i classici italiani
Alessandro Manzoni
Introduzione
Biografia
Voci Enciclopediche
Bibliografia
Luoghi e Cronologia

Manzoni segna l’inizio, quanto meno nella narrativa, della letteratura italiana moderna. Con lui la lingua viva, quotidiana diventa lingua letteraria, e con I promessi sposi s’inaugura anche nel nostro paese l’era del romanzo. La letteratura ora guarda al mondo, tutto intero, compresi gli umili e i loro sventurati destini.

Due gli anni fondamentali da cui Carlo Ossola prende spunto per ritrarre la figura manzoniana: 1810 e 1821. Il primo rappresenta la svolta religiosa, la conversione al cattolicesimo. Il secondo invece è anno di fervente creatività artistica: marzo 1821, Il 5 maggio e La Pentecoste. I tre componimenti condensano in loro l’idea dell’"universalità della poesia", sempre aperta ad abbracciare il Tutto: essa deve trattare di "universali che tengono unito un popolo".

Eroe dell’"identità nazionale" Manzoni lo diverrà con I promessi sposi, nel 1827. Opera "odiata", perché imposta dalla scuola, eppure amata, come testimonia una fortuna che dura ancora oggi. Umberto Eco racconta del suo primo incontro con il romanzo, ricevuto in regalo dal padre a dodici anni. A colpirlo ancora oggi è il "pudore immenso" con cui Manzoni racconta le storie dei suoi personaggi; a cominciare da quella della monaca di Monza, Gertrude, e da quel "la sventurata rispose", apice di una prosa che raggiunge il sublime dicendo il meno possibile. La scrittura può aprirsi così all’abisso dell’immaginazione.

Il mondo di figure dall’animo nobile, capace di conversione, è accostato da Manzoni alla realtà di un’Italia più bassa, quella del sotterfugio, del borbottio e del compromesso, il cui emblema è don Abbondio. I due registri convivono, tanto da fare dei Promessi sposi "il romanzo della violenza e del perdono" e dell’arte del suo autore "conversio di registri" e rovesciamento di destini umani.

Nel secolo scorso tre sono stati gli autori che più si sono rivolti a Manzoni, rinnovandone la lezione: Gadda, Testori e Natalia Ginzburg. Se il primo ne rovescia parodicamente la scrittura, il teatro di Testori (La monaca di Monza) mette in scena una sorta di "lunga liturgia della memoria", invocazione di Gertrude alla misericordia per il peccato di essere uomini. Ne La famiglia Manzoni della Ginzburg, infine, rivive una certa "finezza del ritratto" e un’attenzione alla "minutaglia quotidiana" tale da farne, ad oggi, forse il massimo esempio di fedeltà a Manzoni.

Manzóni ⟨-ʒ-⟩, Alessandro. - Scrittore italiano (Milano 7 marzo 1785 - ivi 22 maggio 1873). Autore tra i massimi della letteratura, con I promessi sposi realizzò, anche per l'uso di una lingua nazionale, un modello fondamentale per la successiva letteratura, che costituì inoltre l'esito supremo della parabola iniziale del romanzo in Italia.
Vita e opere. Nato dall'infelice matrimonio di Giulia Beccaria, la figlia di Cesare, con un gentiluomo di lei molto più anziano, il conte Pietro M. (o, come voleva una diffusa diceria, dalla relazione adulterina della madre con il minore e meno noto dei fratelli Verri, Giovanni), per il disaccordo dei coniugi, che finirono con il separarsi, e il disinteresse della madre, fu educato nel collegio dei somaschi, a Merate e a Lugano, e in quello dei barnabiti al Longone di Milano: educazione ed educatori che egli più tardi giudicò severamente. Lo stesso nonno materno, verso il quale dovevano naturalmente volgersi l'ammirato orgoglio e l'emulazione dell'adolescente, gli offriva un modello di grande cultura, di impegno civile e di rigore intellettuale, ma non di austerità e di forza morale; né certo migliore era l'esempio che poteva venirgli dall'ambiente aristocratico. L'energico imperativo morale che informa anche le sue prime precoci prove poetiche, è il segno quindi di una tendenza costitutiva della personalità manzoniana, oltre che dell'influsso su di essa esercitato dalla migliore cultura del tempo, che in letteratura inclinava alla magniloquenza dell'epica imperiale e alla satira dei costumi, ma recava traccia della recente disillusione di cui erano ambasciatori gli esuli napoletani (con V. Cuoco e F. Lomonaco M. fu in relazione).
