25 Marzo 2019

Dove va il Venezuela?

di Luca Bertuzzi

● Scenari internazionali

 

Dopo vent’anni di parabola chavista, il Venezuela è precipitato in una spirale di depressione economica, inflazione incontrollata e proteste represse nel sangue. Ne parliamo con Loris Zanatta, professore ordinario presso l’Università di Bologna e Senior Advisor presso l’Istituto per gli Studi Internazionali (ISPI).

 

Nelle sue recenti dichiarazioni ha affermato di non aver mai, in trent’anni di studi dell’America Latina, visto un disastro simile. A cosa è dovuta una situazione di tale gravità? Come e perché si è arrivati a questo punto?

 

Al di là dell’incompetenza e del crollo del prezzo del petrolio, se ragioniamo in termini strutturali, il Venezuela è un disastro annunciato. Il chavismo ha instaurato un regime populista di tipo ibrido, che ha dovuto convivere con le istituzioni democratiche e un minimo di pluralismo politico. Quando il governo è stato clamorosamente sconfitto alle elezioni parlamentari del 2015, ha dovuto scegliere. O si democratizzava oppure perseguiva, come era prevedibile, la sua vera anima populista. Ma facendo così doveva rinunciare all’abito democratico che fino a quel momento aveva mantenuto, perdendo legittimità. Un regime che perde legittimità cerca di mantenere il consenso ad ogni costo e, per farlo, dinanzi a una grave crisi economica, cerca di rispondere indebitandosi, stampando moneta e facendo impazzire l’inflazione.

 

Il Venezuela è stato in recessione economica per 5 anni di fila. Eppure la crisi ha assunto una dimensione veramente internazionale solo quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto l’autoproclamato Guaidò. È stato un atto concordato o spontaneo? Perché ora?

 

È stato quindi sicuramente pianificato non solo con gli Stati Uniti, ma con almeno anche il governo brasiliano. Però le condizioni che lo hanno reso possibile sono abbastanza evidenti. Il primo elemento è stata l’inaugurazione del nuovo mandato di Maduro, che è stata la fotografia degli scarsi riconoscimenti internazionali del regime. Il secondo elemento è che il parlamento venezuelano per la prima volta ha trovato un punto di incontro su questo nuovo leader che riesce a dare credibilità alle manifestazioni di piazza, dando un’alternativa politica a chi protesta. L’ultima cosa che va tenuta in considerazione è che fino a pochi anni fa Maduro poteva contare sul sostegno di buona parte dei Paesi latinoamericani. Oggi il fronte dell’ALBA[1] è assolutamente minoritario e il Venezuela si è ridotto in condizioni tali per cui anche gli amici del Venezuela nella regione sono in imbarazzo.

 

Trump ha più volte minacciato interventi anche militari mentre il Brasile che, per storia e peso politico, sarebbe la potenza che effettivamente potrebbe intervenire nello scenario venezuelano li ha esclusi. Fin dove si spingeranno i nemici di Maduro per cambiare regime?

 

Penso che non interverranno militarmente, anche se con Trump chi può dirlo. Sarebbe immaginabile in un contesto di guerra civile o se ci dovesse essere qualche grossa provocazione. Allora ci sarebbe uno sforzo di tipo diplomatico per creare le condizioni che legittimino un intervento militare che però avverrebbe in maniera multilaterale. Molti uomini del regime e delle forze armate faranno di tutto per provocare uno scontro con gli Stati Uniti, per presentare all’opinione pubblica mondiale la crisi venezuelana non come il conflitto fra dittatura e democrazia, ma come la solita narrativa del buon popolo latinoamericano vessato dall’impero aggressivo. Sicuramente faranno delle provocazioni in tal senso, ma devono stare attenti perché non possono spingersi fino al punto di dare l’impressione che siano loro a creare il conflitto.

 

Nei suoi recenti interventi ha spiegato come, data la visione manichea del populismo e del chavismo, il dialogo con Maduro sarebbe un espediente utile solo al regime per prendere tempo. Mentre i militari rimangono l’ago della bilancia. Quanto è concreto il rischio di guerra civile?

 

Quello che succede dentro le caserme non lo sa veramente nessuno. Guaidò è abbastanza saggio e sensato da proporre un’amnistia ai militari, perché si rende conto che quello è il nucleo duro del regime che va in qualche modo sciolto. La guerra civile è immaginabile qualora si dividano le forze armate. Il regime chavista non ha soltanto le forze armate istituzionali, bensì dispone di milizie bolivariane che sono la guardia pretoriana del regime. Inoltre ci sono molti ufficiali cubani che inquadrano i servizi di sicurezza. Gli attori armati sono numerosi, quindi non si può escludere una spaccatura e uno scontro violento fra essi. Ma la pressione internazionale sta diventando tale, l’impopolarità del regime è tale, che si stanno creando le condizioni perché le forze armate si stacchino in una maniera graduale e pacifica dal regime e lascino cadere Maduro.

