30 maggio 2019

Regno Unito: dopo il voto europeo, la Brexit resta un rebus

di Davide Sardo

●  Scenari internazionali

 

Giovedì scorso, due mesi dopo la data originariamente prevista per l’uscita dall’Unione Europea, e a quasi tre anni dallo storico voto favorevole alla separazione, il Regno Unito ha aperto il lungo weekend elettorale dedicato alle elezioni per il Parlamento Europeo. Il governo britannico, dopo essersi trincerato dietro l’obiettivo, sempre meno realistico con il passare delle settimane, di evitare il voto con l’approvazione dell’accordo di recesso, ha ammesso solo lo scorso 7 maggio, a mezza bocca e a malincuore, che le elezioni si sarebbero effettivamente tenute, e i cittadini britannici hanno salutato senza alcun entusiasmo questa tardiva chiamata alle urne. Da una parte, infatti, i sostenitori di un’uscita netta dall’Unione hanno riconosciuto nella partecipazione alle elezioni europee la prova del tradimento del referendum del 2016. Dall’altra, invece, i sostenitori del mantenimento di una relazione preferenziale con l’Unione Europea (e in particolare coloro che vorrebbero rimettere in discussione il risultato del referendum di tre anni fa) hanno percepito e lamentato un vuoto di rappresentanza di fronte alle posizioni ufficiali delle due principali forze politiche del paese, il Partito Conservatore e quello Laburista.

 

Sul fronte britannico, l’intera vicenda del recesso dall’Unione Europea è stata finora un crescendo di disavventure, nella drammatica assenza di una visione strategica condivisa e sotto il peso insostenibile delle contraddittorie promesse del 2016. La situazione è precipitata all’inizio del 2019, quando la fine del negoziato con i rappresentanti dell’Unione Europea e dei 27 Stati Membri ha finalmente messo sul tavolo i termini concreti del divorzio. Questo ha causato l’esplosione della bolla di promesse che si era gonfiata intorno alla Brexit, esponendo in particolare il Primo Ministro Theresa May al fuoco di fila dei suoi avversari interni ed esterni, corsi nel frattempo ad intestarsi la difesa di ciascuna delle aspettative tradite. Il risultato è stato la paralisi del sistema, con il Governo che ha tentato per ben tre volte di convincere il Parlamento a dare il via libera all’accordo di recesso, e che per ben tre volte è stato sonoramente battuto. La cronaca delle ultime settimane riporta il tentativo (poco convinto, a dire il vero) di conservatori e laburisti di trovare una soluzione condivisa all’impasse, che ha finito per penalizzare anche il principale partito di opposizione. Fallito il tentativo, il Primo Ministro ha tentato di riportare l’accordo in Parlamento, ma ad oggi non è chiaro neppure se esistano le condizioni per cui il tentativo possa effettivamente avere luogo.

 

L’attuale fase di stallo svela la profondità della crisi costituzionale che si è aperta con il referendum del 2016. Una crisi che investe, in primo luogo, il rapporto tra il Regno Unito e l’Unione Europea, riflettendosi naturalmente sulle profonde ramificazioni che questo rapporto ha prodotto tanto all’esterno che all’interno dell’ordinamento britannico. In secondo luogo, tuttavia, la crisi costituzionale investe oramai in pieno anche l’ordinamento del Regno Unito in quanto tale, sia nei rapporti tra le istituzioni centrali e i diversi livelli di decentramento territoriale, che nei rapporti tra Stato, partiti e cittadini.

 

Sotto il primo punto di vista, molto è stato già detto e scritto. Già durante la campagna referendaria era stato infatti osservato dai commentatori più accorti, e dai vituperati esperti e addetti ai lavori, come il livello di interdipendenza politica, economica e anche normativa e istituzionale tra il Regno Unito e l’Unione Europea fosse ormai tale da rendere l’operazione della separazione tra i due ordinamenti incredibilmente complessa, costosa e anche rischiosa, tanto da rendere l’impresa del tutto sproporzionata rispetto ai generici obiettivi che dichiarava di voler raggiungere. Le vicende che sono seguite al voto hanno confermato questa facile prognosi.

 

Ma al netto delle enormi difficoltà tecniche della separazione di due organismi giuridici ‘viventi’, distinti ma intimamente connessi, la questione centrale è eminentemente politica. Lo sviluppo delle negoziazioni ha infatti rapidamente chiarito come l’uscita dall’Unione Europea avrebbe necessariamente comportato una qualche sorta di cessione di sovranità da parte del popolo britannico, cioè esattamente l’opposto di quanto promesso dalla campagna del Leave. Da un lato, infatti, il Regno Unito avrebbe potuto restare agganciato al mercato unico europeo o quantomeno all’unione doganale, continuando però (sostanzialmente) ad accettarne le regole senza avere più voce in capitolo nella loro formazione. Dall’altro lato, invece, il Regno Unito avrebbe potuto (almeno in teoria) tentare di separarsi in maniera netta dall’Unione Europea, ritrovandosi però isolato politicamente ed economicamente, e in definitiva più povero e più esposto ai diktat del mercato globale.