La produzione poetica giovanile di M., nella quale spiccano il poema Il trionfo della libertà (1801), composto per la pace di Lunéville e la ricostituzione della Repubblica Cisalpina, l'idillio Adda (1803), i quattro Sermoni (1802-04), risente della lezione di grande decoro formale e appassionato impegno politico e civile di G. Parini e di V. Monti, da lui conosciuto personalmente, nonché delle letture di Virgilio, di Orazio e di Dante; e si situa sullo sfondo di un razionalismo di tempra ancora settecentesca e di un generico deismo. Ma nel 1805, allorché M. raggiunse la madre a Parigi, in occasione della morte di C. Imbonati, con il quale Giulia aveva a lungo convissuto, nella vita dello scrittore si verificò un fatto importante, che fu celebrato dal carme In morte di C. Imbonati (1806). M. pervenne insieme a una specie di scoperta dell'amor filiale e a una più matura definizione dei suoi propositi. Il "nuovo intatto sentier" che il poeta aveva già deliberato di battere viene individuato nella centralità di una severità morale che non si contenta della denuncia di un ceto o di un costume, ma investe la sfera mondana nel suo insieme, a prescindere dai regimi politici e dagli orientamenti ideali dominanti, e il suo porre "sempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo"; e nell'assunzione, ben oltre ogni mero atteggiamento letterario, delle responsabilità comportate in termini di condotta personale e impegno intellettuale da questa presa di posizione. Dalla madre M. non si sarebbe mai più separato, sì che Giulia costituì poi, finché visse, il centro della sua vita familiare.
La dimora a Parigi (1805-10) permise a M. di frequentare attivamente gli ambienti intellettuali che costituivano il crogiolo della più avanzata ricerca filosofica e letteraria dell'Europa di allora. Specie alla "Maisonnette" di Meulan, presso la vedova del Condorcet, che conviveva con C. Fauriel, poté assistere da vicino alla più importante delle trasformazioni in atto, a quella riflessione del razionalismo illuminista sui proprî risvolti materiali e psicologici alla quale legarono il loro nome i cosiddetti idéologues (oltre al Fauriel, con il quale M. strinse allora una appassionata duratura amicizia, P. Cabanis e A. Destutt de Tracy). Così, quando, all'indomani della pubblicazione (1809) del suo poemetto neoclassico Urania, egli scrisse che non avrebbe più fatto versi simili, dei quali era assai malcontento "soprattutto per la loro assoluta mancanza d'interesse", manifestava probabilmente una nuova sensibilità per uno almeno dei fondamenti della poetica romantica, secondo il quale la poesia non avrebbe dovuto essere destinata a una élite di raffinati, ma suo compito sarebbe stato piuttosto quello di "interessare" i lettori, facendosi interprete delle loro idee e sentimenti e solo in questo modo assecondando la propria vocazione universale. Contemporanea a questa prima attenzione alle posizioni romantiche è la cosiddetta conversione al cattolicesimo, che il ritorno ai sacramenti suggellò nel 1810, poco dopo dunque la sconfessione di Urania. L'una e l'altra non sono anzi che aspetti d'un medesimo profondo rivolgimento intimo. Sui modi nei quali precisamente si attuò la conversione religiosa, siamo assai male informati, soprattutto per il geloso riserbo di M.: indubitabile, data anche la sua indole, che essa sia stata il risultato di lunghe, severe meditazioni, e che non si sia in nessun modo risolta nella conquista di un pacifico approdo, comportando al contrario una ulteriore accentuazione dell'inquietudine e del problematicismo dello scrittore; ma ignoriamo se ci sia stato un punto preciso di risoluzione della crisi, dai gravi riflessi nevrotici della quale peraltro M. non si sarebbe mai del tutto liberato. Rimane dubbio il racconto di alcuni amici, secondo cui una folgorazione di fede sarebbe avvenuta (aprile 1810) nella chiesa di S. Rocco a Parigi.
Più sicuro è l'influsso di Enrichetta Blondel, che M. aveva sposato giovanissima nel 1808, per la quale il problema religioso non era filosoficamente eludibile: calvinista, ella sentì imperioso il bisogno di essere istruita circa quella fede cattolica secondo la quale era stata battezzata la prima figlia, Giulia: ascoltò l'abate E. Degola, si convinse, abiurò. L'urgenza di quel problema si impose così in casa M.: Alessandro e la madre non tardarono a ritornare a loro volta al cattolicesimo attivo, assistiti poi a lungo dal canonico L. Tosi. Tale ritorno ebbe senz'altro coloriture giansenistiche, vista la tendenza dello scrittore, che pure sarebbe rimasto sempre nella più stretta ortodossia, a un'interpretazione più severa della religione e soprattutto della morale cattolica. La conversione era d'altronde per lui una necessità logica e sentimentale. Negata la validità perenne e certa della ragione, la vita umana e la storia si palesavano romanticamente, alla ipertesa sensibilità dello scrittore, come un doloroso, miserabile disordine, inspiegabilmente vano. Mentre gli veniva a mancare la base sicura dell'istanza morale, a M. si imponeva la necessità di trasferire nella propria esperienza intima e di testimoniare con i proprî comportamenti l'interpretazione eroica della vita e il confronto quotidiano con la storia di cui quel severo moralismo si nutriva. Con la stessa fede prima riposta nella felicità raggiungibile per mezzo della ragione, in M. il senso romantico dell'incomprensibilità della vita, della sua oscura legge di dolore, si compone subito, senza annullarsi, nella prospettiva provvidenziale di un ordine superiore agli accadimenti e alla loro immediata percezione e di una felicità dopo la morte, sempre all'insegna di una lucida fermezza intellettuale e di un impegno assoluto della persona.
