1 luglio 2019

Dove va la Germania?

di Lorenzo Mesini

● Scenari internazionali

 

Recensione al libro di Rusconi G.E. (2019), Dove va la Germania? La sfida della nuova destra populista, Bologna: Il Mulino

 

La Germania rappresenta un tassello indispensabile nella soluzione (o nella disgregazione) dell’attuale puzzle europeo. Lungi dall’essersi risolta nelle architetture dell’Unione europea, la questione tedesca è rimasta al centro dei nuovi equilibri politici, riproponendo vecchi problemi e sollevando nuove sfide. Con il suo ultimo libro, Gian Enrico Rusconi - già professore di Scienza politica all’università di Torino - fornisce un contributo prezioso al dibattito politico italiano. Facendo luce sulla fisionomia della nuova destra tedesca e sull’evoluzione del dibattito politico in seguito alla sua ascesa, l’Autore sollecita una riflessione sul futuro dell’Europa attraverso le vicende politiche di quel paese - la Germania - da cui dipende, in larga parte, la formulazione di risposte efficaci alle attuali sfide dell’Unione. L’interesse dell’Autore per la ridefinizione dei programmi e dei rapporti di forza tra i partiti politici tedeschi non risiede solamente nella profonda attenzione verso la Germania che egli coltiva da lungo tempo (tra i suoi lavori più importanti ricordiamo La crisi di Weimar 1977, Clausewitz, il prussiano 1999, Egemonia vulnerabile 2016) ma soprattutto nell’esplicito riconoscimento della posizione centrale occupata da quest'ultima nell’attuale geografia politica europea. Affrontare la questione europea, oggi, significa inevitabilmente interrogarsi sulla Germania.

 

La tesi di fondo sostenuta da Rusconi risiede nell’idea secondo cui la questione tedesca ha cambiato forma nel corso dell’ultimo decennio, sotto la spinta di un inedito contesto internazionale e di inattese pressioni interne. La ridefinizione del nesso tra fattori nazionali e internazionali risulta decisiva per comprendere come si articola oggi il rapporto della Germania con l’Europa. La questione tedesca non sarebbe infatti più riassumibile mediante la classica formula secondo cui la Germania sarebbe fuori scala rispetto all’Europa: troppo grande rispetto ai partner europei, troppo piccola rispetto alle grandi potenze per esercitare una egemonia duratura sul continente (pp.149-150). Trascorsi dieci anni dalla crisi economica del 2008 e davanti a nuovo contesto geopolitico segnato in primo luogo dal confronto tra Stati Uniti e Cina, la questione tedesca non può essere ridotta a una semplice questione di dimensioni geografiche. Essa chiama in causa invece la modalità con cui, a partire dalla riunificazione, la Germania ha scelto di occupare lo spazio europeo sia nella sua dimensione politica che economica.

 

All’interno del volume vengono messe a fuoco con grande profitto le principali questioni legate alla nascita di Alternative für Deutschland (AfD) e alla sua crescente importanza nello scenario interno tedesco. È sulla pressione che AfD esercita sull’intero sistema politico tedesco (modificandone ne gli equilibri elettorali e mettendo in discussione i programmi, le identità e i valori consolidati di CDU e SPD) che si rivolge l’attenzione dell’Autore. Rusconi offre al lettore italiano una panoramica dettagliata del ‘populismo di destra’, concentrandosi sulla sua fisionomia, sulla sua storia e sulle sue radici culturali. Quello che ne risulta è un quadro ragionato e ricco di riferimenti all’attualità politica e al dibattito interno tedesco. Nei capitoli centrali del libro il lettore potrà inoltre apprezzare la profonda conoscenza storica che l’Autore ha maturato lungo la sua carriera di germanista. Rusconi affronta infatti la questione, spesso evocata in maniera impropria, del ritorno del nazionalsocialismo e della difesa della Costituzione (cap. II), per poi passare ad approfondire le radici culturali della ‘nuova destra’ tedesca negli anni di Weimar, ripercorrendo la parabola intellettuale di Armin Mohler che nel secondo dopoguerra fu l’inventore della controversa ‘rivoluzione conservatrice’ (cap. IV). Attraverso la discussione dei limiti e dei fraintendimenti sottesi all’operazione di politica culturale intrapresa da Mohler, Rusconi mette in luce come questa rappresenti il tentativo di distinguere e legittimare all’interno della storia tedesca del Novecento una linea culturale di destra distinta al tempo stesso dal nazionalsocialismo e dalla tradizione cristiano-democratica. Tentativo che, nonostante la debolezza storiografica, ha contribuito ad definire alcune delle principali coordinate intellettuali della nuova destra tedesca a partire dagli anni Novanta fino ad oggi. Impossibile non riconoscere all’Autore il merito di fare chiarezza su una serie di questioni fondamentali nella storia della cultura politica tedesca. Queste vengono affrontate troppo spesso vengono senza la dovuta serietà all’interno di un approccio giornalistico (a volte dilettantesco) incapace di comprendere nella loro portata i tratti specifici della storia tedesca e di tradurli in maniera adeguata al pubblico italiano.

