11 luglio 2020

Occupazione e blocco militare: le sfide strutturali nella gestione della crisi da Covid-19 in Palestina

● Scenari internazionali

 

La pandemia da coronavirus in Palestina ha avuto un impatto moderato rispetto ad altre parti del mondo. I dati aggiornati all’11 di Luglio indicano che vi sono stati 36 decessi e 6688 casi positivi tra Cisgiordania, Gerusalemme Est e la Striscia Gaza. Questi numeri fanno pensare ad una gestione attenta della crisi che in realtà ha messo alla prova un sistema sanitario estremamente fragile ed inadeguato a rispondere alle esigenze della popolazione palestinese. A livello politico l’emergenza sanitaria ha esacerbato le discriminazioni latenti in un’area in perenne conflitto, accentuato negli ultimi mesi dalla presentazione del piano del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che prevede l’inizio dell’annessione di porzioni di territorio in Cisgiordania a luglio.

 

Quando si parla di sistema sanitario nei territori occupati Palestinesi si deve considerare il contesto in cui questo è inserito. Più di cinquant’anni di occupazione militare della Cisgiordania hanno difatti favorito l’implementazione di politiche volte al trasferimento forzato di comunità palestinesi ed espropriazione di proprietà. La logica sottostante all’occupazione israeliana è basata sull’isolamento dei maggiori centri urbani palestinesi in enclaves tipicamente carenti di servizi di qualità, le cui conseguenze sono drammaticamente amplificate dalle continue restrizioni al diritto della libera circolazione. Inoltre, il persistente stato di crisi umanitaria rende la popolazione e la pubblica amministrazione quasi del tutto dipendenti dagli aiuti esterni provenienti per la maggior parte dalla cooperazione internazionale.

 

La precarietà del sistema sanitario palestinese, completamente privo di un piano di sviluppo organico, ancora prima della crisi del covid-19, si concretizza in una profonda sproporzione tra la domanda di sanità e l'offerta di servizi di alto livello. Questi dipendono quasi esclusivamente da finanziamenti esterni che sono discontinui e quindi non affidabili. Pertanto, se un cittadino palestinese ha bisogno di sottoporsi a un’operazione chirurgica o necessita di una visita medica specialistica, deve necessariamente dipendere da servizi esterni localizzati nella parte ebraica di Gerusalemme dove si può accedere solo con permessi che sono rilasciati a discrezione. Dovrà cioè sottostare e dipendere da una serie di regole, controlli di sicurezza ed estenuanti labirinti burocratici che non sempre vanno a buon fine.  

 

Queste problematiche sono meno evidenti quando si analizza la situazione a Gerusalemme Est, l’area urbana palestinese occupata nel 1967 e poi annessa da Israele nel 1980. Lo status legale vigente sottintende la responsabilità dell’autorità israeliana nel fornire servizi, che spesso non vengono erogati, assecondando pratiche di discriminazione da tempo implementate in questa area. Difatti, se da un lato i cittadini palestinesi registrati nella municipalità di Gerusalemme Est non si trovano a dover affrontare le difficoltà dovute alla barriera divisoria, dall’altro lato la loro quotidianità è caratterizzata da continue violenze e discriminazioni. A livello storico, la disparità nei confronti dei palestinesi a Gerusalemme Est si è tradotta in disattenzione e mancanza d’investimenti municipali nel settore pubblico che ha reso ancora più evidente il divario economico rispetto a Gerusalemme Ovest, la parte ebraica della città. I dati raccolti ad aprile dimostrano che circa il 70% della comunità palestinese domiciliata a Gerusalemme vive sotto la soglia di povertà, mentre il dato si attesta al 26% nella comunità ebraica. Il coronavirus ha sottolineato come l’ineguaglianza sia endemica anche nel sistema sanitario, in quanto, dall’inizio della crisi, solo due ospedali della zona sono stati attrezzati per fronteggiare il covid-19 a Gerusalemme est, che conta una popolazione di circa 360,000 abitanti. Gli ostacoli imposti dall’autorità israeliana sono tali per cui, secondo quanto riportano i giornali locali, ad aprile è stata imposta la chiusura di una clinica nell’area palestinese di Gerusalemme Est, istituita dagli attivisti in una moschea per somministrare test e cure contro il coronavirus.

 

La realtà si complica quando si analizza la condizione del sistema sanitario della striscia di Gaza, che dal 2007 si trova sotto blocco militare via terra, mare ed aria. Tale condizione ha causato negli un visibile peggioramento delle condizioni economiche, che ha portato nel 2019 a una disoccupazione del 45% della popolazione e che vede il tasso di povertà più alto del mondo, attestato al 70%. Date le premesse, non sorprende che il sistema sanitario sia carente in termini di attrezzature tecniche, medicinali e personale qualificato. Secondo i dati risalenti al secondo trimestre del 2019, in quel periodo dell’anno vi era la disponibilità di solo circa il 50% dei medicinali ritenuti necessari, mentre più del 40% delle scorte erano già completamente esaurite. Tale mancanza influisce negativamente sulla qualità dei trattamenti, e rappresenta un rischio significativo per la salute pubblica nel momento in cui il sistema sanitario si trova ad affrontare malattie trasmissibili, come è accaduto nel caso del covid-19. L’esplosione della crisi sanitaria ha esacerbato ancora di più l’isolamento geografico di Gaza e le falle del sistema sanitario, il quale da tempo non riesce a soddisfare le necessità dei due milioni di abitanti. La chiusura dei check point ha quasi del tutto fermato i trasferimenti dei pazienti che ottenevano –con non poche difficoltà­– il permesso per recarsi in centri ospedalieri ubicati a Gerusalemme o in Cisgiordania e sottoporsi a trattamenti e operazioni chirurgiche non disponibili nella Striscia di Gaza. I dati indicano che prima della crisi, ogni mese circa 2,200 residenti di Gaza riuscivano ad ottenere tale permesso, mentre ad aprile, a causa delle restrizioni per il contrasto alla diffusione del virus, solo 159 persone che necessitavano un trattamento medico hanno avuto il permesso di uscire da Gaza. Nelle prime due settimane di giugno invece, solo 5 persone gravemente malate sono state trasferite a Gerusalemme.

 

Nei territori palestinesi, più che nel resto del mondo, la pandemia ha reso evidente l’inadeguatezza e la fragilità del sistema sanitario, accentuando le tensioni e le ineguaglianze sociali, politiche ed economiche delle società moderne. In Palestina, in caso di diffusione incontrollata del virus, sarebbe alto, più che altrove, il rischio di una catastrofe sociale, economica e politica. Se a questo macabro quadro si aggiungesse l’eventuale annessione dei territori della Cisgiordania, l’acuirsi del conflitto e delle violenze che ne seguirebbero porterebbero a gravi conseguenze in termini di rispetto dei più elementari diritti umani, a partire dal diritto alla salute. 

 

Crediti: Hosny Salah / Pixabay License [free per commercial use, no attribution required]

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