Nel 1810 M. tornò a Milano, donde non si mosse più se non per brevi viaggi (importante quello parigino del 1819, nel corso del quale entrò in contatto con V. Cousin e A. Thierry). Colà e nella villa di Brusuglio, che la madre aveva ereditato da Imbonati, visse ritirato in compagnia della moglie (morta nel 1833; M. sposò poi Teresa Borri vedova Stampa), della madre (morta nel 1841), dei molti figli e di pochi amici (tra i quali C. Porta, T. Grossi, A. Rosmini, che esercitò un notevole influsso sulla definitiva sistemazione delle sue idee estetiche e religiose, N. Tommaseo). Lavorava lentamente: quattro Inni sacri (La Risurrezione, 1812; Il Nome di Maria e Il Natale, 1813; La Passione, 1814-15), ai quali poi aggiunse La Pentecoste (cominciato nel 1817, ripreso nel 1819 e finito nel 1822); due tragedie (Il conte di Carmagnola, 1816-19; Adelchi, 1820-22; di una terza tragedia, Spartaco, non scrisse che uno schema); tre odi politiche (Il proclama di Rimini, 1815, e Marzo 1821, pubblicate solo nel 1848; Il cinque maggio, l'unica poesia che M. abbia scritto di getto, alla notizia della morte di Napoleone, 1821); le Osservazioni sulla morale cattolica (1ª parte, 1819; ripubblicata nel 1855 come opera compiuta; la 2ª parte restò frammentaria); infine il romanzo: la prima redazione, con il titolo Fermo e Lucia, fu scritta dal 1821 al 1823; la seconda redazione, profondamente modificata, con il titolo I promessi sposi, fu pubblicata dal 1825 al 1827 in un'edizione conosciuta come la "ventisettana". Nel frattempo, la sua fama europea si accresceva (testimonianza della grande stima di J. W. Goethe, ammiratore del M. tragediografo e del romanziere, fu la sua tempestiva traduzione in tedesco del Cinque maggio) e in Italia gli veniva riconosciuto un ruolo di riferimento politico e letterario senza precedenti. Dopo di allora, M. sostanzialmente tacque: attese a lungo alla correzione, specie linguistica, del suo fortunatissimo romanzo, che, prima di apparire nel suo testo definitivo dal 1840 al 1842 (tale edizione fu detta la "quarantana") insieme con la Storia della colonna infame, fu sottoposto appunto alla proverbiale "risciacquatura in Arno"; e alla stesura di opere storiche (Saggio comparativo sulla rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859, al quale lavorò a più riprese negli ultimi anni, ma rimasto frammentario) e soprattutto linguistiche. Di poesia, non scrisse più, d'importante, che, nel 1835, Il Natale del 1833, cioè il Natale in cui era morta Enrichetta e, forse nel 1847, un nuovo inno, L'Ognissanti: incompiuti l'uno e l'altro componimento. M. morì quasi novantenne, nel 1873, per i postumi di una caduta all'uscita dalla chiesa. G. Verdi compose in suo onore una Messa da requiem, eseguita a un anno dalla sua scomparsa.
M. non partecipò mai direttamente alle polemiche letterarie e alle lotte politiche del suo tempo, pur prendendo posizione con fermezza nell'uno e nell'altro campo. In quello politico, il suo pensiero cattolico-liberale e il suo ideale monarchico e unitario restarono ben saldi per tutta la lunga vita, da quando nel 1814 sottoscrisse la petizione del senato del Regno italico perché all'Italia fosse riconosciuta l'indipendenza, e l'illusione del momento cantò in Aprile 1814, e l'anno dopo plaudì nel Proclama di Rimini al tentativo murattiano di unificazione; sino a quando, senatore, partecipò nel 1861 alla seduta in cui fu proclamato il Regno d'Italia. Nel 1864 il suo ossequio alla Chiesa non gli impedì di votare il trasferimento della capitale a Roma; ancora nell'ultimo anno di vita, nel 1873, riprese alcune pagine del Saggio comparativo e ne fece un'operetta nuova, rimasta anch'essa incompiuta, intitolata Dell'indipendenza dell'Italia. Ma tutta l'opera sua è retta da quel pensiero e ispirata da quel sentimento. Assidua e in coerente svolgimento (attestato dai cosiddetti Materiali estetici) fu altresì la sua meditazione intorno alle questioni letterarie aperte dalla rivoluzione romantica. I novatori del gruppo milanese lo considerarono presto il loro capo, anche se egli non prese parte alla rumorosa lotta che si accese a partire dal 1816. Inedita restò per allora un'ode scherzosa, del 1818, L'ira di Apollo; ma la stringata prefazione al Carmagnola (1820) e subito dopo la risposta a V. Chauvet (Lettre à M. Chauvet sur l'unité de temps et de lieu dans la tragédie, finita nel luglio 1820, pubbl. nel 1823), che vanno ben oltre il problema delle unità pseudo-aristoteliche nel teatro, la lettera al marchese C. d'Azeglio Sul Romanticismo (1823, ma pubbl., e senza il consenso dell'autore, solo nel 1846), formulano con estrema nettezza e rigore logico il pensiero manzoniano in questo momento. Respinte, semplicemente come non fondate sul ragionamento, le regole classicistiche e ogni astrattezza teorica che non rispettasse la natura molteplice e complessa del reale e della stessa esperienza estetica, M., anche se non nasconde la sua incertezza circa la definizione del concetto corrispondente, pone il vero come sorgente e oggetto della ricerca letteraria, restituendo quindi una più sostanziale unità all'opera d'arte, che troverà poi una sintetica espressione