7 Gennaio 2018

L’Europa come spazio di spoliticizzazione post-democratica

di Geminello Preterossi

● Scenari internazionali

 

Intervento alla tavola rotonda organizzata da Agenda “La democrazia in Europa: prospettive sull’unione”, nell’ambito della giornata in ricordo di Carlo Azeglio Ciampi alla Scuola Normale Superiore. Pisa, 16 settembre 2017.

 

La sovranità, in democrazia, si declina tanto come sovranità dello Stato, quanto come sovranità popolare. Ciò significa oggi che solo un’unità politica pluralizzata, differenziata al proprio interno ma capace di decisioni indipendenti, può costituire il contenitore di quei soggetti e corpi intermedi nei quali il “popolo” deve articolarsi per non essere un magma indistinto, disponibile ad ogni avventura passivizzante. Solo entro uno spazio politico concreto, territorializzato, è possibile ricostruire una rappresentanza politica del conflitto sociale che abbia la capacità di incidere, di spostare i rapporti di forza, di imporre compromessi e non subire diktat. Il realismo politico non è affatto necessariamente quietista, cinico, rassegnato: così va il mondo ed è immodificabile (secondo gli stilemi di un certo elitismo). Abbiamo bisogno di un realismo critico che sappia interpretare la nuova questione sociale, riconoscendo spietatamente la fondatezza delle ragioni che hanno condotto al disconoscimento da parte dei ceti popolari della sinistra tradizionale, in virtù della sua subalternità al discorso neoliberale.

 

Di fronte alla crisi della globalizzazione, la cooperazione internazionale, necessaria (in particolare su certi temi, come ad esempio quelli ambientali), è più realisticamente possibile, e può avere un indirizzo diverso da quello neoliberista, solo se si abbandona l’illusione della governance tecnocratica sovranazionale e ci si riappropria degli spazi statali, lottando per la loro ri-democratizzazione. A partire da questa svolta politica, che è auspicabile si realizzi in più Paesi, sarà possibile agire non solo per tutelare l’interesse nazionale, ma anche per coordinarsi con chi è interessato a politiche cooperative che mettano in questione l’assolutismo del mercato. Le istituzioni sovranazionali, spesso oggi santuari del capitalismo finanziario, troveranno così un freno e un fronte di lotta per cambiarle. Un punto deve essere ben chiaro: l’internazionalismo è cosa del tutto diversa dal globalismo (neoliberale).

 

Il paradosso della globalizzazione è che da un lato rimuove il conflitto sociale, azzerando la possibilità stessa di rappresentarlo, perché quello globale è uno spazio troppo vasto, privo di concretezza politica, nel quale vaga un unico, sterminato esercito proletario di riserva cui attingere. Dall’altro è caotica e attraversata da una violenza ingovernabile. Siamo di fronte a una stasis senza forma né contesto e a una democrazia condannata all’irrilevanza. Ciò spiega il grande ritorno della paura e il fatto che politicamente la partita si giochi tutta sul terreno della sicurezza. Altro che produttività costituente del globale (come vorrebbe un certo pensiero “radical”, che vede costituzioni societarie dappertutto, anche nei santuari della lex mercatoria, mimando l’ideologia ipercontrattualista neoliberale, nell’illusione di cambiarle di segno). Siamo di fronte in realtà a poteri de-costituenti.

 

Il grande nodo da affrontare, per recuperare sovranità democratica, è innanzitutto quello europeo. Il primo passo per guardare razionalmente all’Europa, oggi, è sottrarsi all’europeismo di maniera. Solo se declinato al di fuori di esso, il tema può ritrovare un senso realistico. L’Europa esigenziale non serve a niente. Anzi è deleteria, perché la sua ineffettualità, e il camuffamento delle conseguenze politiche interne agli Stati dell’Europa “reale”, alimenta inganni e disillusioni.

 

Il Vecchio Continente sconta ancora gli effetti a catena del 1989: la necessità di ridefinirsi imposta dalla fine della sfida dell’URSS; le complicazioni politiche e istituzionali determinate dall’allargamento ad Est; la questione dell’immigrazione, risultato della crisi dell’assetto post-coloniale e dei nuovi conflitti scatenati dalla globalizzazione; infine, e soprattutto, le contraddizioni nella costruzione dell’eurozona. Ma il punto da cui partire a mio avviso, per inquadrare in una prospettiva complessiva l’impasse europeo, è la natura neoliberale dell’Europa di Maastricht: al centro c’è il mercato e la competizione sul suo terreno; la stessa nozione di libertà è quella auto-imprenditoriale dell’homo oeconomicus. La Carta dei diritti (in teoria l’altra gamba dell’UE, per compensarne l’impianto economicistico) è valida ma ineffettuale politicamente: le politiche imposte dalla BCE non paiono ispirate al titolo IV dedicato alla “Solidarietà”.

