28 marzo 2019

Edward Snowden e Unione Europea: un rapporto ambiguo

di Matteo Nebbiai

● Scenari internazionali

 

Nel mondo della privacy, il 2018 è stato l’anno del GDPR. Ciò che alcuni non si ricordano è che il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, entrato in vigore in tutta l’Unione Europea due anni dopo l’approvazione finale del 2016, deve una buona parte della sua esistenza in questa forma a un caso di politica internazionale che fa discutere dal 2013: il caso Snowden. Cinque anni fa la National Security Agency (NSA) balzava alle cronache dopo la pubblicazione, sull’Atlantic e sul Washington Post, dei documenti trafugati da Edward Snowden che rivelavano il raggio di azione del programma di spionaggio PRISM. Mentre qualcosa, negli ultimi anni, sembra essersi mosso dal punto di vista della giustizia europea per quanto riguarda la protezione dallo spionaggio dei propri cittadini, sembra opportuno tornare ad analizzare quale sia stato il ruolo dell’Unione nell’occhio del ciclone scatenato nel 2013 da Snowden: ai proclami contro le politiche di spionaggio statunitensi sono seguite reali azioni di supporto al whistleblower? Partiamo dall’inizio: Edward Joseph Snowden è un analista ex impiegato della CIA che nel 2013 ha trafugato numerose informazioni classificate, rivelando alla stampa la tentacolare estensione dei programmi di sorveglianza della National Security Agency. Accusato in patria per il furto di proprietà governative e per la violazione dell’Espionage Act del 1917, dal 23 giugno 2013 risiede a Mosca, dove ha ottenuto asilo politico dal governo russo (rinnovato fino al 2020). L’obiettivo di questo articolo è individuare le tappe fondamentali del rapporto tra l’Unione Europea, i suoi Stati membri e la situazione di rifugiato politico di Snowden, cercando di comprendere quali possano essere i principali snodi futuri.

 

Il rapporto tra Edward Snowden e le nazioni dell’Europa occidentale nasce ambiguo fin da subito. Sia per l’opinione pubblica che per gli organi rappresentativi dei paesi messi sotto osservazione dagli Stati Uniti, le azioni svolte in segreto dall’NSA sono da condannare, come dimostra la risoluzione 68/167 delle Nazioni Unite, approvata all'unanimità in materia di “Diritto alla privacy nell’era digitale”. Tuttavia lo stesso Snowden in una testimonianza del 3 marzo 2014 su interrogazione del Parlamento Europeo, descrive una realtà in cui i servizi di intelligence di ogni governo nazionale dell’Unione Europea hanno «svend[uto] l’accesso domestico all’NSA, al GCHQ [Quartier generale del governo per le comunicazioni (UK)]… senza avere alcuna consapevolezza di come il loro contributo individuale contribuis[se] al grande disegno di sorveglianza di massa». Da ben prima del 2013, sostiene Snowden, esiste un “bazar europeo” delle informazioni creato nell’ombra dalla FAD, la divisione affari esteri dell’NSA, sfruttando «scappatoie legislative e protezioni costituzionali […] per interpretare nuovi poteri da leggi vaghe» nei paesi dell’area UE. Le proteste dei governi contro lo spionaggio USA suonano quantomeno ingenue, se non ipocrite, da parte di Stati i cui servizi segreti hanno gettato in pasto all’NSA, a misere condizioni, i dati di milioni di cittadini. A ben vedere, avvisaglie dell’inscindibile rapporto tra agenzie statunitensi ed europee si erano già materializzate, dal punto di vista politico, nei mesi immediatamente successivi alle rivelazioni di Snowden, in particolare durante l’iniziale ricerca di asilo politico.

 