nella formula "l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo". Il poeta delle due tragedie e dei Promessi sposi si riserva il compito di collaborare con lo storiografo, restaurando con la sua fantasia poetica quanto rimane fuori della storia, cioè i riflessi che i grandi avvenimenti e le generali condizioni politiche e sociali hanno avuto sugli individui, sulle anonime folle, che, senza costituire essi stessi storia, possono essere recuperati dalla peculiare verità della letteratura. M. si preparò a tali opere con attentissimi studî, testimoniati, oltre che dalle Notizie storiche premesse alle due tragedie, dall'ampio Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, dai capitoli di storia generale inseriti nei Promessi sposi, e dalla Storia della colonna infame. Già all'indomani della prima edizione del romanzo, M., per approfondire il concetto di "vero", mise mano al suo discorso Del Romanzo storico e, in genere, dei componimenti misti di storia e d'invenzione, che finì e pubblicò solo nel 1845, e tornò sull'argomento, con il conforto del Rosmini, nel dialogo Dell'invenzione (1850). In questi scritti M. giunge a una più netta distinzione fra l'attività dello storico e quella del poeta, negando in definitiva la legittimità dell'invenzione letteraria anche nell'accezione ridotta da lui stesso sperimentata.
L'attività letteraria di M. anteriore alla duplice conversione, lungamente sottovalutata dalla critica, pur conservando il suo carattere giovanile e preparatorio rispetto alla maggiore produzione successiva, contiene in sé elementi di grande interesse, dal dato originario di una personalità inquieta e complessa alla precoce grande padronanza tecnica del versificatore, alla sicurezza dei progetti e già quasi alla predestinazione dell'incontro tra la sete di assolutezza, per esempio attestata dal pindarismo di Urania, e l'energia stilistica dell'imitatore di Dante e di Parini e gli sbocchi istituzionali offerti dal cattolicesimo militante e dal romanticismo. Discende così naturalmente dagli sciolti In morte di C. Imbonati la volontaria mortificazione cui M. sottopone, prima negli Inni sacri e poi nelle tragedie, la propria individualità e gli ideali letterarî a essa connessi, l'una e gli altri sacrificati a una missione di verità che è sì innanzitutto riconoscimento della vanità di ogni sforzo di salvezza individuale e recupero della propria identità di fedele, ma risponde anche all'intuita necessità di un compito sovrumano per l'artista moderno e si concilia comunque con la raffinatissima institutio retorica che nello scrittore avrà sempre il compito di esorcizzare la complessità del reale e la tragedia del vivere, conferendo a ognuna delle sue pagine lo statuto privilegiato di ciò che non è il frutto di un ragionamento individuale, ma appena l'anticipazione sapiente dell'"assenso" collettivo.
Nel quindicennio di maggior fervore creativo (1812-27), M. è preso dall'urgenza di dar voce poetica alle sue nuove credenze religiose. Rievoca quindi negli Inni sacri i grandi eventi del passaggio terreno di Gesù, la loro eterna contemporaneità attraverso i riti della Chiesa, o esalta l'aiuto che agli umili è dato dall'umile e regale Maria, escogitando un linguaggio poetico che si ispira direttamente a quello della Bibbia per restituire alla liturgia freschezza e entusiasmo e dalla poesia profana del Settecento e dal melodramma rileva ritmi fortemente cadenzati e predisposti all'esecuzione corale. Prima di affidare al romanzo l'eredità pariniana e montiana di uno stile tanto più eletto quanto più efficacemente si confronta con la realtà, negli Inni sacri e nella poesia civile di Marzo 1821 e del Cinque maggio, come nei cori "lirici" delle tragedie, M. realizza una poesia in cui il tema è dato, più che dalle Scritture, dalla preveggenza del sentimento religioso o patriottico e viene svolto da un poeta per una volta capace di condividere lo stesso fiducioso abbandono al canto e alle parole del lettore più semplice. Per un altro verso, le tragedie ruotano intorno al dilemma formulato da Adelchi morente: nel mondo "non resta che far torto o patirlo". Il senato veneto che condanna l'innocente Carmagnola, Carlo che ripudia l'innamorata Ermengarda, Desiderio che prende le armi contro il diritto del pontefice, gli Italiani che combattono contro altri Italiani, gli stranieri invasori dell'Italia: tutti fanno il torto, ma trascinati da una forza che supera la loro stessa volontà, dalla stessa legge ferrea e incomprensibile della vita e della storia. Sicché è "provvida" la sventura che pone tra gli oppressi Ermengarda, discesa dalla progenie degli oppressori; e che con la sconfitta, privandolo del regno, pone Desiderio nell'impossibilità d'essere strumento del male. Lo sforzo dei personaggi prima ancora che del poeta è scorgere nel tumulto della storia, nella vanità d'ogni gloria e d'ogni azione terrena l'intervento onnipresente di Dio, i cui fini, se sono imperscrutabili, non sono perciò meno giusti e sicuri (Cinque maggio); o invocare per tutti, contro ogni tempesta, l'ausilio dello Spirito Santo, che si attua attraverso il magistero soprannaturale della Chiesa (Pentecoste).