 

Francesco, da primo papa sudamericano, è stato molto attivo sia sul caso cubano che colombiano. Come ha fatto spesso notare, papa Francesco proviene ideologicamente dalla tradizione peronista. In un suo articolo recente ha descritto il chavismo come ‘il nipote naturale del peronismo’. Che ruolo ha il papa sulla crisi venezuelana?

 

Francesco ha cercato di mediare fintanto che ha ritenuto che fosse possibile un’uscita dalla crisi entro i cardini ideologici del chavismo. Nel 2015 aiutò molto Maduro, perché gli dette tempo e aprì un tavolo negoziale nel momento in cui era veramente con le spalle al muro. Da allora il papa del Venezuela ha parlato molto poco. Io penso che il papa sia in grave imbarazzo. Da un lato si rende conto che il regime non è più sostenibile, che la situazione è drammatica. D’altro canto, nell’ottica del papa, che vede il nemico nel liberalismo, nel mercato, nel capitale, negli Stati Uniti, questa è una situazione sconcertante. Il chavismo è nato propri con gli ideali di combattere le stesse cose che il papa, in quanto peronista, detesta. Io penso che non abbia un ruolo da svolgere in Venezuela, anche perché per svolgere una mediazione ci vuole la fiducia di entrambi gli schieramenti, mentre l’opposizione non si fida.

Quando il papa guarda a questa crisi gli viene in mente l’Argentina nel 1955, quando la Chiesa ebbe un ruolo fondamentale nella caduta del peronismo. Certo il chavismo è un fenomeno che è andato a finire male, ha corrotto le sue origini. Però, dal suo punto di vista, rappresenta l’America Latina nazionalpopolare, vincolata alla sua identità cattolica. Mentre, dall’altra parte, l’opposizione è formata soprattutto dai ceti media, istruiti, bianchi, di formazione liberaleggiante, quelli che lui chiamava una volta i ‘ceti coloniali’. Quindi, se la Chiesa e il Vaticano si schierassero contro il chavismo, spezzerebbero il cordone ombelicale con il popolo dei poveri e degli emarginati che è quello su cui la Chiesa fa affidamento per mantenere l’America Latina legata alla sua radice cattolica. Per Francesco, è questo che accadde nell’Argentina del ’55 quando la Chiesa ruppe anche un vincolo storico fra il popolo peronista e la Chiesa. Questo è un errore che lui non vuole ripetere.

 

A livello regionale, Maduro può contare solo sul supporto della Bolivia, del Nicaragua e di Cuba, che non sono certo esempi di successo. Quali conseguenze può avere la crisi venezuelana sulla regione? Può segnare il passo di una ritirata almeno momentanea del populismo?

 

La crisi del Venezuela è troppo grave. I media latinoamericani la coprono molto più dei nostri, e ci sono tantissimi venezuelani che la raccontano sparsi per l’America Latina. Al di là della democrazia e della dittatura, i latinoamericani sanno della miseria sofferta dai venezuelani. Pensare che questo significhi la fine del populismo sarebbe utopico, anche perché il populismo può manifestarsi in forme molto diverse. Certo se, come ho scritto recentemente su la Nación, la sinistra continua a sostenere Maduro nonostante tutto, non bisogna meravigliarsi che la gente voti in massa un leader come Bolsonaro. Che Bolsonaro sia da ritenere un populista non è scontato, ma sicuramente si rifà a un immaginario essenzialmente di tipo religioso. Non a caso Bolsonaro ha un radicamento molto forte nell’evangelismo protestante. Il rischio consiste in un pendolo latinoamericano che oscilla da un populismo all’altro.

