10 dicembre 2019

Parliament v. People: la scommessa populista di Boris Johnson – Seconda parte

di Davide Sardo

● Scenari internazionali

 

Al termine della seduta dello scorso 9 settembre, le attività del Parlamento di Westminster sono state sospese sulla base dell’istituto della prorogation, per disposizione della Regina su richiesta del Primo Ministro Boris Johnson. E’ da qui che riprende l’analisi degli ultimi mesi del processo Brexit, dopo che la prima parte di questo articolo (disponibile a fondo pagina) si era fermata alle proteste di piazza e alle contromosse del Parlamento in seguito alla richiesta di sospensione. Una serie di sconvolgimenti senza precedenti nella storia del Regno Unito ha quindi fatto precipitare il paese verso il voto del prossimo 12 dicembre, in un clima di estrema volatilita’ che lascia ancora in forse la stessa Brexit.

 

La prima svolta e’ derivata da uno dei numerosi ricorsi anti-sospensione promossi di fronte alle istanze giurisdizionali del Regno. L’11 settembre, la Inner House della Court of Session[1] scozzese ha accolto le istanze dei ricorrenti e riconosciuto come illegittima la prorogation del Parlamento richiesta dal Primo Ministro. La causa, riunita con altri procedimenti iniziati a Londra e a Belfast, ha raggiunto la Corte Suprema, che il 24 settembre si è pronunciata dichiarando nulla la sospensione del Parlamento, in quanto richiesta con modalità tali da impedire al Parlamento stesso lo svolgimento delle sue funzioni costituzionali.

 

Al cuore del caso risiedevano due distinte questioni: l’ammissibilità[2] della domanda e il merito[3]. Ed è stata soprattutto la prima questione a non tenere. In particolare, la linea difensiva del Governo si è fondata sulla considerazione per cui la richiesta di sospensione è un atto interamente rientrante nella sfera della discrezionalità politica, e per questo non soggetto al sindacato giurisdizionale. La Corte Suprema è stata invece di diverso avviso, ritenendo che nonostante gli evidenti profili politici del provvedimento, si trattasse di un atto sottoposto a dei limiti di tipo giuridico, e pertanto soggetti ad un giudizio di legittimità. Si tratta di una pronuncia carica di significato: a dieci anni dalla sua istituzione, la Corte Suprema britannica non solo ha rivendicato il proprio ruolo tra le istituzioni della monarchia britannica, ma ha riaffermato anche la supremazia delle norme di rango costituzionale nel complesso sistema britannico (nel quale manca una ‘codificazione’ della Costituzione), e i relativi limiti dell’azione del Governo di Sua Maestà. La sentenza ha così aperto un ulteriore fronte della sfida populista di Johnson e la Corte è finita nel mirino della stampa conservatrice, mentre le garanzie costituzionali sono state aggiunte alla lista degli ostacoli al compimento della volontà popolare.

 

Dichiarata “unlawful, null and of no effect” la sospensione, il Parlamento si è di nuovo riunito il 25 settembre, dopo le annuali conferenze programmatiche di liberali e laburisti e alla vigilia di quella dei conservatori. Ed è proprio dal podio della conferenza programmatica del partito conservatore che Boris Johnson ha rilanciato, stavolta sul fronte esterno, la sfida sulla Brexit. Il 2 ottobre, infatti, durante la relazione che conclude i lavori della conferenza, Johnson ha illustrato il suo piano per rivedere l’accordo di recesso negoziato dal Governo May, contenente una proposta – diretta alla Commissione Europea e, indirettamente, ai capi di Governo degli Stati Membri – per una diversa soluzione alla questione del confine irlandese. È diventato ormai chiaro, infatti, che il punto sensibile dell’accordo precedentemente negoziato è la garanzia del rispetto dell’accordo del Venerdì Santo dopo la Brexit.

 

Durante i 3 anni e mezzo che sono seguiti al referendum sull’uscita dall’Unione Europea, infatti, la questione del confine irlandese è diventata il simbolo delle contraddizioni del processo della Brexit, e il vero ostacolo che ha tenuto in ostaggio il Governo del Regno Unito. L’accordo del Venerdì Santo, firmato nel 1998 dai governi di Irlanda e Regno Unito, sancisce il delicato patto che ha permesso la normalizzazione della situazione in Irlanda del Nord dopo circa 30 anni di instabilità e violenze, e prevede, tra le altre cose, l’assenza di un confine fisico tra Repubblica d’Irlanda e Regno Unito nell’isola irlandese. Questa soluzione si fonda sul presupposto di fatto dell’appartenenza ad una stessa unione doganale, reso possibile dalla partecipazione di entrambi gli Stati contraenti all’Unione Europea. Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea – e in particolare in seguito alla decisione del partito conservatore di recedere anche dall’unione doganale – tale presupposto viene meno. Pur trattandosi di una situazione specifica, il caso del confine irlandese svela in realtà più in generale come i rapporti tra gli ordinamenti nazionali, le loro suddivisioni interne, gli ordinamenti sovranazionali, e le regole di diritto internazionale consuetudinario e pattizio, non possano essere ricostruiti ragionando per compartimenti stagni e applicando astratti criteri gerarchici, ma si presentano nella pratica come un insieme complesso di norme, innestate l’una sull’altra in modo da diventare interdipendenti, e di conseguenza molto difficili (e costose) da districare.