 

L’Autore richiama opportunamente l’attenzione sull’esigenza di un bilancio dell’operato politico di Angela Merkel alla luce dall’ascesa del ‘populismo di destra’.   Come è noto, le scelte della cancelliera in materia di immigrazione e diritti civili sono state aspramente criticate dalla AfD e ne hanno alimentato la crescita elettorale. Queste critiche a loro volta, come ricorda Rusconi, hanno suscitato un ampio dibattito all’interno della CDU sull’esigenza di un ‘nuovo conservatorismo’, al fine di riaffermare l’egemonia politica interna dei cristiano-democratici davanti alla sfida lanciata dal ‘populismo di destra’. Nonostante ciò sarebbe alquanto riduttivo leggere l’operato della Merkel solo in funzione delle critiche che le vengono provenienti da destra (critiche a cui corrispondo, in maniera speculare, le voci di chi, da sinistra, vede invece nella cancelliera un argine provvidenziale contro la marea populista). Se da un lato viene messa in discussione la politica migratoria della cancelliera (accusata sostanzialmente di essere scivolata troppo a sinistra), dall’altro si vuole mettere al sicuro la sua politica economica (nazionale ed europea) dalle ‘immorali’ richieste dei   paesi mediterranei. Dalla ricostruzione emerge con chiarezza la marcata introversione che caratterizza il dibattito politico tedesco e la una prospettiva strettamente nazionale che trascura o fa finta di non vedere le responsabilità della propria classe dirigente nella gestione della crisi europea dal 2008. Introversione che si è tradotta non solo nel tradizionale e post-bellico oblio della potenza ma in un approfondimento dell’aspirazione tedesca ad atteggiarsi come una grande Svizzera al centro del continente. Sulla scia dello storico tedesco Michael Stürmer, Rusconi ribadisce invece l’idea secondo cui con l’eredità merkeliana non sia in gioco solo il futuro politico della CDU ma che in essa si riassumono le grandi responsabilità politiche della Germania in Europa.

 

Nell’ultimo capitolo (“Guida dell’Europa o deresponsabilizzazione?”) vengono tratteggiati i termini della questione tedesca all’interno del nuovo contesto geopolitico (specialmente in rapporto a Stati Uniti, Russia e Francia). Le sfide che provengono da tale contesto richiederebbero un ripensamento generale delle coordinate di fondo della politica tedesca. Le riflessioni di Rusconi mostrano chiaramente come le responsabilità politiche della Germania si collocano inevitabilmente su un piano continentale e riguardano in ultima istanza il modo in cui essa decide si abitare lo spazio politico europeo. Il primato economico della Germania non è stato seguito dall’assunzione degli oneri sociali e dei rischi geostrategici necessari per garantire l’unità europea. Nonostante i valori proclamati a gran voce, negli ultimi dieci anni la Germania è stato il principale responsabile del grande vuoto che regna nella politica europea e dello stallo in cui è finito il processo di integrazione. Al riguardo basta solo ricordare la posizione antiamericana assunta dalla Germania al G20 del 2010 e lo scontro che all’interno della CDU ha visto la vittoria della linea nazionale promossa da Angela Merkel contro l’approccio federale (favorevole all’istituzione di un fondo monetario europeo) sostenuto inizialmente dall’allora Ministro delle finanze Wolfgang Schaüble (Tooze, 2018). Se da un lato risulta molto chiaro a che cosa sono contrari i tedeschi in ambito economico (il completamento dell’unione bancaria, l’emissione di Eurobond, l’istituzione di Ministro delle finanze europeo), dall’altro in Germania non si trova alcuna visione convincente sul futuro dell’Europa. Il ripensamento delle coordinate della politica tedesca non può dunque prescindere da una seria riflessione sul futuro dell’integrazione europea e su come uscire dalla situazione di stallo che si è venuta a verificare negli ultimi anni.