 

Il Rapporto della Trilaterale del 1975 individuava la causa della crisi della democrazia nell’eccesso di pretese che aveva ingenerato. Un’analisi per nulla innocente, che conteneva una diagnosi dal carattere spiccatamente ideologico.  Davvero il Welfare e le spinte partecipative si erano fatti insostenibili? Un’ampia letteratura ha tematizzato, enfatizzandola, la “crisi fiscale” dello Stato keynesiano; certo, c’erano anche fattori endogeni nella battuta d’arresto del modello socialdemocratico, ma non bisogna dimenticare lo shock petrolifero degli anni Settanta e il peso di fattori geopolitici. Soprattutto, non si può dimenticare l’offensiva egemonica neoliberista, che ha accompagnato il revanscismo del profitto sul salario, come conseguenza proprio dei successi delle politiche keynesiane, che avevano garantito piena occupazione (la quale dette forza al conflitto redistributivo), riduzione delle diseguaglianze, attivazione dell’ascensore sociale (come ha ricordato efficacemente Tony Judt). La cosa singolare è che la narrazione neoliberale sul Welfare è stata fatta propria anche da certe correnti “post-moderne” della sinistra “radical”. Possiamo dire che l’Europa di Maastricht si è allineata al Rapporto della Trilaterale e alla nuova ideologia neoliberista (lo stesso Guido Carli lo riconosceva lucidamente nei suoi appunti): non conta la disoccupazione, solo l’inflazione; ovvero non contano l’inclusione sociale e la qualità della produzione, ma la rimunerazione borsistica del capitale (come ha magistralmente messo in evidenza Luciano Gallino). Con la crisi del 2007 si disvela un’aporia che ha le sue radici in quella svolta: il capitalismo promette benessere, ora deve puntare sulla colpa/debito.

 

Vi sono dei nodi di fondo della costruzione europea che sono stati sottovalutati (forse non aveva tutti i torti Schmitt a qualificarla come un processo di integrazione per progressive neutralizzazioni): innanzitutto quello della forma politico-istituzionale (federazione, confederazione, Stati Uniti d’Europa, altro? Ma cosa? Un UFO, cioè un oggetto non identificato? Si può dire che sia un’unione pattizia, la quale ha in sé qualcosa in più di un’alleanza: burocrazia stabile, istituzioni comunitarie). Una cosa è certa: dall’UE si può recedere, quindi non ha nulla di politicamente originario. I signori dei trattati rimangono gli Stati membri. Di conseguenza l’Unione non può avere una vera e propria “costituzione” (al massimo un trattato costituzionale).

 

Dall’euro invece non si capisce se si può recedere (ma il fatto che non sia previsto non esclude che accada). Certo, il disciplinamento operato dalla Bce (ad es. verso la Grecia), anche in funzione preventiva ed esemplare, indica che la Banca centrale si pensa e opera come un potere sovraordinato. Paradossalmente, perché in teoria è un potere tecnico. Di fatto, nell’anomalia di una moneta senza Stato, è un potere politico indiretto, democraticamente irresponsabile. Ho sempre pensato che tale difficoltà di qualificazione politica e istituzionale dell’Europa fosse alla lunga un problema, non una risorsa.

 

Non lo sarebbe stato, forse, se si fosse rimasti sul piano di un’unione commerciale, doganale, o di una parziale convergenza giuridica (parziale perché l’idea che le decisioni giurisdizionali sovranazionali impattino senza filtri negli ordinamenti interni, ad esempio nel campo penale, è molto problematica e va controllata con molta cura; così come è del tutto conseguente che le Corti costituzionali vigilino sull’intangibilità del nucleo indisponibile delle Costituzioni statali, ergendo alla bisogna lo scudo dei “controlimiti”). Ma nel momento in cui si tocca una delle prerogative fondamentali della sovranità (quella monetaria) il problema sorge con forza. Il post-sovrano si è rivelato un’illusione velenosa: sia perché vale solo per alcuni (non per i più forti), sia perché niente affatto progressivo socialmente e ben poco democratico (avendo lasciato campo libero alla lex mercatoria). Realisticamente dobbiamo constatare la persistenza, peraltro comprensibile da un punto di vista geopolitico, dell’interesse nazionale (di crisi dello Stato si parla da più di un secolo: ma i sostituti latitano).

