23 dicembre 2019

European Green Deal: la volta buona?

di Pietro Quercia

● Scenari internazionali

 

Dopo mesi di indiscrezioni e proclami la nuova Commissione Europea ha presentato lo European Green Deal : il ‘piano Marshall per il clima’ che dovrebbe porre l’Unione Europea in rotta verso una completa decarbonizzazione. Insieme alla strategia di lungo periodo al 2050, da approvare nei prossimi mesi, l’Europa sta affinando anche le politiche per rispettare gli impegni presi agli Accordi di Parigi. Il risultato è la proposta di un’azione coordinata su più fronti, complicata dal dover agire sia a livello europeo che nazionale.

 

Ursula von der Leyen, che lo ha definito  " the Europe’s man on the moon moment",  aveva promesso il piano entro i primi 100 giorni dal proprio insediamento, avvenuto in ritardo il 1° dicembre scorso. Presentarlo però dopo solo undici giorni dall’avvio del nuovo esecutivo ha spiazzato molti commentatori e analisti, che lo aspettavano nelle prime settimane del 2020. Il documento segna una roadmap per rivedere e presentare tutto un ventaglio di strumenti normativi ed economici nei prossimi due anni, partendo già dal prossimo gennaio con la presentazione del Just Transition Fund . È sicuramente significativo che il primo pilastro del piano sia un fondo per garantire una transizione giusta, tema molto a cuore agli stati membri più ostici in tema ambientale, come i paesi dell’Europa dell’Est. Il fondo dovrebbe aiutare particolarmente quei settori potenzialmente a rischio dalla transizione energetica e ambientale, come le centrali a carbone, le aziende particolarmente inquinanti e così via. Aiutare e supportare le imprese a rinnovarsi e i lavoratori a riqualificarsi in ottica green è fondamentale per non lasciare nessuno indietro e garantire il necessario consenso politico.

 

Un altro obiettivo chiaro della Commissione è alzare ulteriormente gli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti, come l’anidride carbonica. Entro il 2030 l’Unione Europea dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 50% , puntando potenzialmente al 55%. Anche se questa proposta accoglie le indicazioni del Parlamento Europeo e di molti commentatori, è un notevole incremento degli obiettivi fissati solamente qualche anno fa, fermi al 40%. Non sarà facile convincere i paesi ad accettare e, soprattutto, raggiungere i nuovi target, che ovviamente saranno differenziati stato per stato. Per assicurare emissioni zero entro il 2050, la Commissione ha promesso di presentare entro marzo 2020 la prima Climate law , che dovrebbe rendere questi obiettivi vincolanti e sanciti dalla legislazione comunitaria. Inoltre, dovrebbe assicurare che ogni politica europea contribuisca o perlomeno sia allineata alla decarbonizzazione. 

 

Fondamentale sarà la revisione del mercato europeo delle emissioni . L’ Emissions Trading Scheme ha lo scopo di incentivare la decarbonizzazione nell’industria pesante e nel settore energetico assegnando un prezzo alla CO2 emessa. Tramite l’introduzione di quote che corrispondono all’emissione di una tonnellata di CO2, le aziende possono acquistare permessi quando ne hanno bisogno e possono venderle quando riducono le emissioni. In questo modo si crea un mercato dove le quote (e quindi la CO2) assumono un prezzo, in base alla domanda e all’offerta. Dopo che per anni tale sistema ha prodotto risultati insufficienti, negli ultimi due anni il prezzo della CO2 ha continuato a salire ed ora si trova intorno ai 25€ per tonnellata. Questo prezzo, anche se ben maggiore rispetto ai valori iniziali, non riflette ancora le esternalità di mercato in mirura sufficiente. La World Bank , infatti, stima che il prezzo unitario dovrebbe salire fino ad aggirarsi tra i 40 e gli 80 dollari entro il 2020 per assicurare il rispetto degli obiettivi degli Accordi di Parigi. Nei piani della Commissione questo sistema andrà esteso anche al settore marittimo e, forse in futuro, anche alle emissioni dal riscaldamento domestico.