 

La soluzione contenuta nell’accordo di recesso negoziato dal Governo May prevedeva un periodo transitorio di 21 mesi, e un backstop[4] che sarebbe entrato automaticamente in vigore qualora alla fine di tale periodo non si fosse trovato un accordo commerciale tale da garantire l’assenza di una dogana sull’isola irlandese, e avrebbe comportato l’obbligo per il Regno Unito di garantire l’allineamento regolamentare sui due lati del confine – e quindi di rispettare le regole del mercato comune europeo. La proposta lanciata da Johnson dal palco della conferenza programmatica del partito conservatore ambiva a rivedere radicalmente questo capitolo dell’accordo, abolendo le previsioni del backstop, ma senza offrire le necessarie garanzie per il futuro circa la praticabilità della soluzione in assenza di controlli alla frontiera.

 

Come era prevedibile, la proposta di Johnson – che aveva ricevuto il benestare degli alleati di governo del DUP[5] – è stata considerata irricevibile sia a Dublino che a Bruxelles. A meno di un mese di distanza dalla data prevista per la Brexit le possibilità di trovare un accordo sembravano ridotte al lumicino, e le opposizioni si preparavano alla battaglia per imporre al Governo il rispetto del Benn Act, e quindi a richiedere la terza estensione del termine per le negoziazioni, per evitare di precipitare fuori dall’Unione senza un accordo. In questo contesto, alla vigilia del Consiglio Europeo del 17 ottobre, Johnson ha compiuto un’inaspettata piroetta e ha abbandonato il piano prospettato solo due settimane prima, scaricando gli alleati del DUP e aprendo all’ipotesi dell’introduzione di controlli doganali nel Mar d’Irlanda tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Si trattava, in realtà, di una soluzione messa sul tavolo dai negoziatori europei fin dall’inizio dei lavori, ma subito ritenuta irricevibile dal Governo May, che fondava la propria sopravvivenza sui voti degli unionisti nordirlandesi. Su queste basi, le parti sono riuscite a trovare un nuovo accordo che prevede formalmente l’abbandono del meccanismo del backstop, in cambio della garanzia dell’allineamento regolamentare dell’Irlanda del Nord all’Unione Europea, e dello spostamento dei controlli doganali nel Mar d’Irlanda, per almeno 4 anni.

 

In seguito al raggiungimento dell’accordo, la Camera dei Comuni si è riunita il 19 ottobre in un’insolita seduta di sabato – l’ultima volta era accaduto nel 1982, il giorno dopo l’occupazione argentina delle isole Falkland – per deliberare sul definitivo via libera al trattato di divorzio. Tuttavia, ancora una volta, i ribelli della maggioranza e le opposizioni hanno messo in minoranza il Governo, obbligandolo a chiedere comunque un’estensione del termine per mettere in atto la legislazione necessaria ad attuare l’accordo. Johnson ha quindi rilanciato, provando ad imporre al Parlamento un calendario a tappe forzate per ottenere il passaggio della legislazione richiesta entro la deadline del 31 ottobre. Ancora una volta, però, la Camera dei Comuni ha respinto la mozione del Governo, rendendo inevitabile il rinvio della Brexit. Nella stessa seduta del 22 ottobre, tuttavia, Johnson ha ottenuto un voto favorevole – seppure non definitivo – dell’aula riguardo il merito complessivo dell’accordo, stavolta grazie alle defezioni di alcuni deputati laburisti.

 

La nuova frenata imposta dalla Camera dei Comuni ai piani del Governo ha fornito a Johnson il pretesto per riproporre la retorica dell’usurpazione della volontà popolare da parte dei deputati. Infatti, nel momento in cui il Parlamento di Westminster mostra una spiccata vitalità democratica e reclama la propria centralità nell’ordinamento britannico rispetto alla prevalenza dell’esecutivo, Johnson – facendo leva sulla questione della Brexit, significativamente aperta da un referendum popolare – lancia la sua scommessa populista proprio contro l’istituzione rappresentativa della volontà popolare e dipinta come covo dell’establishment, proponendosi lui stesso come garante diretto del rispetto di tale volontà, implicitamente concepita come monolitica e indivisibile.

 

E’ sulla base di queste premesse che il partito conservatore ha lanciato la sfida elettorale raccolta, infine, dai partiti di opposizione. Questi, infatti, una volta allontanato il pericolo immediato dell’uscita senza accordo, non sono riusciti neppure a porsi seriamente il problema di costruire una convergenza programmatica per evitare di assecondare Johnson nella sua corsa alle urne. Pertanto, in ottemperanza al Fixed-term Parliaments Act 2011, il 27 ottobre la Camera dei Comuni ha infine approvato la proposta del Governo di indire le elezioni per il prossimo 12 dicembre. Il Regno Unito, l’Unione Europea, e il resto del mondo, restano col fiato sospeso in attesa dei risultati elettorali che apriranno l’ennesimo, e forse ultimo, capitolo della saga Brexit

 

Immagine: PM Boris Johnson's Statement to the House of Commons (19 ottobre 2019). Crediti: ©UK Parliament/Jessica Taylor, Creative Commons Attribution 3.0 Unported

 

[1] Giudice di secondo grado.

[2] Ovvero il potere del giudice di esprimersi sull’atto in questione.

[3] Ovvero il giudizio sulla legittimità dell’atto.

[4] Ovvero una ‘rete di sicurezza’.

[5] Democratic Unionist Party, partito unionista nordirlandese.


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