29 giugno 2020

Dossier Siria: il punto con Eugenio Dacrema

 Scenari internazionali

 

Nel lungo conflitto siriano, entrato ormai nel decimo anno di guerra calda, si stenta a intravedere una possibilità di pace. Per capire come si è giunti a questo punto e quali scenari potrebbero aprirsi in futuro, una voce autorevole da ascoltare è quella di Eugenio Dacrema, co-Direttore del Centro Medio Oriente e Nord Africa presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano.

 

Qualche settimana fa, l’inviato speciale per le Nazioni Unite per la Siria, Geir Pedersen, ha annunciato che, non appena sarà possibile, Ginevra ospiterà un nuovo meeting con le parti per ravvivare il processo di pace di Astana. Come sono andati finora i negoziati?

 

Il processo di Pace di Astana è subentrato, nel 2017, ad una serie di tentativi falliti di riportare le parti a trattare in ambito ONU. In particolare, l’obiettivo del Processo era la formazione di un Comitato Costituzionale per andare incontro, in modo estremamente forzato, alle varie risoluzioni ONU susseguitesi dal 2012 in poi. In esse, si afferma che la crisi siriana debba essere risolta con un patto politico fra le parti, portando quindi a un governo di transizione e alla formazione di un’assemblea costituente. Ovviamente niente di tutto ciò è davvero accaduto, a parte la formazione del Comitato Costituzionale (nel dicembre del 2019), con le prime riunioni tra fine 2019 e inizio 2020 che sono poi sfociate nell’impasse odierna.

 

Il punto vero sia del quadro di Astana sia dell’atteggiamento del Regime in generale rispetto alle negoziazioni ONU è stato quello di imbastire una recita per giungere a una sorta di soluzione politica negoziata, per poi di fatto giungere ad una soluzione militare. Ecco come tutta la retorica delle zone di de-escalation propria del processo di Astana era solo uno strumento per congelare i molti fronti in cui si combatteva fino al 2017 e risolverli a uno a uno concentrando le risorse limitate del regime e focalizzandosi volta per volta su ogni fronte. Il processo di pace è quindi soltanto un espediente militare, non certo l’inizio di un processo politico. E io non vedo come, date le circostanze attuali, qualcosa possa cambiare nel processo di pace anche dopo il Coronavirus.

 

Quali possono essere, quindi, i fattori in grado di determinare eventuali sviluppi del conflitto?

 

Quello che emerge dai recenti eventi, come unica variabile che può avere un qualche peso nel prosieguo del conflitto, è indubbiamente una fatica da parte dei Russi in questa fase. I Russi sono ormai in forte attrito con Assad, perché vorrebbero risolvere la questione in tempi relativamente brevi. È un pantano “cheap” per loro, nel senso che non è un’invasione full-fledged come quella americana in Iraq, quindi costa relativamente meno e i Russi si possono, bene o male, permettere di restare. Però la Russia è comunque in estrema difficoltà economica, soprattutto in questo periodo col crollo del greggio. Quindi la frustrazione russa con Assad - che c’era già dalle prime battute del conflitto, perché Assad non concedeva nulla in termini di risoluzioni, lasciando che il conflitto si procrastinasse - è oggi ancora maggiore. Fermo restando che, per i Russi, alternative ad Assad non ce ne sono. L’unica cosa che possono fare è cercare di fare pressione su Assad affinché ponga fine al conflitto. Non vedo come possano però. Vedo infatti la posizione della Russia molto indebolita rispetto ad Assad in questa fase.

 

Tra l’altro, una cosa di cui non si parla spesso in questa fase, è che ci sono evidenti avvicinamenti fra Assad e gli Emirati. Assad accarezza quindi l’idea di giocare allo stesso gioco che faceva con l’Iran e la Russia, ossia di pendere da una delle parti a seconda di chi offriva di più. Ora potrebbe giocare addirittura su tre sponde, aggiungendo gli Emirati, che in questa fase hanno concentrato la loro politica estera in funzione antiturca. I Russi quindi capiscono anche che Assad accarezza l’idea di poter ampliare il range delle sue alleanze strategiche e questo significherebbe una perdita importante di influenza. Per finire, sembra inoltre che, dalle recenti manovre sul campo, Assad stia accarezzando l’idea di riprendere l’offensiva di Idlib, forse senza supporto Russo. E quindi rompere anche il sistema per cui, nel nord della Siria, dominano russi e turchi con i rispettivi proxy. Quindi la posizione russa si è molto indebolita. Ovviamente non se ne andranno dall’oggi al domani, ma potrebbero essere ridimensionati. E con loro anche il conflitto.

 

Per quanto riguarda le varie alleanze regionali, può fare luce anche sulla posizione iraniana?

 

L’Iran, così come Hezbollah, è una scatola nera al momento. Non sappiamo, per prima cosa, quanto la tragica crisi economica iraniana, successiva alle recenti sanzioni internazionali, abbia impattato davvero la solidità del regime, che era già abbastanza in difficoltà. È chiaro che, dalle prime iniziative che si vedono, il regime sta cercando di ridimensionare il proprio impegno estero, compreso il dossier siriano. Dubito fortemente, però, che gran parte degli asset iraniani in Siria verranno ritirati.

 

Quel che invece si risolverà a favore del regime di Assad è la latente tensione che dal 2015 era chiara fra Iran, regime di Assad e Israele a causa dell’idea iraniana di costruire in Siria una capacità e un’influenza simile a quella che ha in Libano con Hezbollah: una capacità decisionale autonoma e la possibilità di decidere su guerra e pace a prescindere dal governo libanese. Ora, però, l’Iran, a causa delle grosse difficoltà socioeconomiche interne, ha rinunciato a questo progetto e ha dovuto quindi ridimensionare il proprio impegno esterno. Credo però sia impossibile, e che nemmeno Assad lo auspichi, che ci sia un abbandono totale della Siria da parte iraniana.