Il 2 luglio 2013 il presidente boliviano Evo Morales è di ritorno dalla Russia, dove si è recato per una conferenza degli esportatori di gas. Il giorno prima aveva affermato ai microfoni dell’emittente Russia Today di essere disposto a offrire asilo politico a Edward Snowden, da una settimana bloccato nell’aeroporto russo di Sheremetyevo. Al velivolo di Morales Spagna, Francia e Italia non autorizzano l’accesso allo spazio aereo, mentre il Portogallo nega la possibilità di fermarsi per prendere carburante. Le motivazioni ufficiali sono “tecniche”; l’aereo atterra infine in Austria. Tre giorni dopo José García-Margallo, ministro degli esteri spagnolo, rivela che i governi europei “ostruzionisti” erano stati informati del fatto che Snowden fosse sul medesimo aereo di Morales, diretto insieme a lui in Bolivia: “soffiata” falsa, spiegherà nel 2015 Julian Assange, dato che tale informazione era frutto di un equivoco dell’intelligence statunitense che aveva mal interpretato le trasmissioni del fondatore di Wikileaks sul “piano di fuga” ipotizzato con il presidente venezuelano Maduro. Il caso è emblematico dell’insicurezza degli Stati europei nell’ospitare, anche per poche ore, uno degli uomini più ricercati dall’alleato statunitense: la Bolivia l’ha definito un “atto di aggressione”, la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (Celac) “una violazione del diritto internazionale”, mentre l’ammonimento di Ban-Ki Moon (sollecitato da cinque nazioni dell’America latina) è apparso meno incisivo. L’influenza degli USA è stata quindi decisiva nel muro che i membri UE hanno eretto di fronte alle azioni e ai bisogni di Snowden, le cui richieste di asilo, fa notare lo stesso Snowden nella testimonianza al Parlamento europeo, non hanno ricevuto risposta positiva da nessun paese dell’Europa occidentale. Egli parla di come diversi parlamentari nazionali gli abbiano detto che gli Stati Uniti “non permettono” agli Stati dell’UE di offrirgli asilo politico. Le motivazioni della respinta della richiesta, addotte alle procedure o alla burocrazia, appaiono come un tentativo di nascondere nemmeno troppo velatamente dietro il diritto nazionale un’influenza prettamente politica. Per una contromossa a livello internazionale, o ad un suo accenno, si deve attendere il 2015.

 

Il 29 ottobre 2015 il Parlamento Europeo approva una risoluzione “sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell'Unione” che contiene un emendamento passato con un margine di appena 4 voti (285 favorevoli, 281 contrari) proprio sul rapporto tra Stati membri e USA sul caso Snowden. Esso recita:

 

[il Parlamento Europeo] invita gli Stati membri dell'UE a ritirare ogni imputazione penale nei confronti di Edward Snowden, a offrirgli protezione e, di conseguenza, a evitare la sua estradizione o consegna da parte di terzi, riconoscendo il suo statuto di informatore e di difensore internazionale dei diritti umani.

 

L’emendamento non è vincolante, i trattati di estradizione tra Stati membri e USA rimangono operativi: in ogni caso è una svolta di autonomia da parte dell’Unione Europea, almeno sul piano formale. Mentre un portavoce dell’NSA chiarisce la fermezza della posizione degli Stati Uniti nel rivolere Snowden indietro, esultano i molti sostenitori della sua causa: nei mesi e negli anni successivi, tuttavia, tale traguardo si traduce in ben poche azioni effettive. È del 27 gennaio 2017 un’udienza al Parlamento Europeo di Wolfgang Kaleck, un avvocato di Snowden, che insiste ancora sulla necessità di un supporto da parte degli Stati membri, restii all’asilo e al sostegno politico. Anche l’interrogazione parlamentare a Snowden, che la Corte Federale di Giustizia tedesca aveva ritenuto necessaria da parte della commissione indagante il caso Datagate, è naufragata per motivi prettamente politici.

 

La campagna coordinata di alcune ONG per ottenere il perdono del whistleblower dal presidente Obama si è rivelata vana, mentre l’azione legale portata nel settembre 2016 davanti alla Corte europea dei diritti umani si inserisce nella lotta contro i programmi di sorveglianza di massa senza includere richieste direttamente legate alla situazione legale di Snowden. Come fa notare William Herrington, tra Russia e Stati Uniti esistono precedenti di estradizione, ma non esistono stabili procedure o trattati (la Convenzione sul Trasferimento di Persone Condannate del 1983 non è ovviamente applicabile) che possano giustificare un’azione contro il legittimo comportamento della Russia.

 

