2 Ottobre 2019

La Tunisia al voto: il delicato equilibrio della democrazia

di Anna Lucky Dalena

 Scenari internazionali

 

Mentre in Arabia Saudita si celebrano silenziose le esequie all’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali, deceduto mentre si trovava in esilio, la Tunisia si prepara alle seconde elezioni presidenziali democratiche della sua storia. A otto anni dalle rivolte popolari che hanno portato alla caduta del regime, il paese sta ancora vivendo una complessa fase di transizione verso la democrazia. Tre elementi esplosivi la caratterizzano: una forte frammentazione politica interna, spesso sfociata in violenza diffusa, una situazione internazionale e di sicurezza a dir poco precaria, vista la continua minaccia jihadista e l’instabilità nelle vicine Libia e Algeria, e una grave crisi economica (solo in minima parte attutita dagli aiuti internazionali) che frustra le speranze della popolazione. Le elezioni rappresentano dunque un test fondamentale per il futuro dell’unica ‘primavera araba’ ad aver avuto successo.

 

A questo contesto si è aggiunta la morte del presidente Beij Caid Essebsi lo scorso 25 luglio, che ha portato ad anticipare le elezioni presidenziali, previste per novembre, al 15 settembre. Come previsto dalla Costituzione post-rivoluzione del 2014, le elezioni presidenziali si decideranno con un secondo turno domenica 13 ottobre, dato che nessuno candidato è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta nelle elezioni del 15 settembre. Fatto poco sorprendente, se si tiene in considerazione che la corsa alle candidature aveva già fotografato la frammentazione politica del paese: di 97 candidature ricevute, ben 26 sono state accolte dall’Autorità preposta al controllo delle elezioni.

 

I due candidati che hanno ricevuto il maggior numero di voti, e che si sfideranno quindi al secondo turno, sono Kaïs Saïed e il suo avversario Nabil Karoui. Il primo, giurista e professore di diritto costituzionale, rappresenta nella società tunisina l’ala più conservatrice, seppur discreta e lontana dai reclami rumorosi degli islamisti radicali. Il secondo, definito da molti ‘il Berlusconi tunisino’, è un magnate dei media in custodia cautelare dal 23 agosto scorso per frode fiscale che si autodefinisce ‘candidato degli ultimi’. In particolare, la popolarità di Karoui è stata costruita dai suoi canali televisivi e dalla sua fondazione sociale, che offre assistenza sanitaria e scolastica a giovani in difficoltà economica.

 

Ciò che emerge dai risultati e dalla provenienza dei due candidati, è la sfiducia del popolo tunisino nei confronti dell’attuale sistema politico: né Saïed né Karoui appartengono alla classe politica attuale. Risulta altrettanto evidente anche la mancanza di coesione all’interno del sistema politico tunisino e l’incapacità dei partiti tradizionali di esprimere un candidato credibile e - soprattutto - un programma politico ben definito.

 

Al contempo, il primo turno delle elezioni presidenziali avrà una valenza politica importante anche in vista delle elezioni parlamentari del 6 ottobre prossimo. Infatti, come avviene negli altri regimi semipresidenziali costruiti sul modello francese come riformato negli anni 2000, a breve distanza dal voto presidenziale il popolo tunisino sarà chiamato ad esprimersi per eleggere i propri rappresentanti in Parlamento. La peculiarità, in questo caso dovuta a una serie di vicissitudini politiche e giudiziarie, consiste nello svolgersi delle elezioni parlamentari proprio a cavallo dei due turni delle presidenziali, fatto che rende più difficile la coerenza tra i due voti e quindi più probabile un regime di cohabitation tra il presidente di un certo schieramento e la maggioranza parlamentare di un altro.

 

Tuttavia, la Costituzione del 2014 ha modificato e in parte ridotto le prerogative del Capo dello Stato rispetto al presidenzialismo puro precedente, ma non per questo ne ha minato la centralità, che resta elemento essenziale nel panorama politico e costituzionale tunisino ispirato al semipresidenzialismo francese. In particolare, sarà comunque il Presidente a indirizzare la politica estera del paese e ad avere un ruolo chiave nel perseguimento dei rapporti commerciali con gli altri paesi, in un potenziale scenario che per certi riversi richiamerebbe quello rumeno.

