13 gennaio 2020

Presidenziali USA 2020: le affollate Primarie Democratiche

di Giovanni Forti

 Scenari internazionali

 

A meno di un anno dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, sta entrando nel vivo il processo di selezione dello sfidante di Donald Trump: le primarie del Partito Democratico. Differentemente da quanto succede in Italia, negli USA le primarie non sono un evento che si esaurisce in un’elezione concentrata in un solo giorno, ma una lunga maratona politica. Oggi, a meno di un mese dalle prime votazioni che si terranno nello stato dell’Iowa, la tensione per i preparativi è al suo culmine, con le macchine organizzative dei molti candidati che lavorano a pieno ritmo. Ma come funzionano, praticamente, le primarie negli Stati Uniti?

 

 

La convention e i delegati

 

Le primarie servono ad eleggere una parte dei delegati che si riuniranno nelle convention per scegliere il candidato presidente e vicepresidente, che si terrà a luglio a Milwaukee, Wisconsin. Più dell’80% dei delegati – 3.979 su 4.745 totali – verrà scelta attraverso le primarie nei 50 stati: sono i cosiddetti ‘pledged delegates’ (delegati vincolati), gli unici ad avere diritto di voto nel primo scrutinio della convention. In ogni stato, i delegati vengono distribuiti ai candidati con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 15%, e al primo scrutinio votano obbligatoriamente in base alla propria affiliazione.

 

I restanti 766 delegati, detti “super delegati”, sono politici eletti del Partito: deputati, senatori, governatori, eccetera. Questi non sono vincolati a un particolare candidato, ma possono esprimersi nella prima votazione solamente se un candidato ha già una maggioranza fra i delegati vincolati. In caso contrario si ha la cosiddetta brokered convention – che non avviene dal 1952 – dove i super delegati possono votare solo dal secondo scrutinio in poi.

 

 

Il peso dei primi stati

 

Il voto, dunque, avviene stato per stato: si comincia in Iowa il 3 febbraio (è il primo stato dal 1972), seguito da New Hampshire, Nevada e South Carolina. Si tratta di stati molto diversi: l’Iowa è nel Midwest rurale a maggioranza bianca; il New Hampshire è nel Nord-Est e ha una popolazione bianca, più ricca e istruita della media; il Nevada, lo stato di Las Vegas, è fra gli stati con più latinos (il 30%); il South Carolina è il più povero dei quattro e ha una forte minoranza afroamericana (il 27% della popolazione).

 

Questi quattro stati eleggono appena il 4% dei delegati totali, ma sono decisivi nell’indirizzare il corso di tutte le primarie successive: vista la loro diversità, fungono da cartina tornasole delle possibilità dei candidati nei vari segmenti dell’elettorato per i democratici degli altri stati, e influenzano profondamente la copertura mediatica. Subito dopo toccherà al Super Tuesday: in un solo giorno, il 3 marzo 2020, si terranno le primarie in ben 13 stati (fra cui due dei più popolosi, California e Texas), fungendo da punto di svolta con l’assegnazione di ben 1.358 delegati, oltre il 34%.

 

 

I candidati

 

Le primarie 2020 del Partito Democratico hanno visto un campo di partecipanti molto ampio, con oltre 20 candidati in corsa per la nomination. I più noti sono senz’altro Joe Biden, vicepresidente di Barack Obama, e Bernie Sanders, che aveva sfidato Hillary Clinton nel 2016, ma non sono affatto gli unici con aspirazioni di vittoria.