È questo il momento del più esplicito impegno romantico manzoniano, che non senza ragione trova la sua più netta espressione nella tragedia e nella forza dei contrasti che informa la prima redazione del romanzo. Nelle ferme pagine della seconda redazione del romanzo, subentra un'ulteriore maturazione della poetica manzoniana, che già non aveva mai mostrato indulgenza verso le posizioni estreme del romanticismo. Nei Promessi sposi, la stessa pietà per gli oppressi è contenuta, dissimulata dal sorriso con cui sono contemplate le loro debolezze ed errori; e se mai domina la dolente rappresentazione della violenza cui soggiace Gertrude, monacata a forza, o quella della miserabile fine di Don Rodrigo. Al delitto anche gli oppressori sono trascinati: quello di Gertrude nasce dalla violenza familiare, che a sua volta dipende dalle convenzioni sociali. La persecuzione di Don Rodrigo è effetto non di passione o di vizio, ma della necessità cui egli non sa sottrarsi di vincere il "punto d'onore", di conservare cioè il prestigio della sua casata, che appunto per questo è tutta solidale con lui. Mentre però nelle tragedie gli oppressi piegavano sotto il male, rifugiandosi solo nel pensiero e nella speranza di Dio, nei Promessi sposi lottano contro di esso. Non Renzo, la cui ribellione è disordinata e inefficiente perché contenuta tutta nei limiti dell'azione terrena, ma fra Cristoforo e il cardinale Federigo Borromeo, che concretamente e coraggiosamente agiscono in nome della Provvidenza di cui sanno d'essere strumenti, sono i rappresentanti dell'umanità ideale per M.; e l'Innominato, allorché egli piega al servizio del bene la sua energia che la conversione non ha domato; e Lucia, con la forza disarmata ma invincibile della sua innocenza e della sua fede. Se poi l'inutile fede religiosa di Don Abbondio, la viltà che lo porta a diventare strumento dell'ingiustizia, rappresentano il contro-ideale di M., lo scrittore però sa che "il coraggio uno non se lo può dare"; che è solo di pochi purtroppo quella terrena fortezza senza odio che egli, giunto al culmine della sua arte, ci propone come guida e meta della nostra vita. M. riconosce nel romanzo il terreno di uno scontro cruciale tra le ragioni della letteratura, o in ultima istanza della ragione senz'altro, e la casualità della verifica storica, salvo poi rassegnarsi a questa apparente casualità come alla prova da superare cristianamente grazie alla fede. Il suo rifiuto e la sua aperta polemica contro il romanzesco, evocato con tutte le cautele e puntualmente esorcizzato, interpretano bene le resistenze di fondo, innanzitutto linguistiche, di tutta la nostra tradizione al "meraviglioso" moderno e alla sua vocazione popolare; e proietteranno un'ombra tenace su tutti i romanzi posteriori, contribuendo a rafforzare preclusioni e riserve e incoraggiando con il proprio esempio gli sbocchi, atipici in ambito europeo ma caratteristici della nostra tradizione, verso il romanzo-poema e il romanziere-storiografo.
Il Manzoni e la questione della lingua. - M., già da giovanissimo, aveva romanticamente lamentato la frattura esistente in Italia tra lingua parlata e lingua letteraria. Non solo per le sue prime poesie, ma anche per gli Inni sacri e le tragedie, si era sostanzialmente valso della lingua poetica offertagli dalla tradizione; ma scrivendo la prosa del romanzo, nel quale per la prima volta in Italia il realismo romantico investe i dominî dell'alta letteratura, gli si pone concretamente il problema della lingua. Partì dall'idea che una lingua letteraria "comune" a tutta l'Italia potesse essere quella costituita dall'incontro tra i varî dialetti italiani, in particolare tra il milanese e il toscano; ma poi piegò sempre più verso la concezione che la lingua comune dovesse essere basata sull'uso, e quest'uso non potesse essere che quello d'una determinata regione, cioè della Toscana; considerando poi che anche nell'interno della Toscana c'erano discrepanze tra l'una e l'altra parlata, finì col sostenere la necessità di adottare il fiorentino parlato (ma quello, per così dire, epurato, delle persone colte) come lingua comune. A questa tesi fiorentina giunse esplicitamente e pubblicamente in una lettera a G. Carena del 1847; quando già, almeno dall'indomani della pubblicazione della prima edizione del suo romanzo, egli si era volto ad approfondire il problema sia correggendo in senso fiorentino i Promessi sposi per l'edizione definitiva, sia lavorando, per tutto il resto della sua vita, a un trattato sulla lingua, che non condusse mai a termine, e del quale ci restano numerosi abbozzi e frammenti (uno di essi fu pubbl. nel 1923 col titolo Sentir messa).