 

C’è poi un problema evidente, e sempre più evocato, di legittimazione democratica (ma davvero quello di sovranità popolare è un concetto anti-europeo?). Per non parlare delle problematiche complesse relative a quei fattori coesivi, tanto culturali quanti legati alla cura degli interessi di una comunità, necessari a generare vincoli di solidarietà, che trovano tuttora nelle identità nazionali il loro riferimento privilegiato (identità che sono artificiali, certo, ma frutto di accumuli storici che le rendono spesse, non agevolmente scioglibili in contenitori più vasti e sottili, perlomeno non in poco tempo e in condizioni ordinarie. Certo, la violenza interna inter-europea è stata bandita: una conquista non da poco. Ma non basta a generare uno spazio politico, e comunque è stata realizzata sulla base di presupposti non scontati, che debbono essere costantemente rigenerati.

 

La formula “multilevel system of goverment” (utilizzata spesso da Habermas, tra gli altri, per indicare uno spazio sovranazionale a bassa intensità politica ma a suo dire in grado di democratizzarsi, almeno parzialmente) è ambigua e fuorviante (come la nozione di governance). Uno spazio giuridico-economico deterritorializzato, senza luoghi del conflitto e della legittimazione, è inevitabilmente uno spazio spoliticizzato, post-democratico. La democrazia nasce nello Stato nazione e lo presuppone. La lotta per la democratizzazione è stata possibile al livello dello Stato. In astratto, l’analogia domestica non sarebbe forse fuorviante sul piano di un grande spazio europeo politicizzato (mentre lo è per il mondo, come lo stesso Habermas ha riconosciuto). Ma occorrerebbe una decisione costituente in tal senso, che non è all’orizzonte: probabilmente si è sottovalutato il peso delle storie e delle tradizioni nazionali e del fattore tempo. E si è preferito non vedere come solo un’erogazione di energia politica poderosa, che di solito avviene dopo eventi traumatici, può accelerare quei tempi, mobilitare i popoli, “inventare” tradizioni comuni.

 

Certo, si può puntare il dito sulla mancanza di coraggio e visione delle attuali classi dirigenti europee. Ma forse certi equivoci vengono da lontano e ora si stanno semplicemente disvelando, legati come sono all’oscillazione inevitabile tra cura dell’interesse nazionale (prevalente) e integrazione cooperativa (parziale), in assenza di un’unione politica della solidarietà (che implica condivisione di destino, trasferimenti interni di risorse, eurobond, progetti e investimenti comuni con un budget federale significativo, fino a una politica estera e di difesa condivisa). Per tutto ciò non è un sufficiente uno spazio di mercato a bassa intensità politica, che sarà perfetto per i poteri indiretti transnazionali (che così possono scorrazzare senza argini e controlli), ma che non potrà mai essere una comunità dotata di un minimo comun denominatore politico (per quanto multinazionale e articolata al suo interno): Böckenförde aveva posto qualche anno fa la questione correttamente. Come a suo modo lo stesso Grimm. Si è preferito liquidarli come passatisti.

 

Il precipitato eclatante di questi equivoci è la crisi dell’eurozona. Che, insieme alla questione immigrazione, rischia di essere un punto di rottura. Non è questione solo o prioritariamente economica e tecnica. Quello che abbiamo di fronte è il fallimento politico dell’euro: perché a dispetto delle aspettative ingenerate non ha prodotto convergenza ma divergenza. L’ipotesi funzionalista si è rivelata fallace. Non sorprende: pretendere di aggirare il nodo della decisione politica costituente per via tecnica e cumulativa è illusorio: prima o poi il nodo si ripropone. Non solo: se tutti i paesi europei sono l’uno in competizione con l’altro perché debbono esportare (fuori dell’UE) e non stimolare la domanda interna, come sarà possibile che convergano invece di divergere? L’unica possibilità è che la Germania finanzi con il suo immane surplus (dovuto soprattutto al vantaggio competitivo assicuratole dall’euro) i paesi più deboli. Ciò che negli anni di bonaccia pre-crisi è successo. Ma poi a un certo punto scoppia la crisi del debito (cioè delle banche finanziatrici). La scelta di spostare sui bilanci pubblici il peso della crisi (che era invece del sistema bancario, e aveva origine nel debito dei privati), facendone pagare i costi sociali ai cittadini e in particolare ai ceti medio-bassi e ai giovani, è stata l’ennesima trovata del capitalismo attuale per “comprare tempo” (secondo la felice espressione di Wolfgang Streeck), senza pagare dazio, anche a costo di mettere a repentaglio la tenuta della democrazia.