 

Joe Biden, 77 anni, è un candidato moderato e molto apprezzato dall’establishment del Partito, dagli elettori più anziani e dagli afroamericani. Nonostante i molti strafalcioni che popolano i suoi interventi in pubblico e nei dibattiti televisivi, è considerato da tutti il front runner. È il favorito delle primarie da prima ancora di candidarsi, visto che la sua carriera nelle istituzioni e il suo profilo moderato convincono l’elettorato democratico che sarebbe il candidato più avvantaggiato nella sfida contro Trump. Oggi è primo nei sondaggi, con il 27,5% nella media curata da FiveThirtyEight, anche grazie alla grande solidità mostrata nel dibattito di dicembre, dove non è stato oggetto di attacchi degli altri candidati e non ha commesso gaffe. C’è però una minaccia che potrebbe ostacolare la corsa di Biden verso la nomination e la Casa Bianca. La procedura di impeachment contro Donald Trump è stata innescata, infatti, dalla richiesta fatta da Trump al presidente dell’Ucraina Zelenskyj di indagare proprio su Joe Biden e su suo figlio Hunter per danneggiarlo nelle presidenziali del 2020. Il tema dell’indagine era un presunto caso di corruzione relativo alla presenza di Hunter Biden nel CdA di un’azienda ucraina. Nonostante sia acclarato che le accuse contro i Biden siano infondate, da un recente sondaggio emerge che il 57% degli elettori e ben il 39% dei democratici considera i soldi ricevuti da Hunter Biden come un indizio di corruzione. I repubblicani stanno difendendo Trump anche parlando molto della presunta corruzione dei Biden, e questo potrebbe essere un grave danno per la sua candidatura.

 

Bernie Sanders, 78 anni, senatore indipendente del Vermont, gradito soprattutto fra i giovani e nei centri urbani, è noto per le sue proposte considerate radicali nel contesto USA: su tutte Medicare for All, l’estensione della copertura sanitaria gratuita e finanziata dalla fiscalità generale a tutti i cittadini, e il Green New Deal, un ambizioso piano di riconversione ecologica dell’economia con ricchi investimenti in fonti rinnovabili. Sanders oggi è secondo nei sondaggi con il 17,8%, poco sopra la soglia che ha mantenuto stabilmente per quasi tutta la campagna elettorale. Nonostante questo, la campagna di Sanders è stata tutt’altro che tranquilla: all’inizio di ottobre ha avuto un attacco di cuore, che lo ha costretto a un intervento chirurgico per l’inserimento di uno stent. Tuttavia, dopo quel momento – che è coinciso con il suo punto più basso nei sondaggi al 14,5% – Sanders ha raccolto diversi endorsement importanti, fra cui quello della giovane ma già molto nota deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez. Negli ultimi due mesi, dunque, Sanders ha recuperato oltre 3 punti e si è nuovamente proposto come il principale sfidante di Biden.

 

 

Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts ed ex professoressa di diritto ad Harvard, è stata repubblicana fino al 1996, ma oggi sostiene politiche innovative di forte stampo liberal[1] e di sinistra, come una tassa patrimoniale del 2% sui capitali sopra i 10 milioni di dollari. Partita dal 5% nei sondaggi a fine aprile, ha recuperato in media un punto a settimana per quasi sei mesi, fino a sfiorare il sorpasso su Biden a metà ottobre. Da quel momento, però, è iniziato un calo costante e sostenuto: quasi il 10% in due mesi, fino al 15% odierno. I motivi del calo di Warren sono principalmente due. Da un lato la parziale rinuncia a Medicare for All, che condivideva con Sanders, a favore di un programma meno ambizioso, ha danneggiato seriamente la sua immagine di legislatrice coerente e coraggiosa (il suo motto è “big, bold ideas”). Dall’altro, ha risentito degli attacchi subiti nel dibattito di novembre, quando i rivali hanno messo in discussione la sua capacità di finanziare le sue promesse senza alzare le tasse sul reddito alla classe media.