            Il Venezuela è una bella cartina di tornasole. Se i latinoamericani, al di là dei loro regimi politici e di un contesto che rimane molto fluido, riescono ad affermare che esiste una comunità basata su una Carta di valori democratici che tutti hanno firmato, anche il Venezuela, e si uniscono affinché questa carta venga finalmente applicata in base a principi minimi, sarebbe la prima volta e costituirebbe una novità storica importante. Fino adesso, c’è stata sempre l’idea che la sovranità di ogni singolo Stato in America Latina è intangibile e intoccabile. Questa è una concezione molto superata e antica. Per cui, se i latinoamericani riescono attraverso la pressione diplomatica ad aiutare il Venezuela a tornare a istituzioni legittime, farebbe del bene anche a sé stessi, perché in qualche modo questo varrà in futuro anche per loro. Se invece passasse il principio che fu accettato in passato per Cuba, allora sarebbe grave per tutti. Per questo il caso del Venezuela è molto importante per il futuro dell’America Latina, se il Venezuela potesse tornare tramite libere elezioni a restaurare un regime di tipo liberal democratico, subito dopo toccherebbe al Nicaragua e forse a Cuba.

 

Il governo italiano è l’unico dei principali paesi europei a non aver riconosciuto Guaidò, a causa dell’opposizione del Movimento 5 Stelle. Quanta affinità c’è fra i 5S e il populismo latinoamericano?

 

Tanta. Non a caso il Movimento 5 Stelle si è andato Meridionalizzando. Questa non è una considerazione leghista o razzista, ma di tipo storico-culturale. La cultura politica e l’immaginario sociale di una parte di Italia, che è stata Spagna per secoli, porta in maniera abbastanza spontanea a una visione che ha un tipo di universo morale simile a quello dei populismi latinoamericani. Se uno ascolta molti leader del M5S c’è tutto il campionario del populismo latinoamericano: la visione manichea, l’uso del termine popolo in forma indistinta, come se esistesse un popolo di natura morale, omogeneo, uniforme; un popolo che naturalmente ha il monopolio delle virtù, che è oppresso da un’oligarchia immorale, secolarizzata. Là dove c’è la vittima, segue l’identificazione del nemico, che può essere il nemico interno come quello esterno. C’è la dimensione demagogica che è fortissima, come è chiaro dalle recenti dichiarazioni sul boom economico imminente. Queste sono forme fideistiche e irrazionali che ricordano le grandi promesse demagogiche di tutti quanti i leader populisti latinoamericani. L’affinità è straordinariamente forte, infatti non mi meraviglio per niente della posizione del governo italiano. Basta vedere la grande campagna contro le istituzioni che nelle liberal democrazie formano il ‘polo costituzionale’, istituti autonomi che non dipendono dalla sovranità del popolo proprio perché devono bilanciare costituzionalmente il pericolo di tirannia della maggioranza. L’assalto alla Consob, alla Banca d’Italia, sono cose che si sarebbero potute vedere in passato in paesi latinoamericani dominati dal populismo. La posizione del nostro governo è perciò coerente con questi presupposti, parlando del Movimento 5 Stelle. La Lega, nonostante le tante parole anti-Maduro e pro-democrazia in Venezuela, a quanto pare ha preferito lasciare il M5S a dettare la linea su questo tema. L’Italia ha fatto una brutta figura e, se dovesse tornare la democrazia in Venezuela, non avremmo le carte molto in regola.

 

Che ripercussioni può avere la linea del governo italiano sugli italo-venezuelani?

 

Gli italo-venezuelani hanno per la maggior parte lasciato il Paese, prima che arrivasse l’aggravarsi della crisi. Questi erano per lo più ceti imprenditoriali che, già ai tempi di Chávez, hanno visto le condizioni per le attività economiche talmente inibite che hanno dovuto abbandonare il Venezuela. Sono in contatto con gli italo-venezuelani, che vivono un grande sconforto nei confronti del governo italiano. Ma anche in Italia vale il discorso di prima. Se la sinistra italiana, e purtroppo sono stati in tanti a partire dalla CGIL fino persino a un pezzo del Partito Democratico, difende dei casi come quelli del Venezuela, è chiaro che la comunità italo-venezuelana si avvicina a chi, almeno a parole, è più duro con Maduro. Non fanno altro che cercare qualcuno che li aiuti, in quanto pensano solo a liberarsi da quella piaga terribile che hanno nel loro Paese. Che trovino solidarietà soprattutto in Salvini e che una parte larga della sinistra volti loro le spalle è di una miopia straordinaria.

 

Nel suo intervento all’ISPI, ha fatto l’esempio del peronismo in Argentina per indicare come il chavismo continuerà a lungo a causare divisioni nella società venezuelana. Ma ha anche ricordato come il Venezuela ha una, seppur limitata, tradizione democratica. Secondo lei, un paese come il Venezuela ha la potenzialità per diventare una democrazia liberale matura o il peso del populismo chavista rimarrà un freno troppo potente?

