7 febbraio 2020

Crisi in Libia: il punto della situazione con Luca Raineri

 Scenari internazionali

 

 

A due settimane dalla Conferenza di Berlino, la tregua in Libia pare altamente instabile. Haftar e Serraj continuano ad armarsi, mentre i turchi fanno confluire uomini e mezzi a beneficio delle truppe tripoline. Quali sono gli scenari più probabili per il futuro, e come si è arrivati sino a questo punto? Facciamo chiarezza sul dossier libico con Luca Raineri, ricercatore della Scuola Superiore Sant’Anna ed esperto di Relazioni Internazionali nel Sahel.

 

Nel conflitto libico si può parlare semplicemente di Haftar contro Serraj, Tripolitania contro Cirenaica, oppure le coalizioni internazionali sono l’elemento determinante?

 

L’ultima fase della guerra civile libica ha chiarito quali sono le alleanze in gioco. Sul piano internazionale, i principali sostenitori di Haftar sono Egitto ed Emirati Arabi Uniti: questi ultimi contribuiscono con armamenti considerevoli – come documentato dal Panel of Experts delle Nazioni Unite - per ragioni ideologiche, così come hanno fatto in altri teatri della regione; l’Egitto ha un interesse securitario immediato, trovandosi al confine con la Libia, esposto alla potenziale minaccia del terrorismo, ma anche perché vede con grande preoccupazione la possibilità che si installi un governo allineato alla Fratellanza Mussulmana. Anche l’Arabia Saudita gioca un ruolo, mentre c’è stato un sostegno più o meno implicito da parte di attori come la Francia - che ha come priorità strategica la lotta al terrorismo e ha visto in Haftar il campione di questa lotta, in particolare dal 2014 - e la Russia, che negli ultimi anni ha mantenuto rapporti cordiali con il governo di Tripoli, fino ad un’ultimissima fase, quando a partire da settembre 2019 si è distinta per il coinvolgimento sul campo di mercenari russi. Il blocco che sostiene Serraj è invece quello più vicino all’islamismo politico e ha nel Qatar il principale finanziatore e nella Turchia il principale operatore militare.

L’Italia ha avuto un ruolo abbastanza ambiguo, essendo stata uno dei principali sostenitori del governo di Tripoli fino circa al 2017, quando è divenuto chiaro che Haftar era un attore che non poteva essere aggirato e quest’ultimo ha dato chiare garanzie di osservare le priorità strategiche italiane in Libia, vale a dire la questione migratoria ed energetica. L’Italia ha dunque sviluppato una politica attendista e di equidistanza per giocare un ruolo da mediatrice, con la conseguenza che ha perso la fiducia di Tripoli senza diventare un partner privilegiato di Haftar.

Gli Stati Uniti, infine, hanno cercato di mantenere un ruolo di seconda fila nella gestione di un problema che viene percepito come europeo, lontano dagli interessi strategici americani, se non per la lotta al terrorismo.

Per quanto riguarda il fronte interno, l’alleanza di Haftar è molto composita, nel senso che riunisce diverse tribù predominanti dal punto di vista numerico nell’Est del Paese, ma molti dei ruoli chiave sono affidati ai membri della sua famiglia o della sua tribù - i Ferjani. Ci sono poi alcune milizie che rivendicano un’ideologia madkhalista - variante salafita di quietismo religioso e sottomissione all’autorità politica in carica. Sul fronte di Serraj c’è una coalizione molto composita di attori legati ad alcune città chiave, tra cui Misurata, Zuara e alcune parti della città di Tripoli e di Zintan; ci sono però molte altre città dell’Ovest che sono contese politicamente e che giocano un ruolo ambiguo, così come nel Sud, dove ci sono forze che vengono cooptate dall’uno o dall’altro attore in funzione della capacità e degli interessi strategici del momento.

 

La Conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso è riuscita a riunire per la prima volta tutti gli attori coinvolti nella crisi libica. Quali tra i punti approvati al tavolo dei negoziati è probabile che reggano alla prova dei fatti?

 

La Conferenza di Berlino ha risposto ad una strategia disegnata dal Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite già a luglio, quando ha chiarito che non era possibile risolvere il conflitto libico senza coinvolgere le parti internazionali che lo stavano alimentando. L’obiettivo principale dell’ONU era quello di garantire con misure efficaci e concrete il rispetto dell’embargo degli armamenti, in essere in teoria già dal 2011. In realtà a Berlino ci sono state delle dichiarazioni di impegno e delle promesse, ma per l’adozione di un meccanismo concreto di verifica del rispetto dell’embargo si è rimandato al Consiglio di Sicurezza, così diviso che a partire dal momento dell’attacco di Haftar su Tripoli non è neppure stato in grado di produrre una Risoluzione che richiedesse una tregua. C’è molto scetticismo rispetto alla tenuta di questo accordo e lo vediamo già sul campo, dove ci sono indicazioni di possibili violazioni dell’embargo e la tregua stessa è molto fragile.

 

Si può dire che il fattore energetico sia l’elemento chiave per comprendere la questione libica? L’Italia ha ancora degli interessi energetici strategici da preservare nel Paese?