 

Pete Buttigieg, 38enne sindaco di South Bend, Indiana, omosessuale e veterano della guerra in Afghanistan, è sicuramente l’homo novus di queste primarie. Dopo aver iniziato la campagna su posizioni di sinistra, si è gradualmente spostato verso il centro, fino a occupare una parte importante dello spazio politico fra Biden e Warren. Per il suo posizionamento politico e la sua giovane età, molti lo hanno paragonato a Barack Obama all’alba delle primarie 2007-2008, ma il suo essere un outsider potrebbe diminuire le sue chance di vittoria visto il grande peso che l’elettorato democratico attribuisce all’electability, la capacità di sconfiggere Trump alle presidenziali. Un punto a suo favore è l’ottima posizione in cui si trova in Iowa, dove è stato a lungo in testa e ora è terzo a meno di 3 punti da Biden e Sanders. Nei sondaggi nazionali, dopo una rapida crescita nel mese di novembre, è quarto e in calo con il 7,7%: la minore notorietà è una zavorra, ma col passare del tempo (e dei dibattiti) potrebbe crescere ancora.

 

Il campo dei candidati nelle primarie di quest’anno è particolarmente ampio. Nonostante già più di metà dei candidati si siano ritirati – fra questi l’ex deputato texano Beto ‘O Rourke e la procuratrice generale Kamala Harris – rimangono ancora oltre una decina di contendenti. Il più interessante è l’ex sindaco di New York e imprenditore multimiliardario Michael Bloomberg, entrato nella campagna solo a fine novembre, dopo la scadenza dei termini per partecipare nei primi quattro stati. Pur avendo rinunciato a partecipare ai dibattiti, vista la scelta di non raccogliere donazioni, la sua candidatura va tenuta in conto: in sole tre settimane di campagna ha speso in spot pubblicitari oltre 100 milioni di dollari del suo patrimonio personale, e la cifra sembra destinata a crescere. Oggi Bloomberg è al 5,2% nei sondaggi, anche grazie alla sua alta notorietà, ma il dato più importante sarà il risultato in Texas e California la sera del Super Tuesday: in caso di vittoria potrebbe proseguire la corsa, altrimenti gli resterebbero ben poche speranze.

 

Altri due candidati con ancora qualche (piccola) speranza sono Andrew Yang e Amy Klobuchar. Il primo, imprenditore di origine cinese, sta puntando molto sulla proposta di un reddito universale di base di 1.000 dollari al mese per tutti e senza condizioni, da finanziare con l’introduzione di un’imposta federale sul valore aggiunto. Particolarmente popolare fra i giovani e sulla rete, i sondaggi oggi lo vedono al 3,5%.  La seconda è senatrice per lo stato del Minnesota, molto moderata e molto pragmatica, oggi attestata al 3,1% dei consensi. Klobuchar mira a convincere gli elettori di essere la persona giusta per battere Trump grazie alla sua capacità di pescare al di fuori del bacino democratico e alla sua provenienza del Midwest, vicino agli stati decisivi per la vittoria di Trump su Clinton nel 2016.

 

 

Una sfida molto aperta

 

La lotta in Iowa e New Hampshire sarà uno dei leitmotiv della politica USA nelle prossime settimane, a partire dal dibattito fra i candidati della sera del 14 gennaio, ma non sarà l’unico: al centro restano la tensione con l’Iran scatenata dall’uccisione del generale Qassem Soleimani ordinata da Trump e la procedura di impeachment contro lo stesso Trump, che dopo il voto della Camera si sposterà al Senato. Oltre a Biden, che viene investito personalmente, anche i senatori in corsa (Sanders, Warren, Klobuchar e Booker) saranno influenzati dal processo, che li costringerà a lunghi periodi lontani dalla campagna elettorale. Con Buttigieg e Bloomberg in crescita e i primi tre che risentono delle complicazioni dovute all’impeachment, la sfida per la nomination democratica non è mai stata così aperta.

 

[1] Nel contesto americano, il termine ‘liberal’ indica una tendenza ideologica di liberalismo sociale che mette insieme forti libertà civili e deciso intervento statale nell’economia di mercato. In termini europei, è più simile al riformismo socialdemocratico che non al liberalismo classico.

 

 

Immagine: Democratic Primary Debate Participants (26 e 27 Giugno 2019). Crediti: Adattata da DonkeyHotey (Flickr)/Wikipedia Commons, Creative Commons Attribution 2.0 Generic. 

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