E. Broglio, seguace di M. nelle questioni della lingua, diventato ministro della Pubblica Istruzione, nominò nel 1868 una commissione, presieduta da M., che suggerisse provvedimenti atti "a rendere più universale a tutti gli ordini del popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia". M. scrisse subito una relazione Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla (1868), seguita l'anno dopo da un'Appendice, nella quale egli propugnava lucidamente le sue idee e respingeva le obiezioni. Come base della desiderata unità linguistica, la quale era concepita da M. come un essenziale coronamento dell'unità politica, si proponeva la pubblicazione di un vocabolario dell'uso di Firenze, che apparve poi, dal 1870 al 1897, opera dello stesso Broglio e di G. B. Giorgini. La relazione manzoniana e l'inizio della pubblicazione del Novo vocabolario accesero vaste polemiche, pro e contro; autorevolissimo tra gli oppositori di M., in nome di una concezione storica della lingua, per la quale la desiderata unificazione linguistica non poteva non essere che il frutto di lenta maturazione, d'una effettiva unificazione nazionale, fu G. I. Ascoli, nel proemio del suo Archivio glottologico (1873). Ma fu lo stesso Ascoli a dire che la mano di M., che pareva "non aver nervi", era riuscita "a estirpare dalle lettere italiane... l'antichissimo cancro della retorica". Ed è appunto questo l'aspetto storicamente positivo della teoria e soprattutto dell'esempio manzoniano: anche se in alcuni dei suoi seguaci la sobrietà, il nitore, l'aggiustatezza verbale senza fronzoli del maestro poterono diventare lezio. Donde la reazione di tanti, nel secondo Ottocento, che desiderarono e attuarono una prosa più sostenuta e quadrata, più "classica": tra i quali in primo luogo G. Carducci.
Tra le edizioni contemporanee, fondamentale è l'ed. critica, avviata da M. Barbi e diretta da A. Chiari e F. Ghisalberti, di Tutte le opere di Alessandro M., di cui sono apparsi i voll. I-V (1954-91), comprendenti poesie e tragedie, il romanzo nelle sue tre stesure, le opere morali e filosofiche, i saggi storici e politici, gli scritti linguistici e letterarî, e VII (3 tomi, 1970), comprendente le lettere. Di queste s'è avuta un'ed. con integrazioni: Tutte le lettere, a cura di C. Arieti e D. Isella (3 voll., 1986). Per il Carteggio (ma solo fino al 1831) si deve ricorrere all'ed. fornita da G. Sforza e G. Gallavresi (2 voll., 1912-21). Sono disponibili le Concordanze degli Inni sacri, a cura dell'Accademia della Crusca (1967), e le Concordanze dei Promessi sposi, a cura di G. De Rienzo, E. Del Boca, S. Orlando (5 voll., 1985).
Termine Fonte
Manzoni, Alessandro Dizionario Biografico degli Italiani
Azeglio, Massimo d' Dizionario Biografico degli Italiani
Bandiera, Attilio ed Emilio Enciclopedie on line
Capponi, Gino Dizionario Biografico degli Italiani
Carlo Alberto re di Sardegna Dizionario Biografico degli Italiani
cattolicesimo Enciclopedie on line
Cavour, Camillo Benso conte di Dizionario Biografico degli Italiani
fede Enciclopedie on line
Giovine Italia Enciclopedie on line
inno Enciclopedie on line
Italia Enciclopedie on line
lingua Enciclopedie on line
nazione Enciclopedie on line
poesia Enciclopedie on line
realismo Enciclopedie on line
Risorgimento Enciclopedie on line
romanticismo Enciclopedie on line
romanzo Enciclopedia del Novecento
spedizione dei Mille Enciclopedie on line
storia Enciclopedie on line
tragedia Enciclopedie on line
Verdi, Giuseppe Enciclopedie on line
Vittorio Emanuele II Enciclopedie on line
Autore Titolo Edizione
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Accame Bobbio, Aurelia Il cristianesimo manzoniano tra storia e poesia Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1954
Accame Bobbio, Aurelia La formazione del linguaggio lirico manzoniano Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1963
Barberi Squarotti, Giorgio Il romanzo contro la storia. Studi sui Promessi sposi Vita e Pensiero, Milano, 1984
Barberi Squarotti, Giorgio Manzoni. Le delusioni della letteratura Marra, Rovito, 1988
Bonora, Ettore Manzoni e la via italiana al realismo Liguori, Napoli, 1989
Bonora, Ettore Manzoni. Conclusioni e proposte Torino, Einaudi, 1976
Caretti, Lanfranco Manzoni. Ideologia e stile Torino, Einaudi, 1987
