4 Aprile 2019

L'Italia e lo spettro dell'interesse nazionale

di Michele Pajero

● Scenari internazionali

 

Recensione a Aresu A. e Gori L. (2018), L’interesse nazionale: la bussola dell’Italia, Il Mulino-AREL

 

Il volume, uscito per la collana editoriale della Scuola di Politiche di impostazione lettiana, è frutto delle penne di Alessandro Aresu e Luca Gori: il primo è analista e contributore fisso della rivista di geopolitica Limes, mentre il secondo è un diplomatico di carriera. L’oggetto di studio è l’interesse nazionale, una categoria delle relazioni internazionali assai dibattuta anche tra gli specialisti. L’impostazione del libro è a metà tra il divulgativo e lo specialistico, per questo ha il merito di porsi sia come invito all’approfondimento per il pubblico generale, che come strumento di riflessione per lo specialista e il decisore politico.

 

La citazione di Enrico Mattei in apertura riassume benissimo le intenzioni degli autori: ‘Noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci avevano insegnato […] Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani; dovete formarvelo da soli questo domani’ (p.V). In questo libro snello ed efficace, Aresu e Gori intendono identificare le principali tare italiane che saltano agli occhi quando si parla di politica estera e interesse nazionale, di cui peraltro si dibatte fin troppo poco. Agli autori va anche il merito di indicare pragmaticamente delle possibili vie di uscita dall’impasse odierna, tratteggiando in poche pagine alcune prospettive future per la politica estera italiana.

 

Il libro è stato strutturato in tre parti: la prima indaga il passato, ovvero il modo in cui l’interesse nazionale italiano è stato elaborato e percepito nel tempo; la seconda analizza il presente, esplorando i modi in cui l’interesse nazionale può essere declinato al tempo della ‘grande incertezza’; la parte finale, invece, è rivolta al futuro e contiene alcune raccomandazioni, riassunte anche in un decalogo, per elaborare e difendere un ‘interesse nazionale 2.0’.

 

Gli autori tengono innanzitutto a riabilitare il concetto di interesse nazionale, emancipandone il significato da quello negativo associato al nazionalismo sciovinista e scagionandolo dall’accusa di machiavellismo che viene solitamente rivolta alla scuola realista di relazioni internazionali, che è considerata la custode principale della categoria in oggetto. Ma che cos’è propriamente l’interesse nazionale? Per gli autori, si tratta innanzitutto della stima e della coscienza che un popolo ha di sé, delle proprie qualità e dei propri limiti. L’interesse nazionale riflette i valori fondamentali di una nazione e ne esprime gli obiettivi principali, a livello politico, economico e culturale. È connesso allo status e al prestigio di un Paese a livello internazionale e soprattutto è un concetto che si sviluppa nel breve periodo, dato che si forma sulla base di scelte politiche di per sé spesso contingenti, ma allo stesso tempo risente di decisioni e processi di lungo periodo, frutto della sedimentazione delle forze della storia, della geografia e dell’ideologia.

 

Fanno bene gli autori a partire dallo studio della storia del nostro Paese per rintracciare l’origine e le linee di sviluppo, soprattutto quelle più problematiche, del nostro interesse nazionale. Innanzitutto, dallo studio della Storia si può evincere che i grandi miti e ambizioni italiani, dal Risorgimento all’Italia repubblicana e ancora oltre, hanno portato i decisori politici a ricercare il riconoscimento di uno status internazionale di molto superiore a quello che in realtà il nostro Stato si sarebbe potuto permettere di perseguire. Atteggiamento, questo, che ha prodotto un circolo vizioso di grandi aspettative e cocenti fallimenti, dall’isolamento internazionale che ci condusse a siglare la Triplice Alleanza, passando per il disastro di Adua e la Grande Guerra e poi ancora fino agli anni ’30, quando ‘l’ossessione del rango internazionale divenne in effetti il motore delle avventure coloniali del Duce’ (p.31). A ben pensarci, la continua e insicura ricerca di riconoscimento che gli autori definiscono icasticamente come ‘sindrome di Violetta’, è un’eredità difficile da scrollarsi di dosso, se si pensa ad esempio all’isterica reazione pubblica di sgomento suscitata dalla recente sigla del patto franco-tedesco di Acquisgrana. Si tratta di atteggiamenti originati anche dalla complementare ‘diplomazia della presenza’ tutta italiana, che ancora ci porta a risentirci a priori quando sentiamo di non ‘occupare la sedia’ nei consessi internazionali.

