13 maggio 2018

Il Sudan alla ricerca della democrazia, tra retaggi militari e risveglio giovanile

di Marialucia Benaglia

● Scenari internazionali

 

A Khartoum, dopo oltre un mese dalla destituzione del Presidente Omar al Bashir, orchestrata del tutto internamente dall’apparato militare sudanese, si percepisce ancora un’atmosfera di particolare volatilità. Durante le fasi convulse che hanno seguito l’uscita di scena di Bashir, si è assistito inizialmente alla presa del potere da parte dell’ex Ministro della Difesa Awad Ibn Auf, il quale è stato però rapidamente sostituito dal parigrado generale Abdul-Fattah al-Burhan, proclamatosi Presidente del Consiglio Militare di Transizione (CMT). Contestualmente è stato indicato come suo vice Mohamed Hamdan Daglo, conosciuto come Hamedti, personalità controversa, comandante delle Rapid Support Forces - gruppo paramilitare proveniente dai Janjaweed [1] e parzialmente inquadrato nelle truppe regolari sudanesi.

 

Nel frattempo, le proteste, iniziate nel dicembre 2018 con rivendicazioni socio-economiche e trasformatesi rapidamente in istanze democratiche e di rinnovamento politico, non si sono placate e i manifestanti non sembrano avere intenzione di abbandonare il sit-in cominciato il 6 aprile. Decine di migliaia di persone, provenienti da diversi Stati del Sudan, che hanno dimostrato notevoli capacità di organizzazione e un’inaspettata maturità politica, affollano ancora le strade antistanti il quartier generale dell’esercito. Il carattere spontaneistico e non violento delle agitazioni si è conservato nel corso dei mesi e la folta presenza di giovani e donne, vere protagoniste delle manifestazioni, ha mostrato quanto le richieste di rinnovamento fossero radicate e quanto il sentimento di sfiducia verso le istituzioni di governo, al potere da 30 anni, sia condiviso dalla società civile.

 

Vecchie e nuove forze in campo

 

È in questo contesto di particolare fervore politico e diffusa partecipazione che cominciano i negoziati tra la giunta militare e la piattaforma ‘Forces of Declaration of Freedom and Change (FDFC)’. Quest’ultima, anche grazie al ruolo guida ricoperto dalla Sudanese Professional Association (SPA), è riuscita ad ergersi come primario interlocutore delle trattative con il CMT insieme a diversi altri membri dei partiti d’opposizione ed esponenti di associazioni della società civile, tra le quali gioca un ruolo di primo piano il movimento femminile.

 

Alla domanda “che cosa sperate di ottenere?” i sudanesi indicano decisamente come obiettivo la formazione di un consiglio presidenziale di transizione composto a maggioranza da civili che accompagni il Paese verso lo svolgimento di elezioni democratiche, scevro di elementi militar-islamisti e figure riconducibili al precedente regime di Bashir. L’aspirazione della SPA che si verifichi un trasferimento di poteri a favore delle forze laiche e si discuta la possibilità di rivedere il ruolo della Sharia come legge dello Stato, si scontra inevitabilmente con una tradizione islamista ben radicata nelle istituzioni di governo e nelle strutture burocratiche ed economiche.

 

Quale spazio per gli elementi islamisti?

 

Un’analisi realistica della situazione attuale non può prescindere dal considerare l’intellighenzia islamista come cruciale in questa fase e in una potenziale transizione futura (come d’altronde dimostra l’ultima dichiarazione del CMT che individua nella Sharia l’unica fonte di legislazione). Eventuali richieste per una svolta netta nei rapporti tra Stato e religione, indivisibili nel precedente regime, appaiono rischiose e presumibilmente poco utili strategicamente. Il far prevalere una logica politica di contrapposizione pone, infatti, il problema di individuare un luogo in cui risolvere questa conflittualità: è forse possibile che, in mancanza dell’arena politica, gli islamisti più radicali trascinino altrove il confronto circa valori non negoziabili, quali i connotati identitari e religiosi?

