4 Aprile 2019

Il Dragone Rosso vola in Africa

di Jacques Ferrand

 Scenari internazionali

 

Il 4 settembre 2018 Jean-Yves Le Drian, navigato Ministro degli Affari Esteri francese, annuncia lo stanziamento a venire di 1 miliardo di euro supplementare per le donazioni legate allo sviluppo degli Stati africani. A titolo comparativo, a poche ore di distanza, Xi Jinping promette 60 miliardi di dollari come sussidio finanziario destinato a programmi di aiuto, investimento e prestito nel continente africano. Nello specifico, la somma comprende 15 miliardi di finanziamenti, prestiti senza interessi e prestiti in concessione, 20 miliardi in linee di credito, 10 miliardi per finanziare lo sviluppo e 5 miliardi ulteriori per l’acquisizione di importazioni dal Continente Nero. L’asimmetria è evidente.

 

Tra gli esperti, gli ultimi, concitati sviluppi della presenza sinica nel quadrante regionale africano - in particolare nell’ambito della Nuova Via della Seta Marittima - stanno sprigionando una lunga teoria di interrogativi. Quali i disegni politici, quali i criteri economici che guidano gli investimenti infrastrutturali, nonché favoriscono le politiche di scambio commerciale di Beijing in Africa? Quali sono i più rilevanti vettori geografici alla base dell’esportazione e dell’orientamento della sovrapproduttività industriale cinese? Come contestualizzare tali dinamiche entro il perimetro di un sempre più complesso e interconnesso ordine mondiale caratterizzato dall’ascesa cinese?

 

Per quanto concerne il quadro strategico di riferimento, la cultura politica cinese interiorizzata dalla RPC lungo il corso del ventesimo secolo si distingue per alcune fasi precipue. Nel 1946, il pensiero maoista produce la teoria della Zona Intermedia (ZI), altrimenti nota ai sinofoni quale zhongjian didai. Secondo tale prospettiva, le forze rivoluzionarie sotto l’egida della Cina e del Partito Comunista Cinese avrebbero dovuto integrarsi nel sistema bipolare della Guerra Fredda, sollecitando, su scala mondiale, l’assertività dei movimenti di liberazione nazionale.

 

L’esacerbazione del conflitto ideologico con l’Unione Sovietica, in aggiunta all’offensiva diplomatica nei confronti degli altri paesi in via di sviluppo nel clima del forum di Bandung lungo il filo degli anni ‘50, persuade l’attore cinese a ricalibrare la teoria ZI, separando gli Stati Europei più sviluppati dalla logica dicotomica dei blocchi contrapposti.

 

Nell’aurora degli anni ‘70, in seguito all’implementazione di liaisons diplomatiche con gli Stati Uniti in virtù dell’opera sottotraccia di Henry Kissinger e Zhou Enlai, Deng Xiaoping elabora la Teoria dei Tre Mondi (sange shijie lilun). Per tracce sintetiche, quest’ultima conferisce alla Cina il dominio sulla lotta anti-egemonica del Terzo Mondo, in una peculiare alleanza con gli Stati sviluppati e la NATO, al fine di contenere la minaccia sovietica e prevenire la temuta frantumazione dell’indipendenza cinese.

 

Recentemente, il Libro Bianco del 2011, di pubblicazione del Consiglio degli Affari di Stato della Repubblica Popolare Cinese, intitolato “Il pacifico sviluppo della Cina”, offre una visione critica a margine delle interconnessioni economiche e geopolitiche della globalizzazione. Ricomponendo i comuni interessi degli Stati in una pressoché totalmente integrata comunità internazionale, essa provocherebbe la trasformazione della geopolitica globale nella storia di una comunità di destino condiviso (mingyun gongtongti). In questa prospettiva, la Cina interpreterebbe la funzione di fulcro indispensabile per il mantenimento della stabilità internazionale.

 

Mediante la Belt and Road Initiative, Xi Jinping intende realizzare la precedentemente menzionata ambizione di un ordine mondiale informato alla difesa di comuni obiettivi da parte dei differenti portatori d’interesse. Chi può dubitare delle dimensioni strategiche ed economiche che scaturiscono dall’analisi delle rotte della New Silk Road, dalla Cina al Mar Mediterraneo, passando per il Canale di Suez - parzialmente raddoppiato nel 2015 grazie a una seconda corsia di navigazione - ovvero per l’Asia centrale?

 

Limitatamente al continente africano, numerosi sono i potenziali riverberi di questa iniziativa da un punto di vista di politica estera. Innanzitutto, alcuni spunti di dibattito sono da evidenziare con riguardo ai copiosi investimenti infrastrutturali che le imprese cinesi - possedute o protette dallo Stato - stanno massivamente effettuando a margine del litorale degli Stati orientali. Nonostante la Nuova Via della Seta coinvolga soltanto tre Stati africani, ossia Gibuti, Kenya ed Egitto, nel 2015 la Cina e l’Unione Africana hanno firmato un memorandum d’intesa per la connessione dei 54 Stati membri dell’Unione medesima mediante porti, strade e linee ferroviarie ad alta velocità. Tra i progetti in cui la Cina è implicata, a titolo esemplificativo, vi sono la linea ferroviaria dell’Africa dell’Est, a connessione di Kenya, Uganda, Rwanda, Burundi e Sud Sudan per circa 2.700 km; la linea ferroviaria nigeriana Kano-Lagos di 1.315 km; una linea ferroviaria in Angola di 1.302 km, e così via. Altre cooperazioni sino-africane a evidente predominanza di capitale cinese, concernenti la costruzione di terminali portuali e aeroportuali, saranno svelate a breve.