 

Una via di mezzo. Dubito esistano le condizioni per una democrazia matura, che comunque richiede tempi lunghissimi. Anche se un’esperienza come quella del chavismo può essere un vaccino che paradossalmente potrebbe aiutare. Molto dipende da come se ne esce. È vero che questi fenomeni come il peronismo e tutti i populismi nascono su un cleavage, che effettivamente esiste, ma lo approfondiscono a un punto tale per cui diventa una montagna che sembra insuperabile. L’Argentina, dal peronismo in poi, continua ancora oggi a essere fratturata da questa divisione. Ma molto dipende da come è finito il peronismo, che è stato abbattuto nel 1955 e da allora l’Argentina ha vissuto una drammatica storia per cui o governava il peronismo e creava delle dittature o intervenivano i militari, instaurando un’altra dittatura. Se il Venezuela ne dovesse uscire con una guerra civile, allora è difficile vedere come in futuro possa sparire tale spaccatura. Anzi, ci sarebbe da aspettarsi un ritorno di fiamma molto rapido dei chavisti qualora, tornata la democrazia, fossero in qualche modo emarginati. Se invece in Venezuela si uscisse da questa situazione con una transizione democratica, con libere elezioni e un grosso supporto internazionale, se si desse anche al chavismo il diritto di partecipare liberamente alle elezioni, purché anche esso accetti le regole democratiche, allora ci sarebbero molte più speranze. A differenza del peronismo in Argentina, che fu rovesciato quando era ancora in auge e avrebbe vinto qualsiasi elezione, il chavismo in qualche modo ha avuto il tempo di esaurire il suo ciclo. È arrivato fino in fondo, la sua legittimità è molto bassa e se dovesse andare al voto verosimilmente subirebbe una sconfitta elettorale senza precedenti. Diventare una minoranza in un sistema democratico sarebbe per il chavismo una buona forma di apprendimento che forse eviterebbe al Venezuela il dramma della polarizzazione manichea che l’Argentina ha vissuto così a lungo e che in parte continua ancora a vivere.

 

Si arriva così a un paradosso. Per ritornare alla democrazia bisogna includere delle forze che sono dichiaratamente antidemocratiche, e che quindi rispetterebbero le regole del gioco solo finché non sono in una posizione di potere per rovesciarle. Questo paradosso sembra molto difficile da risolvere e finora l’America Latina non è mai riuscita a risolverlo.

 

È vero. Perché è un paradosso da cui non ci sono scorciatoie. La democrazia deve riuscire a legittimarsi al punto tale da fidelizzare l’intera popolazione. Questo è difficilissimo per la storia latinoamericana. I presupposti affinché la democrazia di tipo liberale con il suo sistema istituzionale di tipo pluralista possa attecchire in America Latina devono superare immensi ostacoli. Ma non ci sono altre vie. Escludere i movimenti politici e ideologici antidemocratici che violano la legge e adoperano la violenza è costituzionalmente dovuto. Altrimenti è una gara che bisogna vincere sul terreno politico e culturale. La democrazia deve fare in modo che i chavisti accettino le regole democratiche. Nel parallelo con l’Argentina, qualche passo in avanti coi peronisti si è fatto rispetto al passato. Certo, ci sono i peronisti che giocano il gioco della democrazia ma in fondo non ci credono. Però ci sono dei settori peronisti, soprattutto delle nuove generazioni, che o si sono rassegnati ai principi democratici o li hanno accettati e in qualche modo li difendono. Basti dire che i peronisti hanno perso le elezioni nel 2015, mentre dubito che Peron avrebbe lasciato uno come Macri andare al potere. Anche rispetto ai chavisti, nonostante si sappia quale sia la loro cultura politica, la democrazia deve dimostrare di essere più forte, capace di includere e al tempo stesso di stabilire le regole del gioco. Non vi sono altre vie di uscita.

 

Immagine: Marcha hacia el Palacio de Justicia de Maracaibo (18 febbraio 2014). Crediti: Maria Alejandra Mora / Wikipedia Commons, Creative Commons Attribuzione 3.0.

 

Bibliografia

 

Zanatta, L. (2017), “La lunga agonia del Venezuela”, Il libro dell'anno, 2017, Treccani: Roma, 2017, pp.404-407.

 

Zanatta, L. (2017), Storia dell'America Latina contemporanea, Laterza: Roma-Bari, pp.280.

 

Zanatta, L. (2013), “Bolivar e l'utopia cristiana di Hugo Chavez”, LIMES, 2013/8, settembre 2013, pp.173–178.

 

Zanatta, L. (2013), Il Populismo, Carocci: Roma.

 

 

[1] Alleanza Bolivariana per le Americhe


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