 

L’ENI è un attore cruciale nel contesto libico e l’Italia non ha mai fatto mistero del fatto che gli idrocarburi rappresentano un interesse strategico nazionale, anche in virtù dei condotti che collegano la Libia all’Italia, che non sono di secondaria importanza. Il petrolio è anche un asset strategico per i libici stessi e per interpretare la contesa in questo momento: la maggior parte del petrolio è concentrata nell’Est del Paese, ma le decisioni vengono prese a Tripoli, nell’Ovest del Paese. Una riorganizzazione della governance del petrolio è dunque necessaria, ma non credo che l’interessamento degli attori internazionali alla Libia si possa tutto sommato risolvere a un problema di petrolio, in quanto l’aspetto politico, ideologico ed egemonico rimane preponderante, soprattutto per quanto riguarda i Paesi dell’area mediorientale. Tuttavia, è bene ricordare che il quadrante libico si è recentemente esteso: Erdogan ha saputo giocare brillantemente le sue carte offrendo aiuto al governo di Tripoli in cambio della concessione di un accordo sulla spartizione degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale. L’accordo di fatto ridisegna i confini sottomarini a tutto vantaggio della Turchia, negligendo completamente gli interessi strategici e gli esistenti confini di Paesi che hanno importantissimi interessi economici nell’area, come Cipro, Egitto, Israele, Grecia, ma anche Italia e Francia.

 

L’attuale situazione di instabilità può avere un reale impatto sul cosiddetto “problema migratorio”? Più in generale, quali sono gli aspetti più critici dell’attuale approccio italiano ed europeo verso la questione migratoria?

 

I flussi dalla Libia verso l’Europa al momento sono crollati, a livelli inferiori all’epoca Gheddafi, per cui la retorica della “crisi migratoria” ha una funzione politica ma non descrive un fenomeno reale. Ciò è successo in virtù di due passaggi politici fondamentali: da un lato, il contributo alla riorganizzazione della guardia costiera libica da parte dell’Italia e dell’UE; dall’altro, l’accordo - più sottobanco – fra il governo italiano e alcune milizie libiche che hanno deciso di passere dallo smuggling all’anti-smuggling, probabilmente con l’ambizione di un assurgere a un ruolo politico più importante. Il risultato è stato un sistema che non contempla alternative alla detenzione, per cui, anche in virtù della propria legislazione nazionale, la Libia si è trasformata in una gigantesca gabbia dove i migranti vengono rinchiusi in condizioni abusive, così come è stato documentato da numerosissimi rapporti delle Nazioni Unite. Questo rimane dunque uno dei principali problemi dal punto di vista etico, umanitario e del diritto internazionale.

 

L’elemento ideologico dell’islamismo politico è stato determinante nella formazione degli schieramenti. Detto ciò, si può parlare ancora di un rischio terroristico?

 

I due fenomeni vanno trattati distintamente. L’islamismo politico è sicuramente una lente interpretativa molto importante per capire il conflitto. Se i partiti dichiaratamente affini alla Fratellanza Mussulmana non sono particolarmente forti o radicati in Libia, le accuse di ambire a trasformare la Libia in un Paese di diritto islamico sono parte importante della contesa e della retorica di Haftar. Credo comunque che si tratti di un cleavage meno importante di quello che riguarda la corruzione, perché non va dimenticato che l’argomento fondamentale nella retorica di Haftar – e che è difficilmente contestabile - è che il governo di Tripoli abbia in realtà un potere limitatissimo e che tutto il potere sia gestito da milizie para-criminali.

Per quanto riguarda il terrorismo, nel tardo 2019 ci sono stati una serie di attacchi di droni americani nel Sud della Libia, dove si annidavano gli ultimi rimasugli dello Stato Islamico fuggito da Sirte, al termine dei quali gli Stati Uniti affermavano di averne decimato gli effettivi. D’altra parte, non va sottovaluto l’impatto che potrebbe avere l’influsso di milizie siriane veicolate nel Paese dalla Turchia a sostegno del governo di Tripoli, dato che molti tra questi hanno un background dichiaratamente jihadista.

 

Conte e Di Maio hanno dichiarato che l’Italia è pronta per un ruolo di primo piano nel caso di una missione UE di peacekeeping. Ma è davvero probabile che prenda corpo un’ipotesi del genere?

 

È molto improbabile che una missione di qualunque sorta sia autorizzata: nei canoni della legalità internazionale, dovrebbe essere autorizzata o dalle Nazioni Unite o dalla Libia stessa. È difficile trovare in Libia un’autorità legittima, inoltre i libici hanno sempre contestato l’invio di truppe internazionali nel loro Paese per queste operazioni. A ciò si aggiunge la difficoltà per le cancellerie europee di rischiare i propri soldati in un contesto altamente pericoloso. Inoltre, un Consiglio di Sicurezza che non riesce ad accordarsi su una Risoluzione che incoraggi una tregua, difficilmente troverà il consenso per lanciare, finanziare e sostenere politicamente una missione di peacekeeping. Una missione europea, che non avrebbe necessariamente bisogno di un mandato dell’ONU, ma che comunque dovrebbe coordinarsi tra le parti, avrebbe poca ragione di esistere e poca fattibilità pratica: come affermato da Salamé, mancano ancora la volontà e il consenso necessari.

 

Immagine: International Conference on Libya (January 19, 2020). Crediti: President of Russia
 

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