 

Il risultato è che la moneta unica senza Stato si è risolta in un dispositivo di disciplinamento e gerarchizzazione. Lo rivela il trattamento riservato alla Grecia (e non solo), ma in generale il mantra delle “riforme strutturali”, che nasconde un obiettivo ben poco “avanzato” socialmente ma in qualche modo obbligato per tentare di mantenere in piedi il sistema-euro: la deflazione salariale e la precarizzazione del lavoro, cioè la svalutazione interna per recuperare competitività, i tagli al Welfare e agli investimenti pubblici. Dal punto di vista della teoria politica siamo di fronte al paradosso di uno “stato di eccezione” tecnocratico, normalizzato, anti-schmittiano: cioè non in nome di una decisione politica autonoma, esplicita e “costituente” dell’ordine, ma in funzione dell’implementazione di logiche “manageriali” o “amministrative”, presentate come “oggettive” e “necessarie”(lettera della BCE, uso dello spread, chiusura della liquidità alla Grecia dopo il referendum, ma in generale il ricorso all’emergenza come calamità). Ciò crea un enorme problema democratico, perché altera il circuito della rappresentanza e della legittimazione: la classe politica infatti deve trovare consenso sul terreno nazionale, per politiche eterodirette che erodono le fonti del consenso medesimo, tanto per i loro effetti antisociali quanto per la loro inefficacia.

 

Come sono stati possibili errori di concetto così pesanti nella costruzione dell’eurozona? E perché ci si ostina a difendere l’attuale assetto, nonostante i costi che ciò implica? Nella tabuizzazione dell’euro c’è anche una dimensione simbolica (pace europea, cooperazione, apertura, Erasmus ecc.: tutte cose possibili anche senza l’euro; infatti i maggiori successi dell’integrazione europea si sono avuti prima).

 

Certamente ha agito una sfiducia profonda nel Paese, diffusa tra le sue élites, che renderebbe necessario un vincolo esterno auto-imposto. Le radici storiche di questo schema sono antiche: la fragilità dello Stato e dell’identità nazionale, l’unificazione tarda, l’abitudine a domini stranieri. E del resto le zavorre ci sono, così come i motivi per diffidare delle classi dirigenti italiche (certamente non solo di quelle politiche). Ma siamo sicuri che questa ricerca ossessiva di un vincolo esterno non sia stato anche un alibi deresponsabilizzante? E poi, è bene diffidare delle letture moralistiche della storia repubblicana: quelle zavorre, quei limiti non hanno impedito negli anni Sessanta e Settanta un mutamento profondo del Paese (pur con tutte le contraddizioni). In realtà, si manifesta qui quell’antica separatezza, quel senso di estraneità delle classi dirigenti borghesi, ma anche degli intellettuali radicali, rispetto ai ceti popolari, che era una questione già individuata chiaramente da Gramsci, come un rischio anche per la stessa tradizione del movimento operaio organizzato: i post-comunisti non ne sono stati affatto immuni.

 

C’è inoltre, e non è il caso di sottovalutarlo, un problema di blocco di interessi: imprese che esportano, rendita finanziaria, chi ha molto da perdere oppure anche poco, ma è spaventato. Mentre lavoratori dipendenti, giovani, disoccupati, piccoli imprenditori, chi vive di domanda interna e di investimenti pubblici, è alla corda. Ma attenzione, perché la società dei 2/3 è finita. Solo in Germania regge (e infatti genera, almeno per ora, consenso politico: ma si concretizza nell’idea, per nulla “europeista”, dello Stato sociale in un solo paese, al fine di garantire – insieme ad altri fattori sistemici di stabilizzazione – la compattezza della società tedesca).