 

Per evitare la perdita di competitività internazionale delle aziende europee rispetto a competitors da paesi con politiche ambientali molto meno stringenti e costose, la Commissione si è detta finalmente pronta ad introdurre un meccanismo di compensazione tramite dazi alla frontiera del mercato unico europeo. In questo modo alcuni prodotti di importazione pagheranno dazi maggiori che riflettono il loro maggiore contenuto carbonico. Si dovrebbe così limitare anche il fenomeno del carbon leakage,  ossia la delocalizzazione, anziché la riconversione, della produzione inquinante (e conseguentemente di emissioni) dai paesi europei con alti standard ambientali a paesi stranieri con standard più bassi. 

 

Un altro tema fondamentale sarà la riforma della Direttiva sulla tassazione energetica entro il 2021. Il Commissario Gentiloni è stato incaricato di rinnovare la direttiva, ormai vecchia di 15 anni e non più in linea con gli obiettivi climatici. L’intento della Commissione, come esplicitato nel piano, è quello di eliminare i sussidi alle fonti fossili, che per la maggior parte, ricordiamo, corrispondono a prezzi agevolati per carburanti come diesel e benzina.

 

Interessante il capitolo sulla promozione delle rinnovabili , dove l’unica tecnologia direttamente menzionata è l’eolico offshore, ossia gli impianti sul mare. Questa fonte di energia pulita, diffusa particolarmente nei paesi nei paesi del Nord Europa, ha visto diminuire notevolmente i costi di esercizio e verrà supportata dalla Commissione Europea con una Strategia Europea da presentare entro il prossimo anno. Infine, il tema degli investimenti e della finanza verde. La transizione energetica e climatica richiede un notevole volume di investimenti: secondo la Commissione serviranno 260 miliardi di euro l’anno solo per raggiungere gli obiettivi 2030. Per sostenere tale flusso di finanziamenti pubblici e privati, l’Unione Europea si doterà di un fondo chiamato Sustainable Europe Investment Plan che dovrebbe aiutare a mobilitare oltre 1000 miliardi di euro nei prossimi dieci anni. Inoltre, la Banca Europea per gli Investimenti, dopo aver annunciato lo stop dal 2021 ai finanziamenti alle fonti fossili, dovrà diventare una climate bank, aumentando il proprio portafoglio climatico fino al 50% entro il 2025. Lo European Green Deal prevede inoltre interventi in molti altri settori fondamentali come l’agricoltura, la mobilità sostenibile, l’economia circolare, l’efficienza energetica e la protezione della biodiversità. 

 

Che il piano riesca a passare indenne il vaglio dei paesi membri e del Parlamento Europeo è difficile. Ma anche la stessa macchina burocratica della Commissione potrebbe riservare qualche sorpresa, come spiegato bene qualche mese fa da Politico Europe . Anche se il socialista Frans Timmermans risulta essere a capo della proposta, la maggior parte dei direttorati generali della Commissione che si occuperanno delle politiche previste risponderanno all’altro vice-presidente, Valdis Dombrovskis, considerato un falco dell’austerità. In questo scenario, anche il livello di ambizione delle proposte iniziali potrebbe essere inferiori alle aspettative.

 

Occorrerà, accanto al piano UE, aggiornare anche le singole politiche nazionali se si vuole arrivare all’obiettivo finale di un’ Europa carbon-free entro il 2050. Per citare il caso italiano, il Piano Nazionale Energia e Clima per il 2030, che sarà inviato alla Commissione Europea nei prossimi giorni, prefigura una riduzione delle emissioni pari al 38% rispetto al 1990. È evidente che è necessario un livello di ambizione ben superiore nei prossimi anni. Il governo italiano, a prescindere da chi e con che colori siederà a Palazzo Chigi il prossimo anno, dovrà allora già ragionare con ben altra prospettiva. La strada, a Roma come a Bruxelles, si annuncia lunga e tortuosa.

 

Immagine: Ursula von der Leyen presents her vision to MEPs (16 Luglio 2019). Crediti: Creative Commons license CC-BY-4.0 "CC-BY-4.0: © European Union 2019 – Source: EP".

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