 

Uno degli elementi che rende particolarmente fluida e complessa la gestione di questa fase e la definizione di obiettivi realistici e politicamente percorribili, è proprio la vastità e l’eterogeneità del territorio sudanese e la presenza di diversi attori che rivendicano legittimazione politica. Esiste un sentire comune che lega le istanze di rinnovamento delle élite borghesi di Khartoum, alla guida della protesta, e i bisogni delle popolazioni rurali del Paese profondo? È possibile affermare che le istanze laiche portate avanti dalle forze di opposizione siano espressione di un sentimento diffuso e comune? Il sistema della Sharia, che ormai da più di trentacinque anni disciplina la vita dei cittadini di questo Paese, resta un‘imposizione di carattere formalistico che si discosta dalla cultura islamista tollerante e sincretica dei sudanesi, o è profondamente radicato nella giovane popolazione?

 

Tutte queste domande, che intersecano diversi piani di riflessione, dovranno necessariamente trovare riscontro nell’azione delle forze delle società civile che stanno conducendo le negoziazioni. A ciò si unisce la necessità di individuare una leadership politica chiara, unitaria e rappresentativa all’interno del composito panorama del movimento popolare, che si proponga di guidare la transizione, che sia pronta al rischio di far accettare decisioni impopolari per risollevare l’economia del Paese e che si sappia porre come interlocutrice affidabile anche sul piano delle relazioni internazionali.

 

Verso una soluzione di compromesso

 

In questo clima di immobilismo che non vede particolari evoluzioni nell’immediato, in pochi sono in grado di comporre degli scenari definitivi. Certo è che le FDFC si muovono in un terreno instabile. Se infatti, in un primo momento, la collaborazione reciprocamente vantaggiosa tra dimostranti e militari ha permesso un riequilibrio ai vertici del potere, oggi i militari sembrano maggiormente intenzionati a perseguire la propria agenda senza concedere spazi politici ai rappresentanti delle proteste. In questo senso, uno dei rischi principali è una stasi nelle trattative e una possibile istituzionalizzazione del Consiglio Militare di Transizione con un conseguente prolungamento della sua attività di governo. Il rischio si fa ancora più concreto se si considera l’immediato sostegno offerto da attori internazionali e potenze regionali, come Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, nei confronti della neonata giunta militare, concretizzatosi in significativi aiuti economici per la gestione della fase post-rivoluzionaria.

 

In questo momento di cambiamento sostanziale per il Paese, la sfida maggiore per le forze delle società civile è quella di riuscire ad armonizzare le incessanti richieste dei giovani della SPA, a tratti forse eccessivamente idealiste, con la determinazione e l’efficienza dei militari che, per il momento, non sembrano assecondare le rivendicazioni dei manifestanti. In un’ottica di previsione di un processo di riconciliazione nazionale, sarà importante che, nel corso delle trattative, le parti non perdano di vista l’elemento islamista, ormai connaturato nelle strutture del Paese e difficilmente arginabile.

 

Il modello inedito e inclusivo adottato dalla SPA, che pare aver scongiurato il pericolo di una soluzione manu militari alla crisi, sarà messo a dura prova nelle prossime settimane. Se l’obiettivo principale rimane quello di giungere ad un accordo che soddisfi entrambe le parti in causa, è bene ricordare che al momento i sudanesi sono disposti a tutto, piuttosto che rinunciare alla speranza di un futuro democratico per il Paese.

 

Immagine: Parte delle Forze Armate sudanesi difendono i manifestanti dalle Forze di Sicurezza (8 aprile 2019). Crediti: M. Saleh / Wikimedia Commons

 

[1] Milizia filogovernativa, il cui significato etimologico attribuito è “diavoli a cavallo”, tra i protagonisti del conflitto del Darfur e accusata di aver commesso atrocità nella regione


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