 

Parlando, invece, di alleanze internazionali, dopo l’abbondono del Nord della Siria nell’autunno del 2019, gli Stati Uniti hanno iniziato una campagna di massima pressione contro il regime di Assad, per isolare economicamente il regime e farlo crollare. In termini sociali e di sicurezza, per l’Europa, questa strategia si potrebbe rivelare estremamente negativa. È davvero questa la strategia americana e può l’Europa ambire ancora a far sentire la propria voce in merito?

 

Innanzitutto, io faccio fatica a vedere nei passi americani una strategia coerente. In realtà, la domanda si riferisce al Caesar Syria Civilian Protection Act, il set di sanzioni più duro possibile verso il regime, che è stato approvato nel 2019 ed è entrato da poco in vigore. Il problema è che il Ceasar Act è un atto del Congresso e non dell’Amministrazione Trump, che può farci quindi poco. E, inoltre, a Trump interessa poco della Siria rispetto ad altri dossier, e non farebbe quindi la guerra al Congresso sulle sanzioni in Siria. Quello che sta facendo Trump, invece, nei confronti del Congresso, è più una guerra d’attrito sulle sanzioni contro la Turchia. Trump continua a posticiparle, perché vuole mantenere un buon rapporto con Erdogan, causando l’ira del Congresso. Quindi io non vedo, per il Medio Oriente e per la Siria, una chiara strategia americana, ma una serie di atti misti, che creano grandissimi danni, sociali in primis, magari con buone intenzioni per indebolire il regime, ma che hanno effetto solo sulla popolazione, purtroppo.

 

Infatti, il problema delle sanzioni, americane ed europee, non sta nel principio di imporle o meno, ma nelle condizionalità inverosimili poste ‘a margine’. In Europa, per esempio, il problema sulle sanzioni siriane (ora in stand-by causa Coronavirus) di fatto si divide in due campi. Da una parte c’è il campo anti-Assad, che auspica l’utilizzo di sanzioni forti fino a farlo crollare; dall’altra, si ritiene Assad un grande statista, ingiustamente accusato dall’Occidente di essere un sanguinario dittatore mentre invece proteggerebbe i Cristiani e le minoranze contro i jihadisti, e quindi bisognerebbe togliere le sanzioni per aiutarlo nella ricostruzione. Sono due campi su posizioni radicali ed estreme, mentre manca una voce moderata. Questa potrebbe essere, invece, quella che mostra sì Assad come un dittatore sanguinario e come il principale problema per la stabilità della Siria e della regione (vedendola anche in modo cinico); tuttavia, non è possibile rimuoverlo nel breve termine, quindi sanzionarlo in questo modo, ‘a pioggia’, non colpisce lui, ma la popolazione siriana ormai da anni stremata economicamente e socialmente. Le sanzioni europee vanno rimodulate e ricondizionate in modo più verosimile. Si potrebbe ipotizzare come nuove condizionalità, per esempio, una parziale decentralizzazione del regime o un’erogazione di fondi internazionali ed europei in dialogo con gli enti locali, bypassando così Damasco. Invece, riguardo al tipo di sanzioni individuali, queste non danneggiano la società nel suo complesso, ma solo gli individui che si sa essersi macchiati di vari crimini e quelle possono essere tranquillamente lasciate. Il problema è che questa linea moderata e ‘ragionevole’ non trova, al di là di voci sparse, una sponda politica seria.

 

Un commento anche sulla situazione migratoria e sui rifugiati siriani. Come potrà evolversi la situazione a livello europeo? Idlib diventerà una ‘nuova Gaza’?

 

Su Idlib, come detto, la questione non è ancora chiusa. È chiaro che l’obiettivo turco sia di farla diventare una ‘zona cuscinetto’; è chiaro anche che i Russi sono aperti ad una soluzione simile; è chiaro inoltre come Assad non voglia assolutamente che ciò accada e vuole riprendersi Idlib; è chiaro infine anche che per i Turchi Idlib è una terra dove hanno un controllo limitato ed esterno da un punto di vista di sicurezza, e quindi le loro operazioni su Idlib ricordano davvero le operazioni israeliane ‘dall’esterno’ su Gaza. Quindi sì, quando si parla di gazatification di Idlib, l’idea ha un fondamento; ma è vero anche che lo status quo di Gaza è oramai consolidato, mentre per Idlib la situazione è ancora in bilico fra turchi, russi e il regime. Ad oggi, poi, non c’è una strategia chiara degli Europei su cosa fare per quanto riguarda la questione dei rifugiati. O si pagherà di più la Turchia per tenerli lì, oppure si negozierà sulle sanzioni dicendo “tu lasci stare Idlib, noi ti allentiamo le sanzioni”. Sul tavolo, per ora, non c’è nulla. A Bruxelles, su questo tema, sarà dura mettere tutti d’accordo. Quindi la questione Idlib e dei rifugiati rimarrà un pericolo latente, perché potrebbe creare altre grosse divisioni all’interno dell’Unione Europea. Divisioni che non aiutano a risolvere una situazione umanitaria disperata e la più grave crisi mediorientale dai tempi della guerra in Iraq.

 

Immagine: Azaz, Syria (21 Agosto 2012). Crediti: Christiaan Triebert, Flickr (Creative Commons Attribution 2.0 Generic licence).

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