31 luglio 2019

100 anni dalla nascita di Primo Levi

«Io sono un anfibio, un centauro (ho anche scritto dei racconti sui centauri). E mi pare che l’ambiguità della fantascienza rispecchi il mio destino attuale. Io sono diviso in due metà. Una è quella della fabbrica, sono un tecnico, un chimico. Un’altra, invece, è totalmente distaccata dalla prima, ed è quella nella quale scrivo, rispondo alle interviste, lavoro sulle mie esperienze passate e presenti»

 (P. Levi, Conversazioni e interviste, 1963-1987, a cura di M. Belpoliti, Torino 1997, p. 107).

 

Queste le parole di Primo Levi, di cui il 31 luglio ricorre il centenario della nascita, in un’intervista datata 1966 in cui si parla della sua vocazione a essere, per ammissione sua e della critica che poi se ne occupò, uno “scrittore dimezzato”, in bilico cioè tra la vocazione letteraria e il suo essere un uomo di tecnica, un chimico, lontano quindi da qualsiasi velleità artistica.

Questi due aspetti, apparentemente così in contrasto, si saldano, invece, nell’animo di Levi, che per molto tempo porterà avanti in parallelo i suoi diversi lavori in ambito scientifico, frutto anche degli studi intrapresi, e il suo bisogno di scrivere e di raccontare, fattosi ancora più pressante dopo il suo internamento nel campo di sterminio di Auschwitz nel febbraio del 1944, dove sopravvisse per circa un anno, anche grazie alle sue abilità lavorative, fino al 27 gennaio 1945, quando l’entrata delle truppe sovietiche ad Auschwitz segnò l’inizio della fine del nazismo.

La necessità di raccontare quell’inferno sulla Terra è, in primo luogo, necessità di rendere una testimonianza per far conoscere al mondo, che in quegli anni non voleva sentire (sono note, infatti, le difficoltà che ebbe lo scrittore a far pubblicare Se questo è un uomo) le reali condizioni degli internati nei campi di sterminio; testimoniare l’inumanità della vita dei prigionieri e la sistematica strategia messa in atto dai tedeschi per spogliarli di ogni residuo di dignità è il modo che Levi ha per restituire la coscienza e la consapevolezza di essere umani a sé stesso e ai suoi compagni di sventura.

Questa volontà di raccontare è così impellente che viene espletata in tutte le forme possibili e già durante il periodo di prigionia, nello stesso campo di concentramento, mettendo quindi a rischio la sua stessa esistenza qualora qualcuno si fosse accorto di quegli appunti. Riferendosi anche alla stesura di Se questo è un uomo, Levi afferma: «era talmente forte in noi il bisogno di raccontare, che il libro avevo cominciato a scriverlo là, in quel laboratorio tedesco pieno di gelo, di guerra e di sguardi indiscreti, benché sapessi che non avrei potuto in alcun modo conservare quegli appunti scarabocchiati alla meglio, che avrei dovuto buttarli via subito, perché se mi fossero stati trovati addosso mi sarebbero costati la vita» (P. Levi, Opere, I, 1997, p. 173).

La sua indole duplice, letteraria e scientifica, con cui lo scrittore conviverà fino al 1975, anno in cui si licenziò definitivamente dalla SIVA (Società italiana di vernici e affini), la fabbrica torinese di vernici presso la quale era impiegato da poco dopo il suo rientro in Italia, per dedicarsi esclusivamente alla scrittura, è assolutamente presente anche nel suo bisogno di raccontare Auschwitz che, infatti, è protagonista di forme di scrittura molto diverse tra loro: non solo i testi più universalmente noti come Se questo è un uomo, I sommersi e i salvati e La tregua, ma anche scritture di tipo scientifico come il saggio composto a quattro mani con il medico Leonardo De Benedetti, suo compagno di prigionia ad Auschwitz, intitolato Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria dei campi di concentramento per ebrei di Monowitz (Auschwitz-Alta Slesia), pubblicato sulla rivista scientifica Minerva medica nel novembre del 1946, in cui la testimonianza dell’orrore assume un tono diverso e un lessico tecnico e si distacca dall’immediatezza più propria, invece, delle forme strettamente narrative.

Il rapporto è, di fatto in assoluto, il primo resoconto mai apparso in Italia su ciò che era accaduto nei campi di concentramento nazisti e, nonostante l’aspetto tecnico, si arricchisce spesso di dettagli, drammatici alla lettura, resi inevitabili dalla tragicità della situazione vissuta (dalla distribuzione dei vestiti e del cibo agli orari e ai tipi di lavoro svolti dai deportati); la seconda parte del resoconto riguarda invece più propriamente la descrizione delle malattie di cui erano vittime i prigionieri e ciò che accadeva negli ambulatori e nell’infermeria del lager; infine, le agghiaccianti descrizioni delle camere a gas e dei forni crematori a Birkenau.

Il rapporto di Levi e De Benedetti è, sostanzialmente, un’anticipazione di Se questo è un uomo, che uscirà, infatti, nel 1947 (cioè un anno dopo rispetto alla pubblicazione scientifica) e verrà riscoperto solo nel 1991 da Alberto Cavaglion, studioso dell’ebraismo, che lo rese noto al grande pubblico presentandolo a un convegno.

Una prova ulteriore della dualità di Levi che, ossessionato dalla tragedia che aveva vissuto e che lo avrebbe portato poi al suicidio nel 1987, obbediva nella scrittura al suo disperato bisogno di rendere testimonianza, anche se in forme sempre diverse e spesso rispondenti alla sua natura di tecnico-scienziato.

 

Immagine: Primo Levi (1960). Crediti: Fonte, http://digital-library.cdec.it/cdec-web/fotografico/detail/IT-CDEC-FT0001-0000029743/primo-levi-1.html [pubblico dominio], attraverso it.wikipedia.org

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