Colombo, Umberto Itinerario manzoniano Edizioni Paoline, Milano, 1965
Dell’Aquila, Michele Sopra ‘l verde smalto. Studi su Dante e Manzoni Schena, Fasano, 1999
Galletti, Alfredo Alessandro Manzoni Corticelli, Milano, 1944
Getto, Giovanni Manzoni europeo Mursia, Milano, 1971
Ghidetti, Enrico Alessandro Manzoni Giunti & Lisciani, Firenze,1995
Girardi, Enzo Noe Struttura e personaggi dei Promessi sposi Jaca book, Milano, 1994
Jacomuzzi, Stefano Le insegne della poesia. Studi su Dante e sul Manzoni Società Editrice Internazionale, Torino, 1996
Jones, Verina Le dark ladies manzoniane e altri saggi sui Promessi sposi Salerno, Roma, 1998
Leggere i Promessi Sposi. Analisi semiotiche Bompiani, Milano, 1990
Lonardi, Gilberto Ermengarda e il pirata. Manzoni, dramma epico, melodramma Il Mulino, Bologna, 1991
Lonardi, Gilberto Manzoni e l’esperienza del tragico Mucchi, Modena, 1995
Macchia, Giovanni Manzoni e la via del romanzo Adelphi, Milano, 1998
Manzoni e il realismo europeo Mondadori, Milano, 2007
Manzoni, Alessandro Fermo e Lucia. Prima composizione del 1821-1823. Appendice storica su la colonna infame. Primo abbozzo del 1823 Mondadori, Milano, 1977
Manzoni, Alessandro I promessi sposi. Storia milanese scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni. Testo critico della prima edizione stampata nel 1825-27 Mondadori, Milano, 1977
Manzoni, Alessandro I promessi sposi. Testo critico della edizione definitiva del 1840. Storia della colonna infame. Testo del 1840 con suo apparato critico Mondadori, Milano, 1977
Manzoni, Alessandro Lettere Mondadori, Milano, 1970
Manzoni, Alessandro Opere morali e filosofiche Mondadori, Milano, 1963
Manzoni, Alessandro Poesie e tragedie Mondadori, Milano, 1969
Manzoni, Alessandro Saggi storici e politici Mondadori, Milano, 1963
Manzoni, Alessandro Scritti linguistici e letterari Mondadori, Milano, 1974-1991
Marchese, Angelo Come sono fatti i Promessi sposi. Guida narratologica al romanzo Mondadori, Milano, 1987
Marchese, Angelo L’enigma Manzoni. La spiritualità e l’arte di uno scrittore negativo Bulzoni, Roma, 1994
Mattesini, Francesco Manzoni e Gadda Vita e Pensiero, Milano, 1996
Matucci, Andrea Tempo e romanzo nell'Ottocento. Manzoni e Nievo Liguori, Napoli, 2003
Momigliano, Attilio Alessandro Manzoni Principato, Milano, 1986
Nencioni, Giovanni La lingua di Manzoni. Avviamento alle prose manzoniane Il Mulino, Bologna, 1993
Nigro, Salvatore La tabacchiera di don Lisander. Saggio sui Promessi sposi Einaudi, Torino, 2002
Petrocchi, Giorgio Manzoniana e altre cose dell’Ottocento Sciascia, Caltanisetta, 1987
Petrocchi, Giorgio La tecnica manzoniana del dialogo Le Monnier, Firenze, 1966
Questioni di critica manzoniana Loffredo, Napoli, 1973
Raimondi, Ezio Il romanzo senza idillio. Saggio sui Promessi Sposi Einaudi, Torino, 2007
Raimondi, Ezio La dissimulazione romanzesca. Antropologia manzoniana Il Mulino, Bologna, 2004
Russo, Luigi Personaggi dei Promessi sposi Laterza, Bari, 1987
Sansone, Mario Carte vecchie e nuove sul Manzoni Schena, Fasano, 1998
Sapegno, Natalino Manzoni. Lezioni e saggi Aragno, Milano, 2009
Spinazzola, Vittorio Il libro per tutti. Saggio sui Promessi sposi Editori Riuniti, Milano, 1992
Tellini, Gino Manzoni Salerno, Roma, 2007
Toschi, Luca La sala rossa. Biografia dei Promessi sposi Bollati Boringhieri, Torino, 1989
Ulivi, Ferruccio Il Manzoni lirico e la poetica del rinnovamento Gismondi, Roma, 1950
Ulivi, Ferruccio Manzoni Rusconi, Milano, 1984
I Luoghi di Manzoni
> Francia
> Italia
Cronologia
1785
Nascita, 7 marzo
nasce a Milano. I genitori "ufficiali" sono il conte Pietro Manzoni e Giulia Beccaria. In realtà è da sempre risaputa la paternità naturale di Giovanni Verri.
1796-98
Apprendistato
Studia presso i Somaschi e i Barnabiti.
1801
Il trionfo della libertà
La prima pubblicazione è "Il trionfo della libertà".
1805
In morte di Carlo Imbonati
A Parigi dalla madre scrive "In morte di Carlo Imbonati". Carlo Imbonati era l'amante di Giulia.
1806-10
Idéologues e Fauriel
Stringe amicizia con Fauriel e frequenta gli idéologues.
1807
Muore il padre Pietro. Alessandro ne eredita tutto il ricco patrimonio.
1808
Matrimonio
Si sposa a Milano con Enrichetta Blondel. Il rito è quello calvinista, secondo la fede della sposa.I due fanno ritorno da coniugi a Parigi.
