e sarebbe forse più opportuno adottare un approccio realista e moderato verso gli aiuti provenienti dalla Cina, anziché celebrare una ritrovata solidarietà sino-europea.

 

La dimensione globale di questa crisi economico-sanitaria ci porta all’ultimo punto, che è la differenza principale tra questa crisi e le precedenti, e che può aprire a spiragli di speranza. Quella economico-finanziaria del 2008 e 2011 e quella migratoria del 2015 sono state crisi con effetti redistributivi asimmetrici e difficili negoziati a somma zero che impedivano ogni forma di compromesso. Nei primi giorni del contagio in realtà la situazione non sembrava troppo diversa. L’Italia che chiedeva maggiore flessibilità e i rigoristi del nord, Germania compresa, a difesa del Patto di Stabilità e Crescita e dell’attuale funzionamento del MES, con duri scontri in sede di negoziato. Tuttavia, ogni giorno è sempre più chiaro che il doppio disastro, sanitario ed economico, impatterà più o meno omogeneamente su tutti gli Stati membri, e delineare un chiaro schema dei vincitori e dei vinti potrebbe essere impossibile, al contrario dei due casi precedenti. Non a caso in questa settimana sono accadute cose che meno di un mese fa si sarebbero ritenute impensabili. Il Patto di Stabilità e Crescita è momentaneamente sospeso, ogni regola di stabilità finanziaria sembra congelata, la Germania ha abbandonato il principio costituzionale di pareggio in bilancio, lo Schwarze Null, e quotidianamente vengono proposti differenti meccanismi di condivisione del debito, dai “Coronabonds” agli Eurobonds, che anni fa incendiavano il dibattito tra le cattedre di economia. Infine, con Schengen quasi totalmente abolito e il mercato unico europeo che rischia il collasso, sembra che l’impatto di questa pandemia possa essere colossale, inedito e soprattutto diffuso.

 

Questa volta sembra quindi giustificato l’argomento per cui c’è in gioco l’esistenza stessa dell’Unione, che non può più permettersi di farsi trovare impreparata come nelle precedenti occasioni. Allo stesso tempo, data la portata di questa crisi, c’è finalmente l’occasione di creare una convergenza su un necessario avanzamento del progetto di integrazione europeo aggiungendo meccanismi di mutualizzazione del debito, di coordinamento e addirittura federalizzazione fiscale, aumentando le risorse proprie e dotandosi finalmente di clausole di emergenza per rafforzare l’esecutivo europeo nel fronteggiare simili sfide.

 

L’obiettivo genetico dell’Unione Europea è impedire nuove guerre tra gli Stati del continente. Se è vero che la pandemia da Coronavirus non è una crisi, ma è una guerra, l’unico modo che ha l’Unione Europea – intesa sia come istituzione sovranazionale che come Stati membri – di uscirne intatta è combatterla unita, rispondendo con una sola voce. Quindi, anche se durante la prima settimana di pandemia l’Unione Europea è sembrata ad un passo dalla dissoluzione, non è insensato sperare, data la gravità e l’ubiquità di questa crisi, che gli Stati membri riescano infine a superare alcune delle più gravi divergenze intercomunitarie in favore del potenziamento del progetto europeista, al netto del disastro che verrà.

 

Immagine: "A new dawn for Europe" (31 gennaio 2020). Crediti: Parlamento Europeo, Creative Commons Attribution 2.0 Generic licence.

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