7 Gennaio 2018

Europa, Stati, Democrazia

di Carlo Galli

● Scenari internazionali

 

Intervento alla tavola rotonda organizzata da Agenda “La democrazia in Europa: prospettive sull’unione”, nell’ambito della giornata in ricordo di Carlo Azeglio Ciampi alla Scuola Normale Superiore. Pisa, 16 settembre 2017.

 

Le tesi fondamentali che voglio esporre sono le seguenti.

 

C’è una crisi della globalizzazione, della UE e della democrazia. La Ue deve diventare da problema la soluzione. Questa crisi è determinata dalle contraddizioni interne del neoliberismo e dalla insufficienza dell’ordoliberalismo, che è la forma economica della UE. Ciò porta l’Europa di oggi a interessarsi solo della propria capacità economica ed eventualmente della propria difesa (con il problema che la difesa dell’Europa è affidata di fatto alla NATO).

 

L’Europa oggi non è uno spazio politico coerente e non ha una strategia comune. L’obiettivo è invece fare dell’Europa lo spazio della democrazia, dove diritti civili e sociali stanno insieme.

A questo fine è necessaria un’energia politica che non si trova immediatamente nelle tradizioni culturali della storia d’Europa, che in realtà hanno legittimato tutto e il contrario di tutto (l’umanesimo è sfociato nella tecnica, il liberalismo nell’asservimento del soggetto al mercato, il socialismo e il nazionalismo hanno prodotto il totalitarismo, mentre la tradizione cristiana di per sé stessa non ha generato la pace ma le guerre civili di religione).

 

L’energia politica dell’Europa sta invece negli Stati democratici, e nella lungimiranza delle loro élites. Cioè nella loro consapevolezza che passi avanti nell’integrazione politica e giuridica devono essere fatti, nel realismo con cui devono individuare le cause economiche e sociali dell’attuale crisi, e nella loro capacità di vedere che solo Stati legittimati dalla lealtà dei cittadini possono aprirsi a una collaborazione reale. Stati deboli, in crisi, agitati dall’antipolitica, non potranno mai uscire dai propri egoismi e saranno sempre esposti al ricatto sovranista e populista.

 

La mia tesi principale è che la democrazia in Europa passa per la democratizzazione delle istituzioni comunitarie – per quel poco che è possibile -, ma molto di più passa per la democratizzazione dei principali Stati membri, che da profonde riforme in senso democratico e sociale uscirebbero sia rafforzati internamente sia più in grado di collaborare tra loro. È insomma necessario riaffermare il primato della politica nel suo luogo più pregnante, benché indebolito: lo Stato democratico. E da qui dare un nuovo significato all’Europa.

 

L’Europa come costruzione unitaria o presunta tale ha natura ibrida e oscillante. Nasce nel momento della massima debolezza dell’Europa, sconfitta e divisa, e nasce fortemente politica (il federalismo di Spinelli prevedeva una superpotenza europea neutrale fra Usa e Urss), poi diviene economica (con la CECA del 1951) per riproporsi come politica (con il tentativo della CED, abortito nel 1954); la reazione è stata di nuovo economica e funzionalistica (il MEC del 1957), ma lo sviluppo successivo è nuovamente politico-economico-tecnocratico (l’Europa di Maastricht del 1992 governata dagli eurocrati della Commissione e dal Consiglio dei Capi di Stato e di governo, con il metodo intergovernativo), fino al Fiscal compactdel 2012.

 

La possibile fine della Ue nella sua configurazione attuale (resa visibile dalla Brexit, ma anche dalle difficoltà economiche in cui si trovano i Paesi dell’euro) sta insieme ad altre fini: della globalizzazione che la destra anglofona ha aperto e che ora cerca di chiudere (la guerra di Trump a chi ha guadagnato troppo dalla globalizzazione: Cina e Germania), del doppio modello neoliberista e ordoliberale imposto all’Europa dall’euro (che ha portato o stagnazione o forti disuguaglianze economiche e sociali, o entrambe, e che ha fatto nascere i populismi); e in prospettiva della stessa democrazia occidentale postbellica.

 

L’euro è un dispositivo deflattivo che obbliga gli Stati dell’area euro a passare dalle svalutazioni competitive delle monete nazionali alle svalutazioni economiche e giuridiche del lavoro, e alla competizione sulle esportazioni, in una deriva neomercantilistica senza fine (ma, ovviamente, intrinsecamente limitata). Modellato su ipotesi francesi (culminanti nel memorandum Delors), l’euro è venuto a coincidere con il marco tedesco e con l’ordoliberalismo che a questo è sotteso (la «economia sociale di mercato altamente competitiva» citata dal trattato di Lisbona è appunto l’ordoliberalismo, con la sua teoria che il mercato e la società coincidono, e che lo Stato – ovvero, nel modello europeo, le istituzioni comunitarie – è garante del mercato). Il doppio cuore dell’Europa – la guida politica alla Francia, il traino economico alla Germania – svela qui i suoi equivoci: la Francia ha un primato solo apparente, e la Germania traina soprattutto se stessa, le proprie esportazioni, e le economie incorporate in modo subalterno nel proprio spazio economico. La stessa Germania ha dovuto, peraltro, orientare l’ordoliberalismo verso il neoliberismo, con le riforme Schroeder-Hartz fra il 2003 e il 2005. In ogni caso, l’ordoliberalismo fino dal dopoguerra ha stabilizzato la Germania ma oggi potenzialmente destabilizza le società europee.