1808
Giulietta
nasce la primogenita Giulia (chiamata Giulietta per distinguerla dalla nonna).
1809
Urania
Pubblica "Urania".
1810
conversione
Enrichetta prima e Alessandro poi si convertono al cattolicesimo. Ritornano a vivere a Milano.
1812-15
Scrive gli "Inni sacri": "La resurrezione", "Il Nome di Maria", "Il Natale", "La Passione".
1813
Pietro
Nasce il figlio Pietro.
1814
Napoleone
Dopo l'abdicazione di Napoleone i francesi abbandonano Milano.
1815
Cristina
Nasce la figlia Cristina.
1817
Sofia
Nasce la figlia Sofia.
1819
Osservazioni sulla morale cattolica
Pubblica "Osservazioni sulla morale cattolica". Va in Francia da Fauriel.
1819
Enrico, 6 giugno
Nasce il figlio Enrico.
1820
Il conte di Carmagnola
Di nuovo in Italia termina la stesura de "Il conte di Carmagnola". L'opera è dedicata a Fauriel e pubblicata da Vincenzo Ferrario, lo stesso editore de "Il conciliatore".
1821
Arresto di Silvio Pellico
Silvio Pellico viene arrestato
1821
Adelchi
L' "Adelchi" è completato. È l'anno anche di "Marzo 1821", "il cinque maggio". Comincia a scrivere "Fermo e Lucia", prima versione dei "Promessi sposi".
1821
Clara
Nasce la figlia Clara.
1822
Vittoria, 17 giugno
Nasce la figlia Vittoria.
1823
Fauriel traduce in francese le tragedie manzoniane.
1823
Lettre à Monsieur Chauvet; Fermo e Lucia; Sul Romanticismo.
Finisce "Fermo e Lucia". Scrive la lettera a D'Azeglio "Sul Romanticismo" e pubblica anche la "Lettre à Monsieur Chauvet".
1826
Filippo, 18 marzo
Nasce il figlio Filippo.
1827
Opere poetiche
A Jena vengono stampate le opere poetiche, l'introduzione è di Goethe.
1827
Promessi sposi
Pubblica la rielaborazione di "Fermo e Lucia", dal titolo "I promessi sposi".É la prima edizione del romanzo.
1830
Matilde, 13 luglio
Nasce la figlia Matilde.
1831
Risorgimento
Lettera del Mazzini a Carlo Alberto: fondazione della "Giovini Italia".
1833
Morte di Enrichetta Blondel
Muore la moglie Enrichetta Blondel.
1835
Sentir messa
Breve trattato sulla lingua: "Sentir messa".
1837
Seconde nozze
Sposa Teresa Borri
1840
I promessi sposi
Esce a puntate la versione definitiva de "I promessi sposi", presso Guglielmini e Redaelli. Le illustrazioni sono di Gonin. Dopo la "ventisettana" ecco l'edizione "quarantana" del romanzo.
1841
Morte della madre.
Muore Giulia Beccaria.
1844
Risorgimento
Spedizione dei fratelli Bandiera.
1845
Opere varie
Pubblica "Opere varie".
1848
Risorgimento, 18-22 marzo
Cinque Giornate di Milano. Il figlio Filippo viene arrestato e tenuto ostaggio degli austriaci fino a giugno.
1848
Risorgimento, 23 marzo
Carlo Alberto dichiara guerra all'Austria.
1848
Risorgimento, 30 maggio
Vittoria piemontese di Goito. Resa di Peschiera.
1849
Pace austro-piemontese di Milano.
1850
Del romanzo storico; Dell'invenzione
Pubblcia "Del romanzo storico" e "Dell'invenzione".
1852
Formazione del Regno d'Italia
Connubio Cavour-Rattazzi. Cavour Presidente del Consiglio.
1859
Seconda guerra d'Indipendenza
Ultimatum austriaco al Piemonte.
1859
Risorgimento, 24 giugno
Battaglia di Solferino e San Martino.
1859-1860
Risorgimento, 11 luglio
Armistizio di Villafranca. Pace di Zurigo.
1860
Spedizione dei Mille.
Emilia e Toscana votano l'annessione al Regno d'Italia. Spedizione dei Mille.
1860
Unità d'Italia., 26 ottobre
Garibaldi e Vittorio Emanuele s'incontrano nei pressi di Teano. Sicilia, Marche, Napoli, Umbria votano per l'annessione.
1860
Senatore
Viene nominato senatore.
1861
Unità d'Italia, 17 marzo
Dichiarazione del Regno d'Italia.
1861
Morte di Teresa Burri
Muore la seconda moglie
1864
Il suo voto è per Firenze capitale e per la liberazione di Roma.
1868
Come presidente della commissione parlamentare sull'unità linguistica d'Italia, esce il trattato "Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla".
1873
Morte, 22 maggio
Muore a Milano. Il 29 maggio gli si tributarono solenni funerali alla presenza del futuro re Umberto I.
1874
Anniversario della morte
Verdi finisce di comporre la "Messa di requiem", iniziata per Rossini.
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