 

Un complesso di divisioni interne, tra cui la difficoltà nel trovare un’autentica identità nazionale e militare, ha da sempre inficiato la capacità del nostro Paese di esercitare una proiezione internazionale ragionata e condivisa. L’Italia repubblicana, affidatasi al vincolo esterno della NATO e poi di Maastricht, tra veti di partito e instabilità governativa, viene giustamente identificata come un capitolo fondamentale di questa storia. La forte impostazione irenica nelle relazioni internazionali alla base sia del processo costituente post-Seconda guerra mondiale che dell’opera dei nostri governi, ha impedito che il settore Difesa acquisisse flussi di finanziamento al livello dei nostri partner europei. Di più, ha bloccato la nostra capacità di proiezione internazionale, a causa della fondamentale mancanza di forza di dissuasione e di disponibilità all’impiego dello strumento militare. Le stesse riflessioni critiche, d’altra parte, già furono avanzate da molti altri tra cui Panebianco (Panebianco, 1993), ma oggi assumono un’urgenza unica, in un tempo di alleanze sempre più liquide e scenari di crisi inediti e soggetti a mutamenti repentini. Gli autori si soffermano giustamente anche sull’analisi delle caratteristiche della crescita economica italiana e soprattutto sui suoi limiti, che ci siamo portati dietro quando abbiamo accettato il vincolo esterno di Maastricht senza avere prima affrontato i nodi problematici del capitalismo italiano e soprattutto senza aver saputo rinnovare la nostra classe dirigente, come già è stato fatto notare anche dalla storiografia economica (Felice, 2018).

 

Per quanto riguarda le declinazioni dell’interesse nazionale al presente, gli autori insistono comprensibilmente sull’importanza del fattore demografico nella geopolitica, riecheggiando la grande polemica italiana sulla necessità di compensare la drammatica carenza di crescita della popolazione attraverso una adeguata gestione dei flussi migratori. Si tratta infatti di superare un approccio emergenziale ed emotivo sul tema, che è emerso ad esempio nel caso della convulsa discussione politica suscitata dalla sigla del Global Compact, da cui alla fine ci siamo ritirati. In relazione a tale tema, è importante ricordare il ruolo chiave che l’Italia dovrebbe avere nella cura della stabilità nel Mediterraneo allargato, da cui discende ad esempio un forte interesse a intervenire strategicamente nel continente africano. Inoltre, gli autori sottolineano anche la ben nota carenza di investimenti nella ricerca, che nell’era del cyber e della nuova frontiera tecnologica si fanno ancora più urgenti; allo stesso tempo, sono parimenti riconosciute alcune eccellenze scientifiche italiane su cui puntare, soprattutto nei campi dello spazio, della robotica e delle scienze della vita.

 

Per quanto concerne le prospettive future, gli autori insistono nel sottolineare come l’Italia debba prendere coscienza delle proprie responsabilità in campo internazionale, perseguendo il proprio interesse nazionale in coerenza con la propria posizione di media potenza, con un ruolo di primo piano in Europa e nel Mediterraneo allargato. Non è il caso di disperarsi, perché le esperienze positive da cui partire già ci sono: la fama di security provider, la resilienza produttiva, il ruolo importante in sede UE e NATO e nel Mediterraneo, assieme alla rispettabilità che abbiamo acquisito nel campo del dialogo multilaterale, dell’inclusione e dei diritti umani, senza dimenticare infine il soft power attrattivo del made in Italy e dell’Italian way of life.

 

In definitiva, gli autori si appellano al pubblico per vincere finalmente la tradizionale difficoltà italiana a definire l’interesse nazionale e fare pace con il potere estero, liberandolo da vecchie tare di diffidenza e sospetto. I principi fondamentali dell’inclusione, della democrazia e della trasparenza devono sì rimanere i cardini della nostra azione di proiezione internazionale, ma bisogna fare attenzione a che l’etica della politica non venga letta attraverso le lenti della differente etica universale, come peraltro ci hanno già insegnato grandi pensatori come Weber a Bobbio. Il mondo in cui viviamo è fatto di scenari incerti e in continuo mutamento, dove le rendite di posizione internazionali dell’altro millennio non funzionano più e sono in crisi i vincoli esterni a cui l’Italia si aggrappava per giustificare la propria inazione, sia a livello internazionale che interno.

 

Fare tesoro delle lezioni dal passato per pensare al futuro: questa la grande sfida della politica odierna, che questo volume ha il merito di sollevare. Bisogna cogliere l’opportunità offerta da questi tempi di tumultuosi cambiamenti e inediti rivolgimenti concettuali, per liberarci da lacci e lacciuoli del passato e giungere a una definizione nuova e aggiornata di interesse nazionale, perseguendone poi l’implementazione con efficacia e risolutezza. In questo senso il volume è un utile viatico, a cui siamo certi che seguiranno ulteriori riflessioni e stimoli programmatici.

 

Immagine: Sala del Consiglio dei Ministri, CC Governo Italiano - Presidenza del Consiglio dei Ministri / Wikipedia

 

Bibliografia

Panebianco A. (1993), 'Il paese disarmato', Il Mulino Vol.349 no.5, pp.898-904

Felice E. (2018), Ascesa e declino. Storia economica d’Italia, Il Mulino


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