29 Novembre 2019

L’arma energetica nelle relazioni Russia-Ucraina: verso una distensione?

di Anita Porta

 Scenari internazionali

 

Le relazioni in materia energetica fra Russia e Ucraina, gestite dalle rispettive compagnie statali Gazprom e Naftogaz, tornano a farsi tese dopo anni di relativa quiescenza in cui l’’arma energetica’ di Mosca è stata rimpiazzata da strumenti molto più diretti di pressione politica, dall’annessione della Crimea al conflitto nel Donbass. È il segno premonitore di una nuova escalation o l’apertura di una finestra d’opportunità per la riduzione delle tensioni tra i due paesi?

 

L’’arma del gas’ ha rappresentato una componente fondamentale delle relazioni fra i due Paesi sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Fra il 2005 - anno della Rivoluzione Arancione, che ha visto salire al potere in Ucraina le forze filo-occidentali guidate da Viktor Yushchenko - e il 2014 - quando le proteste di Euromaidan hanno indotto l’allora Presidente in carica Viktor Yanukovich a lasciare il Paese - ci sono state tre significative interruzioni delle forniture di gas all’Ucraina da parte della Russia: nel 2006, 2008 e 2009, l’ultima delle quali è stata la più grave in termini di volumi di export interessati.

 

L’Ucraina, un tempo uno dei mercati più importanti per il gas russo, ha cessato completamente di importare gas dalla Russia nel 2015, affidandosi invece alle importazioni indirette di gas russo attraverso i Paesi europei (i cosiddetti “reverse flows”). Questa mossa, che ha permesso all’Ucraina di ridurre in maniera sostanziale la propria dipendenza energetica dalla Russia, è stata vista come un’importante conquista sulla strada dell’indipendenza politica. Dal 2015, il ruolo dell’Ucraina nelle relazioni energetiche con Mosca si limita a quello di paese-transito verso le nazioni clienti in Europa. Le condizioni per il transito sono regolate sula base di un contratto decennale firmato nel gennaio 2009.

 

Tale contratto giungerà a scadenza il primo gennaio 2020. Le negoziazioni per il rinnovo si stanno correntemente svolgendo sotto il patrocinio dell’Unione Europea, nel formato dei Trilateral Talks. Ad oggi, nonostante ben quattro round negoziali, l’ultimo dei quali svoltosi a Bruxelles il 28 ottobre scorso, non è stato ancora raggiunto un accordo.

 

Tra le varie questioni irrisolte, spicca come fattore principale la mancanza di un’intesa sulla durata del nuovo contratto: mentre Naftogaz (e l’UE) vorrebbero un accordo in grado di coprire almeno i prossimi dieci anni - in maniera tale da assicurare l’Ucraina contro future interruzioni del transito, che potrebbero essere usate come strumento di pressione politica - Gazprom vorrebbe invece optare per una soluzione di più breve termine. Nel 2020, infatti, dovrebbero cominciare a vedere i primi flussi commerciali sia il gasdotto TurkStream che il Nord Stream 2 (il ramo parallelo del già esistente Nord Stream, che collega la Russia direttamente alla Germania, attraverso il Mar Baltico), due progetti intrapresi da Gazprom con lo scopo di eliminare la dipendenza della Russia dal transito ucraino.

 

Proprio il Nord Stream 2 è stato, negli ultimi mesi, al centro di un acceso dibattito fra diversi stati europei, non ultimo a motivo della sua rilevanza nel contesto delle negoziazioni per il nuovo contratto di transito (e quindi in quello più ampio delle relazioni Russia-Ucraina). Se il gasdotto fosse completato entro la prima metà del 2020, infatti, accelererebbe la perdita di rilevanza del transito ucraino per Gazprom, che ad oggi ne è dipendente per l’adempimento dei propri obblighi contrattuali nei confronti dei clienti europei. Fino a poco tempo fa, questo scenario rimaneva poco probabile; infatti, per permettere al consorzio Nord Stream di cominciare la costruzione, il progetto doveva ricevere l’approvazione dei Paesi le cui acque territoriali sarebbero state attraversate dal gasdotto.

 

L’ultimo Paese a dover fornire il permesso era la Danimarca, che, pur essendosi dichiarata fortemente contraria al progetto fino a poche settimane fa, ha alla fine concesso il suo benestare il 30 ottobre scorso, subito dopo la fine dell’ultimo round di Trilateral Talks. L’ottenimento del permesso danese dovrebbe teoricamente rafforzare la posizione di Gazprom nelle negoziazioni; tuttavia, il cambiamento non è sostanziale: anche con l’ottenimento di tutti i permessi necessari, il completamento della costruzione del Nord Stream 2 richiederà ancora parecchi mesi, il che significa che la Russia necessiterà del transito ucraino ancora per buona parte del 2020.

 

Le ragioni commerciali puntano quindi contro una escalation della situazione del transito ucraino, rendendo probabile un compromesso dell’ultimo minuto che, anche se raggiunto per un periodo più breve dei dieci anni voluti dall’Ucraina, dovrebbe comunque garantire il mantenimento del transito almeno per il prossimo anno. Se Russia e Ucraina dovessero fallire nel raggiungere un simile compromesso, sarebbe a causa di ragioni politiche che prevaricano quelle economiche di breve periodo.

 

Tuttavia, anche la relazione politica fra i due Paesi è stata oggetto di recenti sviluppi che sembrano indicare la strada verso una possibile distensione: all’inizio di ottobre, le parti belligeranti nell’est dell’Ucraina hanno firmato una dichiarazione di accettazione della ‘formula Steinmeier’, un piano per l’attuazione degli Accordi di Minsk che era stata precedentemente rifiutata dal governo ucraino. L’accordo segue uno scambio di prigionieri fra Russia e Ucraina avvenuto in settembre, interpretato come un primo passo verso un nuovo processo di pacificazione fra i due Paesi. Il nuovo governo del Presidente ucraino Volodymir Zelensky ha dato numerosi segnali di voler migliorare le relazioni con Mosca e con la popolazione di lingua russa residente nelle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk.

 

Va poi considerato che Mosca, da quando le relazioni russo-ucraine sono sfociate in conflitto aperto in seguito all’annessione russa della Crimea e all’inizio del conflitto armato del Donbass 2014, sembra aver perso appetito per l’utilizzo dell’’arma energetica’: nell’estate del 2014, nel bel mezzo della crisi del Donbass, un’interruzione delle forniture di gas dovuta a debiti pendenti di Naftogaz non diede origine ad alcuna escalation e venne anzi risolta in tempi relativamente brevi con la firma di un accordo ad interim.

 

In base a questi elementi, si può quindi concludere che un’interruzione del transito ucraino all’inizio del 2020 appare uno scenario improbabile: da un lato, i fattori commerciali in gioco mostrano chiaramente che entrambe le parti pagherebbero un prezzo molto alto per il mancato raggiungimento di un accordo, e che è quindi nell’interesse sia di Naftogaz che di Gazprom continuare le negoziazioni; dall’altro lato, lo scenario politico, alla base delle ripetute interruzioni di forniture di gas all’Ucraina nella storia delle relazioni energetiche con Mosca, mostra chiari segnali di miglioramento. In breve, una distensione nei rapporti tra i due paesi, per quanto ancora molto difficile, sembra sempre meno impossibile.

 

Immagine: Meeting with Gazprom CEO Alexei Miller (16 Febbraio 2018). Crediti: Kremlin, President of Russia - Presidential Press and Information Office, Creative Commons Attribution 4.0 International.

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