 

Ordoliberalismo e neoliberismo sono due varianti dello stesso assunto anti-keynesiano. Ma lo Stato sociale democratico può essere anti-keynesiano? Se consideriamo che il passaggio dallo Stato monoclasse allo Stato pluriclasse ha mostrato come il Welfare serva a creare le premesse dell’inclusione democratica, la risposta non può che essere negativa. L’ordoliberalismo postula l’inclusione sociale passa solo attraverso il mercato. In questo senso non ha nulla a che fare con l’idea fallace, diffusa nel dibattito pubblico italiano, secondo cui l’economia sociale di mercato rappresenti una correzione dell’economia di mercato in senso sociale e welfaristico). Si tratta di un modello che prevede sì una iper-regolazione, ma per escludere qualsiasi eteronomia rispetto alle leggi di mercato (ad esempio, le politiche keynesiane) e garantire le condizioni della competitività. Al di là del fatto che questa impostazione ha un nucleo fideistico, che spoliticizza il conflitto, il problema è che (probabilmente) funziona solo per la Germania (un Paese che, nonostante alcuni scricchiolii e una crescente polarizzazione della società, tra un corpo sociale integrato e una parte esclusa e impoverita, soprattutto a Est, rappresenta ancora un sistema abbastanza compatto e coeso, anche grazie ai presupposti organicistici e alla retorica del bene comune oggettivo cui subordinare gli interessi di parte, che fanno parte della tradizione tedesca).

 

Del resto l’ordoliberalismo è una filosofia sociale elaborata come alternativa al comunismo e al nazismo, per tenere insieme le società di massa. L’ordoliberalismo in questo senso è un tentativo di offrire una base organica al mercato, inteso quale meccanismo di socializzazione anticollettivista. Peraltro quel modello ancora abbastanza efficace per la Germania, anche a fini di consenso politico, scarica sugli altri i problemi: il perseguimento ossessivo del surplus commerciale implica la rinuncia a svolgere una funzione di traino, generando squilibri in nome del proprio vantaggio competitivo sul fronte delle esportazioni: gli effetti sono la gerarchizzazione dell’Europa e la svalutazione del lavoro come svalutazione interna imposta ai Paesi più deboli da una moneta senza Stato, sottratta al controllo democratico (non a caso, già teorizzata da Hayek).

 

La Germania cura il proprio interesse nazionale a qualsiasi costo e di fatto considera l’euro il marco. Ma non ha senso trattare moralisticamente la questione: è un calcolo di interessi, forse non lungimirante, ma razionale; sono gli altri che non si attrezzano per tutelarsi: noi, in modo particolare. Inoltre, pragmaticamente, quando serve, la mano pubblica interviene eccome a difesa dell’industria e delle banche tedesche (ma anche la Francia non si comporta diversamente). La domanda di fondo è: ha senso autoimporsi un vincolo esterno in nome di un apparato dottrinario fideistico che ha generato il paradosso dell’austerità espansiva e delle politiche pro-cicliche in una fase di crisi strutturale? Un’impostazione che oltre ad essere inefficace e a generare un profondo scollamento tra classi dirigenti e ceti popolari, ci condanna all’autolesionismo e alla disattivazione del contenuto sociale della democrazia costituzionale?

 

L’Europa è oggi, dunque, uno spazio di spoliticizzazione post-democratica. In quanto tale, non è, non può essere un campo di battaglia, nel quale agire il conflitto politico e rappresentare quello sociale. Questa immunizzazione del potere euro-tedesco fa sì, però, che le refrattarietà si manifestino sul piano nazionale, in forma di profonda sfiducia e disconoscimento dei rappresentanti. I cosiddetti “populismi” ne sono l’effetto (e bisognerebbe evitare di mettere tutto in un unico calderone: la Le Pen, Podemos, Melénchon, persino Corbyn). C’è una nuova questione sociale e democratica, che chiede per essere affrontata una ri-politicizzazione della società che rompa con gli assiomi neoliberali. Certi tassi di disoccupazione, soprattutto giovanili, sono incompatibili con la democrazia. Abbiamo davvero del tutto rimosso la lezione di Polany e Keynes? Inferiorizzazione del ceto medio, lavoro povero, manovalanza abbandonata sui territori, élites globaliste immunizzate nei flussi: c’è tutto perché forze reazionarie capitalizzino queste contraddizioni. Una cultura politica effettivamente critica e social-popolare non può mancare di comprendere speditamente le cause profonde e la portata di questa sfida. Non c’è più tempo per prendere tempo.

 

Immagine: New Building of the European Central Bank in Frankfurt, Germany (5 giugno 2014). Crediti: Norbert Nagel / Wikimedia Commons. Licence: CC BY-SA 3.0.

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