Ci sono soprattutto tre fattori che potrebbero modificare il rapporto futuro tra Unione Europea e Edward Snowden: per prima cosa, il possibile ottenimento del passaporto da parte di Snowden. Dal 2018 Edward Snowden può richiedere la cittadinanza russa e un passaporto, ovvero ciò che al momento gli manca per potersi imbarcare in un qualsiasi volo commerciale. Questo gli permetterebbe di spostarsi in uno di quei paesi che richiedono la presenza fisica per la richiesta di asilo, ad esempio Austria, Italia, Finlandia. Tuttavia, l’ingerenza statunitense rende ancora rischiose azioni del genere. Probabilmente Snowden, di cui non conosciamo le intenzioni, attenderà almeno il decorso del permesso residenziale in Russia, da poco rinnovatogli. In un’intervista a Repubblica, il whistleblower si è comunque dimostrato fiducioso sul rinnovo, anche in futuro, del permesso di residenza. In secondo luogo, è possibile, anche se non probabile, un cambio di opinione politico sul “metodo NSA”: i crescenti report riguardo alla pericolosità dell’azione di cyberspionaggio potrebbero far balzare il tema al centro del dibattito pubblico. In quel caso, aprire a Snowden significherebbe offrire spazio a un messaggio radicalmente opposto all’opera di rafforzamento dello spionaggio di massa che è in atto in Stati come Germania, Gran Bretagna e Francia. Per quanto, tuttavia, il mondo accademico e non solo (nel marzo 2017 le Nazioni Unite, con un report di Joseph Cannataci) si interroghi sull’utilità di tali misure, da destra a sinistra il tema non sembra davvero aver acquisito importanza dal punto di vista elettorale, analizzando le ultime tornate elettorali europee: il tema del cyberspionaggio è stato quasi esclusivamente declinato in chiave anti-russa, e le vicine elezioni europee non sembrano fare eccezione. Neppure l’approvazione del GDPR pare aver smosso le acque, da questo punto di vista.

 

Infine ci sono le possibili azioni future dell’amministrazione statunitense: sebbene le voci su un “regalo” di Putin a Trump si siano rivelate prive di riscontri effettivi, il caso è così imbrigliato di calcoli politici (vedremo, tra poco, se lasciatosi alle spalle il Russiagate Trump intensificherà i contatti con il presidente russo) che è davvero difficile escludere una possibilità del genere: il legale russo di Snowden, Anatoly Kucherena, secondo il quale «la Russia non ha alcuna base giuridica per estradarlo», dovrà tener conto che esistono anche vie fuori dalla legalità per spedire un “regalo” di questo tipo. Sebbene la tanto paventata vicinanza dei due presidenti sembri ormai un lontano ricordo, è necessario mettere in conto il logorato rapporto tra Stati Uniti e Unione Europea: se il dialogo continuasse a degradarsi, non sarebbe impossibile immaginare aperture a Snowden in chiave pro-Russia. Difficile che un’azione così radicale sia concepita dall’Unione Europea; più probabilmente un’entità nazionale potrebbe portare avanti un’operazione di questo tipo: oggi Putin ha a disposizione una serie di “alleati soft” molto più ampia rispetto al 2013.

 

L’Italia, in tutto ciò, non sembra avere gli strumenti, oltre che la volontà, di cambiare lo status quo. Sulla protezione di Snowden, la debolezza sulla scena internazionale fa dubitare che possa avvenire un cambio di azione rispetto alla linea tenuta di fronte alla richiesta di asilo del 2013, definita dall’allora ministro degli esteri Emma Bonino: «non accoglibile neanche sul piano politico» (oltre che su quello giuridico). Inoltre, la tutela dei dati non sembra in cima all’agenda politica del governo attuale.

 

In conclusione, possiamo affermare che il caso Snowden nasce e continua a basarsi su relazioni di potere prettamente politiche, sebbene eventi come il rifiuto dell’estradizione da parte di Hong Kong o l’incidente diplomatico dell’aereo di Morales abbiano fondamentali risvolti di diritto internazionale. In particolare, nel rapporto degli Stati europei con Snowden, abbiamo visto che a pesare è la storica alleanza con gli Stati Uniti (e la conseguente collaborazione, per quanto opaca, con i programmi dell’NSA) e l’approvazione, almeno dal punto di vista esecutivo, di un certo modus operandi basato sullo spionaggio di massa, rafforzato dalla paura del terrorismo. Non è cambiato molto da quando Guy Goodwin-Gill, un professore di Diritto Internazionale dei rifugiati all’università di Oxford ed ex-consulente legale all’Alta commissione per i rifugiati delle Nazioni Unite, commentava il 2 luglio 2013: «la politica è il fattore dominante nel caso Snowden. La legge internazionale gli permette di chiedere asilo ovunque voglia, ma è compito delle singole nazioni accettare o meno. Molte di quelle a cui si è avvicinato hanno trattati di estradizione bilaterali con gli Stati Uniti», tra cui ovviamente tutti gli Stati membri dell’UE.

 

Immagine: Parlamento Europeo, 12 marzo 2014. Crediti: Greensefa / www.flickr.com

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