 

In conclusione, considerati i difficili rapporti con l’amministrazione Trump e le difficoltà di Macron in Francia, il principale rischio individuato dall’Autore è quello di un ulteriore ripiegamento nazionale e di un approfondimento di quella deresponsabilizzazione politica che caratterizza il rapporto attuale della Germania con l’Europa. Tuttavia, al di là della debole ipotesi di un nuovo dirigismo industriale europeo (alimentato dalla collaborazione franco-tedesca), non sembra emergere la volontà politica necessaria per scongiurare il rischio che l’Autore delinea e da cui giustamente ci mette in guardia. In ogni caso, davanti al risultato delle elezioni europee, la Germania sarà nuovamente chiamata a decidersi circa le nuove sfide che, inevitabilmente, riguardano il suo futuro insieme a quello degli altri membri dell’Unione.

 

A nostro avviso, la crisi della linea conservatrice che sotto la guida di Angela Merkel ha governato la Germania a partire dal 2005 non potrà sicuramente venire colmata da una semplice riaffermazione retorica delle ‘virtù’ del paradigma ordoliberale che si trova alle origini della Repubblica federale. L’autentica sfida che i cristiano-democratici devono affrontare riguarda in ultima istanza l’esercizio di quella funzione dirigente nel processo di integrazione europea che fino ad oggi la Germania ha rifiutato pur trovandosi nelle condizioni di farlo. In questo senso oggi assistiamo alla quella che si può definire come un’autentica messa alla prova del conservatorismo dei conservatori tedeschi. Se da un lato la crisi europea ha messo alla prova la loro capacità di esercitare una reale funzione dirigente, dall’altro ne ha mostrato la riluttanza e i forti limiti. Non possiamo fare dunque a meno di chiederci se i cristiano-democratici tedeschi saranno capaci di ridefinire un’agenda all’altezza della grande politica conservatrice che in passato ha caratterizzato la storia dell’Europea moderna. Sapranno assumersi la responsabilità di governare con realismo e inventiva le inevitabili trasformazioni della società e dell’economia, senza vagheggiare il ritorno a utopiche età dell’oro e, soprattutto, senza difendere dogmaticamente l’attuale status quo europeo? È in questa prospettiva che constatiamo la sfida che si pone oggi ai conservatori tedeschi: dimostrarsi all’altezza della migliore tradizione conservatrice europea, di cui Burke, Tocqueville e Bismarck sono stati alcuni dei principali esponenti politici e intellettuali. Senza dubbio si tratta di un compito molto arduo che il presente ripropone con maggiore urgenza alla classe dirigente tedesca.

 

Immagine: Bundestag, Wikimedia Commons

 

Bibliografia

Rusconi G.E. (1977), La crisi di Weimar. Crisi di sistema e sconfitta operaia, Torino: Einaudi

Rusconi G.E. (1999), Clausewitz, il prussiano. La politica della Guerra nell’equilibrio europeo, Torino: Einaudi

Rusconi G.E. (2016), Egemonia vulnerabile. La Germania e la sindrome di Bismarck, Bologna: Il Mulino.

Tooze A. (2018), Lo schianto. 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo, Milano: Mondadori


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