 

La situazione è poi precipitata soprattutto a causa dell’impossibilità di trovare una soluzione accettabile alla questione della gestione del confine nordirlandese, e in particolare la necessità di accomodare il rispetto degli Accordi del Venerdì Santo, che impongono l’assenza di una frontiera fisica tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, con la volontà politica britannica di uscire dall’unione doganale europea. Si tratta, è vero, di un fattore tecnico a suo modo unico, e proprio del Regno Unito, ma rappresenta in realtà la cresta visibile dell’inestricabile gomitolo dei rapporti politici, economici e giuridici tra gli stati nazionali e la struttura sovranazionale dell’Unione Europea, che affondano ben oltre le peculiarità del singolo caso. Ciò è vero al punto che la vicenda della Brexit ha finito per stravolgere lo stesso messaggio delle destre euroscettiche continentali, le quali di fronte al naufragio dell’operazione britannica sono arretrate dall’obiettivo dichiarato dell’abbandono dell’Unione, e spesso (ove presente) anche della moneta unica, al più generico slogan della promozione di una “Europa delle nazioni”.

 

La scossa provocata dal referendum del giugno 2016 non ha prodotto soltanto una crisi dell’ordinamento britannico nella sua relazione simbiotica con l’ordinamento sovranazionale europeo, ma ha anche provocato una profonda crisi politica e istituzionale interna. Oltre alla complicazione dei rapporti tra le istituzioni (in particolare tra Parlamento e Governo, ma anche tra Governo e istanze giurisdizionali), e tra i diversi livelli di decentramento territoriale (fino alla messa in pericolo dell’unità del Paese con la vicenda irlandese e del mai domo indipendentismo scozzese), la vicenda della Brexit ha avuto un impatto drammatico sull’intero sistema della rappresentanza politica, già di per sé sottoposto alle tensioni generalmente osservabili, in varie forme, nella maggior parte delle democrazie occidentali.

 

In particolare, la gestione del risultato del referendum ha prodotto una crisi senza precedenti per il partito conservatore, che è giunto all’appuntamento elettorale con il passo di un sonnambulo, trascinato dagli eventi e apparentemente incapace di manifestare una volontà politica o anche solo un’analisi della realtà. Suonato dal recente voto amministrativo, e ormai lacerato al suo interno, il principale partito di governo non è stato neppure in grado di presentare un programma per le europee, e ha trascorso la sera prima del voto impegnato nell’ennesima sfida alla leadership di Theresa May, questa volta costretta a dimettersi. I risultati elettorali hanno espresso un verdetto tanto atteso quanto severo, inchiodando i conservatori ad un quinto posto senza precedenti su scala nazionale, con il 9% dei voti.

 

La leadership del partito laburista, da parte sua, ha avuto il merito di intuire che l’irrompere della polarizzazione tra filo-europei e anti-europei avrebbe rischiato di compromettere l’obiettivo della ricostruzione dell’identità del partito sull’asse destra/sinistra. Nel concepire la sua strategia sulla Brexit - che è di conseguenza rimasta essenzialmente limitata ad una posizione speculare rispetto quella contraddittoria dei Tories - Jeremy Corbyn ha avuto tuttavia la colpa di sottovalutare le conseguenze del voto del 2016 sul Paese. Si è ritrovato quindi, sospinto dagli eventi, nella scomoda posizione di dover chiarire la posizione del partito ormai fuori tempo massimo, e di fronte al rischio concreto di spaccare il gruppo parlamentare e la stessa base elettorale, finendo così per suscitare il malumore di una parte significativa dei suoi sostenitori. A capitalizzare sul tracollo del partito conservatore non sono stati, quindi, i laburisti, che anzi hanno dimezzato i seggi ottenuti alle scorse elezioni europee lasciando campo all’avanzata dei liberal-democratici e dei verdi, ma il nuovo Partito della Brexit. Lanciato solo a metà aprile dall’ex segretario dell’UKIP, Nigel Farage, il Brexit Party ha messo a segno una vittoria schiacciante, portando a casa quasi un terzo delle preferenze e un numero di seggi simile alla CDU della Merkel e alla Lega di Salvini, le altre due principali delegazioni nazionali al Parlamento Europeo.

 

Che cosa ci sia dunque da aspettarsi, o anche solo da augurarsi, nei prossimi mesi, è molto difficile a dirsi. Da una parte, l’abbandono definitivo del blocco politico e commerciale dell’Unione europea comporterebbe un danno significativo per il Paese, e il brusco risveglio dalle promesse referendarie finirebbe per causare un ulteriore pericoloso scossone all’impianto della rappresentanza. Dall’altra, la mancata uscita dall’Unione Europea, e quindi il capovolgimento del risultato del referendum, provocherebbe anch’essa una crisi di credibilità delle istituzioni, soprattutto nelle periferie geografiche e sociali del Paese, i cui effetti, difficili da computare, sarebbe grave sottovalutare. La soluzione andrà perciò ricercata sul sentiero che si snoda tra questi due fuochi, anche se i risultati delle elezioni sembrano averlo reso ancora più stretto e tortuoso, prefigurando lo scenario di un pericoloso ‘mezzogiorno di fuoco’: un’alternativa secca tra un’uscita non regolamentata e il ribaltamento del risultato referendario.

 

Immagine: Brexit referendum. Crediti: George Hoden / Public Domain Pictures, CC0 1.0

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