 

Vi sono però ulteriori elementi che è necessario considerare per avere una chiave di lettura in merito alle imminenti elezioni. In primis, spicca la crisi economica. Nonostante il paese sia decantato come la patria della democrazia nordafricana, unica esperienza positiva delle primavere arabe, è anche vero che versa in un clima economico preoccupante. Con il 15% di disoccupazione generale, che sale fino a oltre il 34% per i giovani, la Tunisia è afflitta da una pesante instabilità sociale. Si aggiunge poi una forte diseguaglianza geografica tra le zone costiere - storicamente più sviluppate e arricchite dai flussi turistici, soprattutto nostrani - e quelle più interne, dove persistono i bassi salari che per anni hanno caratterizzato il mercato del lavoro delle zone rurali.

 

La timida ripresa del turismo tunisino, calato vertiginosamente dopo gli attacchi del Bardo del 2015, è tutt’ora minacciata dalla crescente instabilità nel paese. La forte disoccupazione giovanile e la generale insoddisfazione per il sistema rendono i più giovani vulnerabili alle dichiarazioni propagandistiche di Daesh[1] che, seppur indebolito nel Levante, ha ancora una notevole schiera di seguaci in Tunisia. Di recente, infatti, i sostenitori di Daesh nella provincia di Kairouan hanno rilasciato un video che non solo punta a reclutare nuove leve - la Tunisia si è sempre distinta per l’alto numero di foreign fighters che si sono uniti al sedicente Stato Islamico - ma che dichiara apertamente che il proprio obiettivo sono i turisti stranieri, i kuffar[2] che secondo Daesh impediscono la realizzazione della Jihad e il ritorno a un’epoca di prosperità.

 

È questo il contesto in cui il nuovo presidente si troverà a governare nei prossimi mesi e, considerato il ruolo determinante giocato dal capo di Stato tunisino, risulta preoccupante l'assenza di un’agenda economica definita, che nessuno dei due candidati ha presentato. Il modello economico attuale, sostenuto dal partito moderato islamista Ennahda - che allo stesso tempo ha dato il suo endorsement a Saïed - prevede un ruolo centrale degli investimenti esteri. Allo stesso tempo, però, per le nuove élite sarà decisiva la capacità di affiancarvi e rendere compatibile una decisa riduzione della disoccupazione giovanile e del divario fra le zone urbane e quelle rurali.

 

Il messaggio del popolo tunisino è chiaro, ed è di generale insoddisfazione e delusione per ciò che i politici in carica non sono riusciti a fare per aiutare il paese. Ne è testimonianza anche l’alta percentuale di astensionismo: solo il 45% dei cittadini ha espresso il proprio voto lo scorso 15 settembre, contrariamente al 63% delle precedenti elezioni del 2014. A dati tanto eloquenti sull'umore della popolazione, si contrappone una forte incertezza sull’esito delle elezioni. I risultati del secondo turno delle presidenziali fissate e delle legislative sono difficilmente prevedibili, così come è - e sarà ben oltre la data delle elezioni - difficilmente prevedibile anche il futuro del paese: quando la classe politica deciderà finalmente di distogliere la propria attenzione dalle alleanze politiche e dal personalismo, tipico dell’eredità di Ben Ali, volgendo lo sguardo verso quel popolo che sta chiedendo a gran voce un cambiamento deciso, sarà allora che si potrà parlare finalmente di un vero successo della democrazia tunisina.

 

Immagine: Tunisian Flags (27 maggio 2010). Crediti: US Army Africa / Wikipedia Commons, Creative Commons Attribuzione 2.0.

 

[1] Nome in lingua Araba dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, spesso usato in senso dispregiativo (la pronuncia Araba ricorda il verbo ‘calpestare’ o ‘mettere sotto i piedi’).

[2] Espressione in lingua araba per ‘stranieri’ (letteralmente: ‘infedeli’).


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