 

Secondariamente, l’annuncio delle autorità dell’allocazione di ulteriori riserve per miliardi di dollari, da parte tanto del governo centrale quanto di banche d’investimento come la Banca di Sviluppo Asiatico (ADB) e la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture (AIIB), è avvenuto durante il summit di Beijing del Forum sulla Cooperazione Africa-Cina (FOCAC).

 

Il rafforzamento di questi canali di dialogo interstatali e della convergenza di interessi (nazionali), simultaneamente a livello bilaterale e multilaterale, può forse costituire un tentativo di rivelare il soft power cinese in tavoli di negoziazione e concertazione, quali anche BRICS, differenti dall’arena delle Nazioni Unite o dal G-20, ove l’esercizio della potenza cinese incontra il limite e il bilanciamento dei paesi più industrializzati, in particolar modo degli Stati Uniti, grande convitato di pietra. Nondimeno, come intuibile dal Piano di Azione del FOCAC per il triennio 2019-2021, il partenariato sino-africano si sta progressivamente espandendo, per effetto di spill-over, dal terreno economico a quello della sicurezza e degli affari internazionali.

 

A confronto con l’incremento degli investimenti infrastrutturali nell’area, i detrattori della cooperazione coltivano il pensiero che questa situazione potrebbe compromettere’ l’indipendenza africana, incoraggiando la Cina ad adottare una postura neocoloniale, lungo le linee, mutatis mutandis, del Programma di Recupero Europeo promosso dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra per rafforzare l’area di influenza a stelle e strisce. Sebbene l’impressionante sforzo economico sia diretto verso la tessitura di solidi e duraturi legami con i principali attori statali del continente, la comparazione appare ancora insostenibile.

 

Nella misura in cui la RPC si è a sua volta emancipata dal dominio coloniale - scampando a una delle numerose, e invero incredibilmente sanguinose, guerre civili che hanno costellato la sua millenaria storia - la classe dirigente ‘comunista’ della Cina dimostra considerevole cautela nella costruzione - e nella relativa comunicazione - di narrative geopolitiche, soprattutto nella sfera del principio di non-interferenza negli affari domestici degli altri Stati.

 

Lungi dal costituire il risultato di un mero calcolo geopolitico circa le relazioni con l’Africa, One Belt One Road e i connessi investimenti simbolizzano piuttosto l’intersezione tra le richieste, sino ad ora compatibili, dei due sistemi.

 

Da un canto, il territorio africano rimane ancora decisamente vergine in termini di sfruttamento delle risorse naturali, di reti infrastrutturali e di urbanizzazione. Conseguentemente, esso rappresenta una valvola di sfogo eccezionale per sostenere la sovrapproduttività delle compagnie cinesi.

 

D’altro canto, in ragione del prossimo raggiungimento del punto di saturazione del mercato domestico cinese in quanto al settore immobiliare, l’élite cinese è alla frenetica e spasmodica ricerca di spazi di mercato dove poter esportare il proprio surplus di prodotti manifatturieri di bassa e media qualità, trepidamente attendendo nel frattempo la conversione del sistema domestico verso un’economia di mercato orientata al consumo.

 

Un caso esemplare dell’incastro delle deficienze infrastrutturali degli Stati africani con l’interesse nazionale cinese può essere rintracciato nel cosiddetto modello Gibuti. Anche in virtù del crescente ingaggio nelle operazioni regionali di mantenimento della pace, nel 2017 la Cina e lo Stato costiero del Corno d’Africa si sono accordati su un partenariato strategico per l’espansione della cooperazione in vari ambiti, dalla sicurezza all’agricoltura, nonché per lo stabilimento della prima base militare cinese ufficiale all’estero.

 

Parimenti, la Cina finanzia la costruzione delle principali vie di trasporto in corso di realizzazione tra Gibuti e Addis Abeba. Data l’assenza di uno sbocco al mare per l’Etiopia, l’unico e solo modo di accedere al secondo più esteso mercato continentale in termini di popolazione consiste nel miglioramento della rete infrastrutturale locale. Pertanto, anche in tal caso vi è la manifestazione di una fusione tra la politica estera e gli interessi di politica economica del Regno di Mezzo.

 

In conclusione, gli eterogenei metodi di cooperazione a disegno dell’orientamento delle relazioni bilaterali e multilaterali tra la Cina e i partner africani non possono essere, rebus sic stantibus, caratterizzabili come tasselli di un Grande Disegno volto all’affermazione a lungo termine della superiorità della RPC o alla proposizione di presunte linee-guida di un non meglio precisato Beijing consensus. Potrebbe piuttosto rappresentare segno precursore del perseguimento di una generale ricalibrazione dell’arena internazionale - a partire dai teatri geografici toccati dalla Nuova Via della Seta - creando una governance globale ‘con caratteristiche cinesi’.

 

Immagine: Summit FOCAC a Pechino (3 settembre 2018). Crediti: Xinhua.

 


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