5 aprile 2019

Nuovi venti di instabilità nel Nord Africa

di Luigi Cino

● Scenari internazionali

 

Dopo le recenti proteste che hanno investito l’Algeria e che hanno avuto il risultato di spingere l’anziano presidente Bouteflika alle dimissioni, in questi giorni anche la Libia sembra sull’orlo di una nuova crisi interna. La piccola Tunisia, fragile paese che stenta a ripartire dopo la rivoluzione dei gelsomini, fatica a mantenere la coesione sociale in un contesto regionale di forte instabilità.

 

Dalla ricandidatura alle dimissioni: una tardiva primavera araba in Algeria

Ormai al potere dagli anni ’90, Bouteflika era capace di mantenere coesi i clan algerini sotto la sua guida. Ma alla notizia di una sua ricandidatura per un quinto mandato presidenziale, gli algerini sono scesi in piazza ogni venerdì per più di cinque settimane. Inizialmente, il presidente si era rifiutato di ritirare la candidatura; in seguito, ha rimandato le elezioni di un anno, accettando di non ricandidarsi; infine, è stato costretto a ritirarsi dalla scena politica.

Malato da tempo, il presidente di fatto non governava, ma dietro di lui vi era una compagine che manteneva unito il paese, la cui stabilità viene ora messa a rischio dal processo di successione. Il ruolo dei militari, che per anni hanno sostenuto il presidente, diviene adesso più rilevante, anche in seguito al ritiro del loro appoggio. Saranno anche loro a controllare la fase di transizione, e pertanto non si esclude tra le opzioni future l’entrata in scena di qualche generale, considerato che il regime non ha ancora un nome per il post-Bouteflika.

 

Haftar verso Tripoli: la fine di una tregua mai esistita

Dalla caduta di Gheddafi, la Libia stenta a trovare un ordine al suo interno, e rappresenta oggi uno dei paesi più instabili nella regione mediterranea. Divisa al suo interno tra Cirenaica, Fezzan e Tripolitania, due sono a oggi le entità che si contendono il potere nel paese, che rappresenta uno dei più vasti giacimenti di idrocarburi nella regione. Da un lato, il governo riconosciuto internazionalmente dall’ONU, quello di Al-Serraj, che ha sede a Tripoli; dall’altro, il generale Khalifa Haftar, l’uomo che possiede più mezzi militari e che controlla una vasta parte del territorio libico.

Se alla conferenza di Palermo i due si erano stretti la mano sotto l’egida del Presidente italiano Conte, tale sintonia non sembra mai essere esistita ed è oggi messa alla prova dalla decisione di Haftar di inviare le sue truppe verso Tripoli, al fine di “liberarla dai terroristi”. Tale scelta sopraggiunge contestualmente all’arrivo del Segretario generale dell’ONU Guterres a Tripoli, dove incontrerà Al-Serraj. Il segnale è chiaro: Serraj non può rappresentare a livello internazionale il governo della Libia, poiché non ne controlla il territorio. E dalla sua parte, Haftar si sente sicuro di un latente appoggio da parte di Emirati, Egitto, Russia e - forse - Francia, ai quali non dispiacerebbe il generale al potere. Nel frattempo, la missione ONU presente nel paese prepara i suoi funzionari a un’evacuazione nel caso in cui la guerra civile scoppi nuovamente, riportando – o meglio mantenendo – il paese nel caos.

 

La Tunisia verso le elezioni legislative

Stretta tra questi due paesi fonti d’instabilità, la Tunisia soffre il contesto regionale specialmente nelle zone di confine dove sono presenti gruppi terroristici, tantoché il governo ne sconsiglia il viaggio agli stranieri perché potrebbero esser soggetti a rapimenti. Inoltre, le proteste economico-sociali in Tunisia in realtà non si sono mai fermate da quando, nel 2011, questo paese fu il primo del mondo arabo a scacciare il suo ex dittatore Ben Ali.

Fortemente laica e spinta verso la modernità, la Tunisia soffre per l’incapacità della propria economia a crescere e competere sul mercato globale. Il turismo ha conosciuto una forte contrazione in seguito agli attentati del 2015 al museo del Bardo e alla spiaggia di Sousse, dove durante il mese del Ramadan decine di stranieri persero la vita. Anche nell’autunno del 2018 il centro di Tunisi è stato scosso da un attentato suicida, e in seguito il governo ha rafforzato le misure di sicurezza, da ultimo estendendo lo stato di emergenza che perdura dal 2015.

Ma mentre il tessuto sociale cerca di ricostituirsi, la giovane democrazia tunisina si trova divisa tra il partito islamista moderato Ennahda e un partito che riunisce i vecchi sostenitori del regime di Ben Ali, Nidaa Tounes. Tuttavia, la situazione socioeconomica del paese suscita ancora discontento tra i cittadini, i quali non vedono soluzioni provenire dai due principali partiti e si stanno disaffezionando alla recente conquista democratica. Il partito che potrebbe vincere alle prossime elezioni legislative dell’autunno 2019 potrebbe essere proprio quello dell’astensione.

 

Quali prospettive per la regione?

Più che di prospettive, purtroppo sarebbe più corretto parlare di rischi. Se infatti la Libia ricadrà presto nel disordine generale, ciò potrebbe comportare un’instabilità generale nel Maghreb, con la ripresa delle attività dei trafficanti di uomini dalle coste libiche. Inoltre, data la sua precaria situazione, l’Algeria potrebbe seguire la Libia e cadere anch’essa nel disordine, considerati non solo la simile divisione interna in clan, ma anche la porosità dei confini tra i due paesi, che si estendono per migliaia di chilometri nel Sahara e che dunque, per loro natura, sono difficili da controllare e presentano un rischio d’infiltrazione terroristica. Tale rischio si allargherebbe in seguito anche alla Tunisia nel tentativo di far fallire l’esperimento democratico in atto nel paese, sebbene essa rimanga meno preda di interessi economici dati i limitati giacimenti di idrocarburi.

L’unico paese del Maghreb che sembra rimanere esente da sconvolgimenti è il Marocco, dove la monarchia governa quasi incontrastata, con un rinnovato consenso popolare anche in seguito alle proteste del 2011 che hanno condotto ad una nuova costituzione. Con le frontiere chiuse verso l’Algeria, con cui le relazioni diplomatiche sono congelate da anni per la questione del Sahara Occidentale, il Marocco rimane arroccato e difeso dalla catena montuosa dell’Atlante. Tuttavia, seppur in ottime relazioni con l’Unione Europea, il paese inizia a guardare a nuovi investitori come la Cina, che non fanno questioni di diritti umani nei loro rapporti commerciali, e la cui influenza nel continente africano cresce incontrastata.

 

Immagine: Creative Commons NASA / Wikipedia

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