 

Gli spazi politici in Europa sono multipli e intersecati. Vi sono gli spazi degli Stati, demarcati da muri fisici e giuridici; vi è lo spazio della NATO, che individua una frontiera calda a est, e che è a sua volta attraversato dalla tensione fra Paesi più oltranzisti in senso anti-russo (gli ex Stati-satellite dell’Urss) e Stati di più antica e moderata fedeltà atlantica (tra cui la Germania); vi è la frontiera fra area dell’euro e le aree di monete nazionali; e soprattutto vi sono i cleavagesinterni all’area euro, ovvero vi sono gli spread,e vi è la differenziazione cruciale fra Stati debitori e creditori; vi è poi uno spazio economico tedesco, il cuore dell’area dell’euro, che implica una macro-divisione del lavoro industriale e un’inclusione gerarchizzata di diverse economie nello spazio economico germanico. Ma lo spazio economico tedesco e lo spazio politico tedesco non coincidono: molti Paesi inglobati di fatto nell’economia germanica hanno una politica estera lontana da quella tedesca, più orientata verso gli Usa che verso l’Europa. Lo status quo benché complessivamente favorevole alla Germania presenta per quest’ultima qualche svantaggio: oltre al contenzioso politico con gli anelli deboli della catena dell’euro, anche l’inimicizia americana, motivata dal fatto che l’euro è mantenuto debole (prevalentemente) per facilitare le esportazioni tedesche.

 

Quelli che vengono definiti populismi sono le proteste di una società impoverita e minacciata nelle sue certezze contro un’economia che non ha alcun limite alla propria volontà di profitto, e contro una politica che anziché bilanciarla asseconda questa economia. La contrapposizione “noi” vs“loro” è la traduzione politica (solo apparentemente antipolitica) della differenza abissale che si sta istituendo nelle società occidentali fra pochi ricchi e molti poveri o impoveriti (soprattutto i ceti medi). Ai problemi economici (la questione dell’euro è cruciale ma difficilmente risolvibile) si aggiungano quelli derivanti dalle migrazioni non controllate, a cui la Ue non fa fronte e che lascia gestire ai singoli Stati. Sono quindi necessarie politiche che vadano in senso opposto a quello che si è affermato fino a ora. Ci si deve porre come obiettivo non la crescita del Pil ma la piena occupazione, si deve far leva sulla domanda interna e non principalmente sulla esportazione, si deve perseguire la rivalutazione economica e giuridica del lavoro e scalzare la centralità sociale e politica del mercato e/o del pareggio di bilancio, si deve mirare alla giustizia e non alla indiscriminata diminuzione del carico fiscale (peraltro mai realizzata). Si deve insomma prendere atto che la rivoluzione neoliberista ha esaurito la sua spinta propulsiva, e che la soluzione ordoliberista si è rivelata più coercitiva che espansiva.

 

Lo strumento principale per questa rivoluzione, per questa discontinuità, è lo Stato democratico all’interno e collaborativo all’esterno. Lo Stato non è intrinsecamente portatore di nazionalismo e di egoismo: è invece uno spazio politico potenzialmente democratizzabile all’interno da un nuovo civismo, se le forze politiche saranno capaci di opporsi credibilmente, cioè con radicalità di analisi e di proposte, alla protesta populistica. E anche se la sua sovranità non è incondizionata (ma quando mai lo è stata se non nelle finzioni dei giuristi?) gli Stati restano pur sempre i principali nuclei di potere in Europa. Di tratta di servirsene per cambiare l’Europa.

 

L’Europa va ridefinita come spazio di pace, di democrazie, di libero scambio, ma anche secondo i suoi principi essenziali, che sono il pluralismo degli Stati e il conseguente dinamismo, cioè l’immaginazione di futuri alternativi. Non si può pensare che finite le «cornici» delle due superpotenze vittoriose, che davano forma a due Europe, la nuova Europa liberata dalla cortina di ferro debba essere a sua volta una gabbia d’acciaio, chiusa definitivamente in un modello economico indiscutibile. È invece necessaria una nuova cultura della pluralità e della concretezza, dopo i sogni illimitati della globalizzazione che hanno prodotto contraddizioni gravissime e hanno messo a rischio la democrazia; cioè una cultura della politica democratica, non della tecnocrazia né dell’ipercapitalismo. Benché la prima democrazia moderna sia nata in America, sotto il profilo storico e intellettuale Europa e democrazia si coappartengono; e di fatto la democrazia in Europa vive insieme agli Stati democratici, e alla loro collaborazione. Cioè vive grazie alla consapevolezza (questa sì europea) che la politica non è solo gestione dei rapporti di potere esistenti, ma è spinta organizzata (lo Stato) all’emancipazione individuale e collettiva (la democrazia), capace di trasformare la giungla dei poteri nell’ordine progressivo della libera città dell’Uomo, in cui possono fiorire i suoi diritti e le sue capacità.

 

Solo con il recupero della politica, ovvero solo con la mediazione degli Stati democratici e collaborativi, si può pensare a un’Europa come collettività capace di fare politica, cioè di definire la propria forma interna e di identificare e perseguire le proprie priorità esterne. Al contrario, far calare sugli Stati una struttura economica coercitiva spinge gli Stati stessi a comportamenti miopi e opportunistici, e le società alla ribellione. Che è appunto ciò a cui oggi assistiamo.

 

Immagine: Humoristische Karte von Europa im Jahre 1914 (1914). Crediti: Lehmann-Dumont, G. Karl/ Pubblico dominio

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